ascolta le loro parole

«Le tue parole, lo riconosco, sono state gentili. Temo, però, che tu non abbia pensato abbastanza bene a quello che dicevi. E meno ancora a quello che dicevo io. Ascolta sempre con attenzione le parole che dicono le donne mentre te le scopi, Max. Se non parlano, bene, allora non hai niente da ascoltare e probabilmente non avrai niente a cui pensare, ma se parlano, anche se è solo un mormorio, ascolta le loro parole e pensaci, pensa al significato, pensa a quello che dicono e a quello che non dicono, cerca di capire cos’è che in realtà vogliono dire. Le donne sono puttane assassine, Max, sono scimmie intirizzite dal freddo che contemplano l’orizzonte da un albero malato, sono principesse che ti cercano nel buio, piangendo, indagando le parole che non potranno mai dire. Viviamo nell’equivoco e pianifichiamo i nostri cicli di vita. Per i tuoi amici, Max, in quello stadio che ora si comprime nei tuoi ricordi come simbolo dell’incubo, io ero solo una strana troietta, uno stadio dentro lo stadio, dove alcuni arrivano dopo aver ballato una conga con la maglietta avvolta intorno alla vita o al collo. Per te ero una principessa sulla Gran Avenida frammentata adesso dal vento e dalla paura (tanto che adesso nella tua testa il viale è il tunnel del tempo), un trofeo privato dopo una notte magica collettiva. Per la polizia sarò una pagina in bianco. Nessuno capirà mai le mie parole d’amore. Tu, Max, ricordi qualcosa di quello che ti ho detto mentre me lo mettevi dentro?»
(Il tipo annuisce, il cenno è chiaramente affermativo, i suoi occhi umidi dicono di sì, le sue spalle tese, il suo ventre, le sue gambe che non smettono di muoversi quando lei non guarda, cercando di slegarsi, la giugulare che palpita).
«Ricordi che ho detto il vento? Ricordi che ho detto le strade sotterranee? Ricordi che ho detto tu sei la fotografia? No, in realtà non te lo ricordi. Bevevi troppo ed eri troppo preso dalle mie tette e dal mio culo. Non hai capito nulla, altrimenti saresti scappato di corsa alla prima occasione. Ora ti piacerebbe, vero, Max?»

puttane
Roberto Bolaño
Puttane assassine, in Puttane assassine (2001)
trad. it. di Ilide Carmignani
Adelphi, 2015

come tutti sanno

La città del buonsenso. La città dell’assennatezza. Così gli abitanti chiamavano Barcellona. A me piaceva. Era una bella città e credo di essermi abituato a lei già dal secondo giorno (dire dal primo sarebbe un’esagerazione), ma la squadra non andava come ci si aspettava ed ecco che la gente inizia a guardarti storto, succede sempre così, lo so per esperienza, all’inizio i tifosi ti chiedono l’autografo, ti aspettano davanti alla porta dell’albergo per salutarti, quasi ti assillano talmente sono affettuosi, ma poi arriva la sfiga e non ti molla e loro cominciano a tenerti il muso, e dicono che sei uno che cazzeggia, e che passa le notti in discoteca, e che va a puttane, voi mi capite, la gente comincia a chiedersi quanto guadagni, a farti i conti in tasca e giù illazioni e non manca mai lo spiritoso che ti chiama pubblicamente ladro o mille volte peggio. Comunque queste storie succedono da tutte le parti, a me personalmente era già successo qualcosa di simile, ma allora ero nel mio paese, giocavo in casa, mentre adesso ero uno straniero, e la stampa e i tifosi si aspettano sempre qualcosa in più dagli stranieri, è per questo che li fanno venire, no?
Io, per esempio, come tutti sanno, sono ala sinistra.

puttane assassine
Roberto Bolaño
Buba, in Puttane assassine
trad. it di Ilide Carmignani
Adelphi, 2015