semicecità

Nora gli portò un bicchiere di birra e si sedette accanto a lui alla finestra. Lui le passò un braccio intorno alla vita. Lei era in sottoveste per via del caldo e aveva i capelli puntati con le forcine. A Clancy sembrava una delle più grandi bellezze del suo tempo, ma un estraneo, pensò, avrebbe potuto notare lo strappo nella sottoveste e il suo corpo curvo e appesantito. Sulla parete era appeso un ritratto di John. Clancy era ammirato della forza e dell’intelligenza dipinte sul viso di suo figlio, ma pensò che un estraneo avrebbe potuto notare gli occhiali del ragazzo e la sua brutta carnagione. […] quella semicecità era tutto ciò che conosceva dell’amore terreno.

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John Cheever
Addio fratello mio, in Racconti
trad. it. Marco Papi
Feltrinelli, 2012

“brodo di pollo”

Un romanzo su un terrestre, un certo Delmore Skag, uno scapolo che viveva in un quartiere dove tutti avevano una famiglia numerosa. Bene, questo Skag era uno scienziato e aveva scoperto la maniera per riprodursi col brodo di pollo. Si grattava le cellule vive dal palmo della mano destra, le mescolava al brodo ed esponeva il tutto a raggi cosmici. Le cellule si trasformavano in bambinetti somiglianti come gocce d’acqua a Delmore Skag.
Delmore si trovò ad avere parecchi bambini al giorno e prese a invitare i vicini a condividere la sua orgogliosa felicità. Arrivava a far battezzare contemporaneamente sino a cento neonati per volta. Divenne un padre di famiglia famoso.
E così via.
Skag sperava in tal modo di costringere il Paese a emanare leggi contro le famiglie eccessivamente numerose, ma la legislatura e la magistratura si rifiutavano di affrontare direttamente il problema. Emanarono e applicarono, invece, ferree leggi contro il possesso, da parte di gene non sposata, di brodo di pollo.
E così via.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

il diavolo

Il patto col diavolo, dunque? Ben peggio: il patto con l’uomo com’è davvero, senza cazzate. Che diavolo e diavolo! Il diavolo si manifesta in àmbiti spirituali meno aridi. Quello che combinano gli uomini, i peggiori uomini, lo fa arrossire di scandalo, il diavolo.

sesso
Marco Drago
Sesso, calcio e rock’n’roll
Feltrinelli, 2014

accidenti a te, john cheever

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Compro la raccolta completa dei racconti di John Cheever, pubblicata da Feltrinelli. In quarta di copertina (e nella bella postfazione della traduttrice, Adelaide Cioni) si cita un passo tratto dall’ultimo racconto della raccolta, ovvero I gioielli dei Cabot. Dice così:

I bambini annegano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affondano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini, ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra.

La prendo come una bussola, un’indicazione di massima, sì, ma su cui fare affidamento. Poi inizio a leggere, arrivo al quinto racconto, Gli Hartley. Sin dall’inizio respiro un’aria di minaccia incombente, ma mi dico di star tranquillo, l’ha detto John, la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati. L’ultimo paragrafo degli Hartley – quel che è successo prima, come è successo, scopritelo da voi – è questo qui:

Gli Hartley partirono per New York qualche ora dopo il tramonto. Avrebbero viaggiato per tutta la notte dietro il carro mortuario dell’agenzia di pompe funebri. Alcuni ospiti dell’albergo avevano suggerito al signor Hartley di lasciar lì la macchina, offrendosi di portarla loro a New York l’indomani, ma il signor Hartley aveva risposto che aveva voglia di guidare, e la moglie sembrava d’accordo con lui. Quando tutto fu pronto, i due genitori affranti uscirono sulla veranda e si guardarono attorno, storditi dallo splendore della notte. L’aria era gelida e tersa, e le stelle sembravano più luminose delle luci dell’albergo e del villaggio. Il signor Hartley aiutò la moglie a salire in macchina, e, dopo averle sistemato una coperta sulle gambe, partirono per il loro lungo, lungo viaggio.

Quindi, leggete questi racconti perché sono probabilmente tra i migliori mai scritti, ma non vi fidate di quella maledetta quarta di copertina.
E accidenti a te, John Cheever.

“gilgongo!”

Trattava di un pianeta che era sgradevole perché vi avveniva troppa procreazione. Cominciava con una gran festa in onore di un uomo che aveva spazzato via l’intera specie di certi deliziosi piccoli panda. Aveva dedicato la vita a questo scopo. Per la festa erano stati fabbricati dei piatti speciali perché gli ospiti li portassero a casa come ricordo. Ognuno recava la riproduzione di un orsacchiotto, con la data della festa. Sotto la riproduzione c’era questa parola: GILGONGO!
Nella lingua di quel pianeta significava “Estinto!”.
La gente era contenta che quegli orsacchiotti fossero gilgongo, perché ce n’erano già troppe di specie sul pianeta e altre ancora ne venivano fuori ogni ora. Nessuno poteva in nessun modo essere preparato alla strabiliante varietà di creature e piante nelle quali poteva imbattersi.
La gente faceva del proprio meglio per eliminare quante più specie era possibile, affinché la vita fosse più prevedibile. Ma la natura era troppo creativa per loro. Ogni forma di vita sul pianeta fu infine completamente soffocata da una coltre viva spessa un centinaio di spanne. Quella coltre era composta da piccioni viaggiatori, aquile delle Bermude e gru gigantesche.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

“ora si può dire”

Ecco la premessa del libro. La Vita era un esperimento del Creatore dell’Universo, il Quale desiderava collaudare una nuova specie di creatura che intendeva appunto introdurre nell’Universo. Trattavasi di una creatura con con la capacità di prendere decisioni da sola. Tutte le altre creature erano robot completamente programmati. Il libro era strutturato come una lunga lettera del Creatore dell’Universo alla Creatura sperimentale. Il Creatore si congratulava con la creatura e si scusava per tutti i disagi da essa incontrati. La invitava inoltre a un banchetto in suo onore nell’Empire Roon del Waldorf Astoria di New York, dove un robot nero di nome Sammy Davis Jr. avrebbe cantato e ballato.

Dopo il banchetto, la creatura sperimentale non veniva uccisa, veniva invece trasferita su un pianeta vergine. Mentre era in stato di incoscienza, dalle palme delle mani le venivano prelevate delle cellule vive. Un’operazione che non provocava alcun dolore fisico.
Dopodiché le cellule venivano immerse in un mare denso sul pianeta vergine, dove, col passare delle ere, si evolvevano in forma di vita sempre più complicate. Qualunque forma assumessero godevano di libero arbitrio.
Trout non aveva data alla creatura sperimentale un nome proprio, l’aveva chiamata semplicemente L’Uomo. Sul pianeta vergine L’Uomo era Adamo e il mare Eva.

L’Uomo bighellonava spesso lungo il mare. A volte s’inoltrava nella sua Eva, altre vi nuotava dentro, ma era troppo densa per una vigorosa nuotata. Dopo si sentiva sonnolento e viscido per cui si tuffava in un corso d’acqua gelida appena scaturito da una montagna.
Quando si tuffava in quell’acqua gelida lanciava u urlo e un altro ne lanciava quando riemergeva per respirare. Si graffava a sangue le gambe, e ne rideva, quando s’arrampicava sulla roccia per uscire dall’acqua. Sbuffava e rideva ancora un po’ e pensava a qualcosa di straordinario da urlare. Il Creatore intanto non sapeva mai cosa avrebbe urlato perché non esercitava alcun controllo sull’Uomo. Doveva decidere lui quel che avrebbe fatto… e perché. U giorno, per esempio, dopo un tuffo L’Uomo ebbe a urlare questa parola: “Formaggio!”. Un’altra volta urlò: “non preferireste guidare una Buick?”.

L’unico altro grosso animale sul pianeta vergine era un angelo che ogni tanto si recava a visitare L’Uomo. In effetti era un messaggero-investigatore assunto dal Creatore dell’Universo. Quest’angelo assumeva la forma di un orso bruno del peso di quattrocento chili. Era anche lui un robot, come il Creatore del resto, secondo Kilgore Trout.
L’orso cercava appunto di arrivare a capire perché L’Uomo faceva quel che faceva. Così per esempio chiedeva: “Perché hai urlato ‘Formaggio’?”.
E L’uomo gli diceva, schernendolo: “Perché avevo voglia di farlo, macchina sciocca”.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

“il buttafuori di bagnialto”

Il nome del pianeta sul quale si svolgeva la vicenda del libro di Trout era Bagnialto, e il Buttafuori era il funzionario governativo che faceva andare la ruota della fortuna una volta l’anno.
I cittadini sottoponevano al giudizio del governo le operazioni d’arte, alle quali veniva assegnato un numero e quindi una cifra in contanti secondo le estrazioni della ruota del Buttafuori.
L’io narrante della storia non era il Buttafuori ma un umile ciabattino di nome Gooz. Questo Gooz viveva solo e aveva dipinto un ritratto del proprio gatto. Era l’unico quadro che avesse mai dipinto. Lo portò al Buttafuori che gli assegnò un numero e lo mise in un deposito stipato d’opere d’arte.
Il dipinto di Gooz ebbe una fortuna senza precedenti nell’estrazione sulla ruota del Buttafuori: gli venne assegnato il valore di diciottomila lambos, corrispondenti a un miliardo di dollari sulla Terra.
Il Buttafuori consegnò a Gooz un assegno per quella cifra , buona parte della quale gli fu subito portata via dall’esattore delle tasse.
Al quadro venne assegnato anche il posto d’onore nella Galleria Nazionale e la gente faceva code di chilometri per vedere quel quadro che valeva un miliardo di dollari.
C’era anche un enorme rogo di tutti i quadri e statue e libri e così via che la ruota della fortuna aveva stabilito essere privi di valore.
Poi si venne a scoprire che la ruota era truccata e il Buttafuori si suicidò.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

soprattutto a te

Era ambientato alle isole Hawaii, cioè il posto dove i fortunati vincitori del concorso di Dwayne Hoover, lì a Midland City, sarebbero dovuti andare. Su quelle isole ogni pezzetto di terra era di proprietà di una quarantina di persone in tutto, e nel racconto Trout faceva decidere a queste persone di esercitare fino in fondo il loro diritto di proprietà. C’erano cartelli “Vietato il passaggio” praticamente dappertutto.
Questo aveva creato terribili problemi per il milione di persone che abitavano nelle isole. La legge di gravità esigeva che se ne stessero da qualche parte sulla superficie. Altrimenti non potevano fare altro che entrare in acqua e andare ad affogare al largo.
Allora il governo federale si intromise, mettendo a punto un programma d’emergenza: a ogni uomo, donna e bambino che no aveva proprietà venne consegnato un grande pallone pieno di elio.
Da ogni pallone pendeva un cavo con un gancio. Grazie a questi palloni gli hawaiani potevano abitare queste isole senza continuare a calpestare le proprietà altrui.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni
trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

senza titolo

Trattava di un astronauta terrestre che arriva su un pianeta nel quale ogni forma di vita animale e vegetale è stata eliminata dall’inquinamento, tranne quella degli umanoidi. Gli umanoidi si cibano di prodotti derivati dal petrolio e dal carbone.
Viene data una festa in onore dell’astronauta, che si chiama Don. Il cibo è schifoso. L’argomento principale della conversazione è la censura. Le città sono infestate da cinema che proiettano unicamente film osceni. Gli umanoidi vorrebbero farli chiudere ma non sanno come farlo senza violare la libertà di parola.
Chiedono a Don se anche sulla Terra i film osceni sono un problema, e Don dice: “Sì”. Gli chiedono se il film sono veramente osceni e Don risponde: “I più osceni che si possano fare”.
Il che suona come una sfida per gli umanoidi, i quali sono convinti che i loro film osceni battano tutti quelli della Terra. E così salgono tutti a bordo di un hovercraft e filano verso un cinema del centro.
V’arrivano durante l’intervallo e così Don ha il tempo di chiedersi che cosa mai può essere più osceno di quanto ha visto sulla Terra. Ma ancora prima che le luci si spengano è già eccitato sessualmente. Le donne della compagnia che è con lui si agitano e si dimenano tutte.
Poi la sala piomba nel buio e il sipario s’apre. Sulle prime non si vede niente. Dagli altoparlanti escono gemiti e grugniti. Poi compare un’inquadratura. Si tratta di un film di alta qualità su un umanoide maschio che mangia quel che sembra una pera. C’è un primo piano di labbra, lingua e denti dell’umanoide, tutti lucidi di saliva. L’umanoide mangia la pera con calma. Quando l’ultimo pezzetto è scomparso nella bocca grugnente l’obiettivo si fissa sul pomo d’Adamo. Il pomo d’Adamo s’agita oscenamente. Poi l’umanoide rutta soddisfatto e sullo schermo compare, nella lingue del pianeta, questa parola:

FINE

Naturalmente è tutto un trucco: le pere non esistono più. E, del resto, quella scorpacciata di pera non è l’avvenimento principale della serata, è un cortometraggio per mettere a suo agio il pubblico. Poi comincia il film vero e proprio. E’ su un maschio, una femmina, i loro due figli, più il gatto e il cane. Mangiano continuamente per un’ora e mezzo: minestra, carne, fette tostate, burro, verdure, purè di patate con sugo, frutta, dolci e torta. Poche volte l’obiettivo si allontana più d’un due palmi da quelle labbra lucide e da quei pomi d’Adamo sobbalzanti. Poi il padre mette il cane e il gatto sul tavolo perché anche loro partecipino all’orgia.
Dopo un po’ gli attori non ce la fanno più a mangiare. Sono così sazi che hanno gli occhi di fuori, quasi non riescono a muoversi. Dicono che non potranno mangiare altro per almeno una settimana e così via. Sgomberano la tavola lentamente. Si trascinano in cucina e buttano nella spazzatura qualcosa come un dieci chili di avanzi.
Il pubblico a questo punto impazzisce.

Quando Don e i suoi amici escono dal cinema, vengono avvicinati da prostitute umanoidi che offrono loro uova, arance, latte, burro di arachidi e così via. In realtà le prostitute non sono in grado si offrire queste leccornie, naturalmente.
Gli umanoidi spiegano a Don che se si portasse a casa una prostituta, questa gli cucinerebbe un pasto a base di petrolio e carbone a prezzi pazzeschi. E poi, mentre lui mangia, gli direbbe paroline sconce su quel cibo fresco e succulento, che in realtà è cibo sintetico.

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Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

un uomo come quello

Ah, che cosa si può farne di un uomo come quello? Che c’è da fare? Come si può dissuadere il suo sguardo dal cercare nella folla proprio la guancia butterata dall’acne, le infermità umane, come si può insegnargli a reagire all’inestimabile grandezza della razza umana, alla severa e manifesta bellezza della vita, come si può convincerlo a puntare il dito verso quelle imperiture verità davanti alla quali la paura e l’orrore sono impotenti? Il mare, quel mattino, era iridescente e scuro. Mia moglie e mia sorella stavano nuotando, Diana e Helen, e vidi le loro teste scoperte, color nero e oro, nell’acqua profonda. Le vidi uscire e mi accorsi che erano nude, spavalde, belle e piene di grazia, e rimasi a guardare quelle donne nude che uscivano dal mare.

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John Cheever
Addio fratello mio, in Racconti
trad. it. Marco Papi
Feltrinelli, 2012