wilbur

Una mattina Marali entra raggiante alla EM: «Wilbur ci sta».
Ci sarà una fascetta intorno al primo fascicolo dell’Enciclopedia dei Fracco firmata Wilbur Smith.
La frase concordata è: “Uno tra i libri di cui ho preso visione. Wilbur Smith”. L’agenzia partecipa alla felicità con brevi domande. Non si poteva ottenere qualcosa in più, tipo: uno dei libri più belli che ho letto? No, l’agente di Smith è stato inflessibile, le varianti approvate sono “Un libro tra quelli esistenti” e “Un libro”.
«“Un libro” non è male. Si riuscirebbe a strappare “Il libro” con “Il” scritto “Il”? [corsivo nel tono di voce].»
«No, penso che mettendo in mezzo il nostro avvocato e forzando la traduzione si arrivi al massimo a “Libro”, ma a quel punto diventa criptico. “Libro. Wilbur Smith”.»
«Sì, oppure sembra che Wilbur Smith abbia cominciato a riconoscere gli oggetti con fatica. “Libro” su un libro. “Finestra” su una finestra. C’è anche un disturbo nervoso così.»

Problemi
Walter Fontana
Non ho problemi di comunicazione
Rizzoli, 2004 / Laurana, 2015

i torracchioni del centro

No, per intendere la città, per cogliere al disotto della sua tesa tetraggine il vecchio cuore di cui molti favoleggiavano, occorreva – adesso lo capivo – fare la vita grigia dei suoi grigi abitatori, essere come loro, soffrire come loro. Far vita di quartiere, come suol dirsi, e magari anche vita di sezione, purché capocellula sia non il tosacani parigino, ma il fiero imbianchino che t’ha pitturato la camera, e compagni il garzone del lattaio, il vigile urbano, la massaia, il giornalista che ha una stanza nella pensione vicino a casa tua, purché cellula e sezione coincidano col tuo mondo quotidiano.
Di qui sarebbe nata la solidarietà, di qui il modo della riscossa, un milione e mezzo di formiche umane da stringere e scatenare contro i torracchioni del centro, contro i padroni mori e timbergecchi, contro i loro critici tirapiedi, e fare piazza pulita d’ogni ingiustizia, d’ogni sporcizia, d’ogni nequizia.
Adesso capivo che sarebbe stato inutile e sciocco far esplodere io da solo – o con l’aiuto di Anna e di pochi altri specialisti – la cittadella del sopruso, della piccozza e dell’alambicco. No, bisognava allearsi con la folla del mattino, starci dentro, comprenderla, amarla, e poi un giorno sotto, tutti insieme.

vita agra
Luciano Bianciardi
La vita agra (1962)
Rizzoli

ben poca cosa

Era chiaro per me che se anche fosse stato ancora vivo la settimana dopo sarebbe stato ancora meno in grado di parlare, alla velocità con cui si stava consumando, disintegrando, e così l’ultima cosa che gli dissi, tutto quello che potevo donargli, da solo con lui, con indosso il cappotto, pronto ad andare, la macchina fuori che ci avrebbe portato alla stazione, fissandolo dall’alto, affrontando quegli occhi, e lui che mi fissava tutto il tempo, che sforzo deve essere stato per lui, sì, e gli dissi, era tutto quello che mi restava, che altro potevo fare, dissi, Racconterò tutto, amico mio.
Sarà ben poca cosa, disse, dopo un po’, sempre con gli stessi occhi.
È ciò che tutti hanno, ben poca cosa, dissi.

in balia
Bryan Stanley Johnson
In balìa di una sorte avversa (1969)
trad. it. di Enrico Terrinoni
BUR/Rizzoli, 2011

come sempre, in tutto

Sempre, all’inizio di una partita, l’entusiasmo, spesso l’unico momento di entusiasmo, all’idea che questa sia «la» partita, quella in cui qualcuno supererà il record di dieci gol di Payne, quella in cui Hugh Gallacher dopo essere stato atterrato poi segnerà di testa da seduto, quella in cui accadrà lo straordinario, qualcosa di esaltante, la partita che verrà ricordata e di cui si parlerà per anni a venire, per il resto della vita. Quel momento, quella partita. Un nuovo inizio, forse? Ma già sospetto il peggio per tutte e due le squadre, ora che danno il calcio d’inizio dubito che possano giocare così bene da renderla memorabile questa partita, non mi interessa chi vince, sono qui solo per fare il mio lavoro, con professionalità, ho il mio orgoglio, ma che interesse posso avere se non mi importa chi vince, però non riesco, come fanno certi, a scegliere in maniera arbitraria una squadra, a tifare quella senza un reale motivo, la mia fedeltà è stata sancita quando ero piccolo, al Chelsea, e a nessun altro, non riesco a interessarmi a chi dei due possa vincere, il City o lo United, perciò posso solo sperare che avvenga lo straordinario, la partita unica: ma devo essere pronto, come sempre, in tutto, ad accontentarmi di qualcosa di meno.

in balia
Bryan Stanley Johnson
In balìa di una sorte avversa (1969)
trad. it. di Enrico Terrinoni
BUR/Rizzoli, 2011

 

(25 fascicoletti in una scatola, da leggersi in ordine casuale per simulare la modalità con cui i ricordi di una amico che non c’è più colpiscono l’autore mentre assiste a una partita di calcio come inviato; un libro strano, un libro bello)
bs-johnson-005

tzarn

Quella sera, Moscardo e i suoi compagni avevano compiuto molte cose che non vengono naturali ai conigli, e per la prima volta.
Si erano messi in gruppo, o perlomeno avevano tentato: in realtà, più di una volta si erano distanziati l’uno dall’altro. Avevano inoltre cercato di mantenere un’andatura costante, né a balzi né di voltata, e ciò era stato duro. Una volta penetrati nel bosco, l’ansietà non li aveva mai abbandonati. Alcuni era quasi tzarn: un coniglio è tzarn quando, esausto o atterrito viene colto da una specie di paralisi, e allora, con gli occhi sbarrati, guarda come abbagliato il nemico – uomo o donnola – che avanza su di lui per farlo secco. Nicchio, agguantato sotto una felce, tremava tutto, le orecchie gli ricadevano ai lati del muso. Teneva uno zampino allungato, in una posa goffa e innaturale, e se o leccava miserevolmente. Quintilio, benché non altrettanto avvilito, era esausto anche lui. Moscardo si rese conto che, finché non si fossero riposati, era meglio restar lì, dove si trovavano, piuttosto che avventurarsi all’aperto, senza lena per fuggire se incontravano un nemico. Al tempo stesso, a star lì a rimuginare, senza cibo né covo sottoterra, c’era caso che l’angoscia e la paura gli rodessero il cuore a tal punto da indurli a scappare alla cieca, sparpagliarsi, o magari tentar di tornare alla conigliera.
Allora ebbe un’idea.
«E va bene, restiamo qui, a riposarci» disse. «Infrattiamoci sotto le felci. Dai, su, Dente di Leone, tu raccontaci una novella. Lo so che sei bravissimo. Nicchio qui non vede l’ora di sentirla».
Dente di Leone guardò Nicchio e capì cosa l’altro intendesse. Soffocando le proprie paure – la paura di quel luogo desolato, dei gufi che s’udivano tornare ai loro nidi dopo la caccia notturna, degli acri odori di animale selvatici che sembrava venire da poco lontano – cominciò a raccontare.

Collina
Richard Adams
La collina dei conigli, 1972
trad. it di Pier Francesco Paolini
Rizzoli, 1975