semicecità

Nora gli portò un bicchiere di birra e si sedette accanto a lui alla finestra. Lui le passò un braccio intorno alla vita. Lei era in sottoveste per via del caldo e aveva i capelli puntati con le forcine. A Clancy sembrava una delle più grandi bellezze del suo tempo, ma un estraneo, pensò, avrebbe potuto notare lo strappo nella sottoveste e il suo corpo curvo e appesantito. Sulla parete era appeso un ritratto di John. Clancy era ammirato della forza e dell’intelligenza dipinte sul viso di suo figlio, ma pensò che un estraneo avrebbe potuto notare gli occhiali del ragazzo e la sua brutta carnagione. […] quella semicecità era tutto ciò che conosceva dell’amore terreno.

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John Cheever
Addio fratello mio, in Racconti
trad. it. Marco Papi
Feltrinelli, 2012

un bracco

Sopraffatto dall’emozione e sotto l’effetto del rosolio appena bevuto, Ognëv parlava con voce melodica da seminarista ed era così commosso che esprimeva i suoi sentimenti non tanto con le parole, quanto col battere gli occhi e muovere le spalle. Kuznecov, anche lui un po’ brillo e commosso, si protese verso il giovane e lo baciò.
«Mi ero ormai abituato a voi, come a un bracco!»

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Anton Čechov
Veročka in Racconti
trad it. aa. vv.
Garzanti, 2000

accidenti a te, john cheever

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Compro la raccolta completa dei racconti di John Cheever, pubblicata da Feltrinelli. In quarta di copertina (e nella bella postfazione della traduttrice, Adelaide Cioni) si cita un passo tratto dall’ultimo racconto della raccolta, ovvero I gioielli dei Cabot. Dice così:

I bambini annegano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affondano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini, ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra.

La prendo come una bussola, un’indicazione di massima, sì, ma su cui fare affidamento. Poi inizio a leggere, arrivo al quinto racconto, Gli Hartley. Sin dall’inizio respiro un’aria di minaccia incombente, ma mi dico di star tranquillo, l’ha detto John, la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati. L’ultimo paragrafo degli Hartley – quel che è successo prima, come è successo, scopritelo da voi – è questo qui:

Gli Hartley partirono per New York qualche ora dopo il tramonto. Avrebbero viaggiato per tutta la notte dietro il carro mortuario dell’agenzia di pompe funebri. Alcuni ospiti dell’albergo avevano suggerito al signor Hartley di lasciar lì la macchina, offrendosi di portarla loro a New York l’indomani, ma il signor Hartley aveva risposto che aveva voglia di guidare, e la moglie sembrava d’accordo con lui. Quando tutto fu pronto, i due genitori affranti uscirono sulla veranda e si guardarono attorno, storditi dallo splendore della notte. L’aria era gelida e tersa, e le stelle sembravano più luminose delle luci dell’albergo e del villaggio. Il signor Hartley aiutò la moglie a salire in macchina, e, dopo averle sistemato una coperta sulle gambe, partirono per il loro lungo, lungo viaggio.

Quindi, leggete questi racconti perché sono probabilmente tra i migliori mai scritti, ma non vi fidate di quella maledetta quarta di copertina.
E accidenti a te, John Cheever.

eccola qui


Renzo cerca, cerca da troppo tempo.
Con la luce in faccia, rughe di concentrazione sulla fronte e mani sulle ginocchia.
Ha esplorato tutte le superfici, dalla prima all’ultima e ritorno.
Ha tentato di cambiare prospettiva, dall’alto, dal basso.
Ha spostato, ha rimesso a posto.
Ha distolto lo sguardo, ha osservato, ancora e ancora e ancora.
La sua ricerca è stata vana.
“Eccola qui”, dice alla fine sua moglie, prelevando il tubetto di maionese dal primo ripiano del frigo, a pochi centimetri dal naso del marito.

mai più

C’erano le facce, chine su di lui, giovani e vecchie.
Facce preoccupate, facce incuriosite.
E c’erano le voci, alcune collegate alle facce, altre che provenivano dai margini del suo campo visivo.
Oddio, dicevano le voci, che è successo?, Qualcuno ha visto?, Chiamate un’ambulanza!, Guarda quanto sangue!, Presto, chiamate l’ambulanza!, Ma è caduto?, Forse si è sentito male, Sarà drogato, Chi chiama un’ambulanza?
Le attenzioni delle facce e il suono delle voci sembravano riscaldarlo, un abbraccio che scendeva dalla testa al collo e poi giù lungo la schiena. Sperò che non chiamassero nessuno, che lo lasciassero disteso, che nulla cambiasse, mai più.

un nome aggressivo

Poi ieri sera son andato in un locale, a forza di bere delle cose alla fine ero un po’ confuso.
Il cellulare mi ha chiesto se mi volevo collegare a una rete wi-fi, la rete wi-fi aveva un nome aggressivo, si chiamava “Baciami il culo”.
E niente, ci son rimasto molto male.

se serve, son qui

Alla fine, non senza un certo senso di inquietudine per quel che ci avrebbe trovato, aprì il profilo personale che l’agenzia delle entrate gli aveva aperto sul sito dell’agenzia delle entrate. Non trovò grosse sorprese, salvo una multa non pagata una decina di anni prima.
E allora, gonfio di solerzia, scrisse una mail per dire che sì, lui, dopo aver visto sul profilo personale che l’agenzia delle entrate gli aveva aperto sul sito dell’agenzia delle entrate, quella multa là la voleva pagare. Però ecco, scrisse, magari saper per che cos’era, vedi mai che ci sia stato un errore.
Dopo un mese l’agenzia delle entrate lo informò che ai sensi della legge tal dei tali, per ricevere informazioni sui pagamenti pendenti era necessario inviare la copia di un documento di identità ovvero una delega firmata nel caso stesse scrivendo per conto di un’altra persona.
E allora lui, che come si poteva desumere dalla prima mail che aveva spedito all’agenzia delle entrate non stava scrivendo per conto di un’altra persona, gonfio di solerzia fece una scansione della carta d’identità e la mandò all’agenzia delle entrate.
Dopo un mese l’agenzia delle entrate gli rispose che la casella in oggetto risultava già saldata, e che a suo carico, per la cartella in oggetto, risultavano da saldare solo i diritti di notifica.
E allora lui, gonfio di solerzia, scrisse all’agenzia delle entrate dicendo che sì, quei diritti di notifica là li voleva pagare, ma magari aver un bollettino, o i dati del conto corrente su cui fare il versamento, giusto per orientarsi.
Non gli rispose nessuno.
E allora lui, stufo di solerzia, scrisse all’agenzia delle entrate.
Non so come far a pagare, scrisse, quindi non posso pagare.
Se serve, scrisse, comunque son qui.
Non gli rispose nessuno.

meno di quel che pensavi

Ti assumono in un’azienda di pulizie. Il lavoro è facile e a sorpresa non troppo faticoso. Il lavoro non ti piace. Raccogli cartacce, riannodi cavi: mouse e tastiere e lampade. Lavori in una delle torri, cinque giorni alla settimana, quattro ore al giorno. Uno sputo di detersivo blu su ogni scrivania bianca poi una passata con la spugna gialla. Quando cominci ti affidano i piani bassi; lavori bene qualche mese, sali a quelli superiori. Svuoti cestini, spolveri monitor. La paga è discreta, la vita monotona. Continui a lavorare bene, così sali, sali, finché non ti affidano gli ultimi tre piani. Qui inizi anche a svuotare posaceneri, perché a quanto pare ai dirigenti è concesso di fumare in ufficio. Una sera, quando il turno sta per finire, giri attorno alla scrivania che domina l’ultimo piano – e a cascata, tutti gli altri. Premi un interruttore e lassù, nel cervello della più alta tra le torri, scrocchi un caffè all’uomo più potente della città.
Buono, ma meno di quel che pensavi.