quack!

Sapeva come si sarebbero messe le cose se fosse andato a Montauk con lei. Lei lo avrebbe condotto, come un orso addomesticato, a Easthampton, da un cocktail party all’altro. Poteva facilmente immaginarlo – Ramona cha rideva, parlava, le spalle nude in una delle sue camicie da paesana (erano spalle meravigliose, femminilissime, questo doveva ammetterlo), quei suoi capelli a riccioli neri, il viso, la bocca, dipinti; poteva sentirne il profumo.
Nella profondità dell’essere di un uomo c’era qualche cosa che reagiva con un gracidante “quack” a un profumo come quello. “Quack!” Riflesso della sessualità che non ha nessun rapporto con l’età o la raffinatezza d’animo, la saggezza, la storia Wissenschaft, Bildung, Warheit. Da malato o da sano, appena senti la fragranza della pelle femminile, profumata, ecco far eco puntuale il vecchio “quack-quack!”.

Herzog
Saul Bellow
Herzog (1964)
trad. it. di Letizia Ciotti Miller
Feltrinelli, 1976

posto di merda

In Russia, negli anni sessanta o settanta dell’Ottocento, si sarebbe scritto: “Il piccolo villaggio di X, a centoventisette verste da Mosca, veniva menzionato dall’enciclopedia come il luogo dove un proprietario terriero era riuscito a incrociare un cane con un gatto”. In Francia, qualche anno prima, si sarebbe scritto: “La peu que nous savons de la petite ville de B––, nous savons parce que là se trouve un homme à deux têtes”. Nel mio paese, negli anni cinquanta e sessanta, si sarebbe scritto: “La cittadina industriale di Pearl River era una di quelle piccole comunità industriali che accolgono l’automobilista con un cartello che recita ‘Dalle vecchie tradizioni, si fa avanti il nuovo’ e che hanno un solo codice di avviamento postale”. Oggi, grazie a Dio, ci vengono risparmiati questi eufemismi e possiamo essere più concisi: “Pearl River è un posto di merda”.

solitudine
John Cheever
Una specie di solitudine. I diari
trad. it. di Adelaide Cioni
Feltrinelli, 2012

“addormentato al timone”

Era ambientata in una vasta anticamera del paradiso piena di computer e con uno staff composto da individui che erano stati ragionieri, consulenti finanziari, esperti di Borsa e simili, sulla Terra.
Non si poteva entrare in paradiso se prima non si era subito un esame, mirante ad accertare in che misura uno aveva approfittato delle opportunità economiche che Dio, tramite i suoi angeli, gli aveva offerta.
Da mane a sera, in ogni scomparto del salone, si potevano udire quegli esperti ripetere, con aria annoiata, a chi aveva perduto un’occasione dietro l’altra: “Appunto,! Eri di nuovo addormentato al timone”. […]
Addormentato al timone è una novella alquanto sacrilega. Ne è protagonista l’anima di Albert Einstein. Questi è tanto poco interessato alle ricchezze che neppure sta bene a sentire quel che gli dice l’esaminatore. In realtà quest’ultimo gli sta dicendo che, a un certo punto, avrebbe potuto diventare miliardario, se solo avesse acceso una seconda ipoteca sulla sua casa, a Berna, nel Millenovecentocinque, e quindi investito il denaro in miniere di uranio prima di rivelare al mondo che E=mc2.
“E invece… lei dormiva di nuovo al timone” dice l’esaminatore.
“Sì” dice Einstein, educatamente. “Direi anzi che è tipico.”
“Vede dunque,” dice l’esaminatore, “che la vita è stata equa con lei e le ha offerto un buon numero di eccellenti occasioni, che lei poteva cogliere e sfruttare.”
“Sì, me ne rendo conto” di Einstein.
“Le dispiacerebbe dirlo a chiare lettere?”
“Dire cosa?” domanda Einstein.
“Che la vita con lei è stata equa.”
“La vita è stata equa” dice Einstein.
“Se non ne fosse proprio convinto,” dice l’esaminatore, “posso offrirle numerosi altri esempi. Eccone un altro, energia atomica a parte. Se lei avesse prelevato i suoi risparmi in banca, quand’era all’Università di Princeton, e li avesse investiti, a partire dal Millenovecentocinquanta, mettiamo, in azioni IBM, Polaroid e Xerox… sebbene le restassero allora solo cinque anni di vita…” L’esaminatore alza gli occhi al cielo, per invitare Einstein a mostrare che ha capito.
“Sarei diventato ricco?” dice Einstein.
“Agiato, diciamo” dice l’esaminatore, sussiegoso. “Ma, eccola là, di nuovo … ” E di nuovo solleva le sopracciglia.
“Addormentato al timone” dice Einstein, sperando di imbroccarla.
L’esaminatore si alza e gli porge la mano, che Einstein gli strin­ge senza entusiasmo. “Vede, dunque, professor Einstein, che non possiamo dar la colpa a Dio di tutto, non le pare?” E consegna a Einstein il lasciapassare per il paradiso. “Benvenuto a bordo” gli dice.
Così Einstein entra in paradiso, portando con sé il diletto vio­lino. All’esame non pensa ormai più. Ne ha varcate tante, di fron­tiere, in vita sua. E sempre gli è toccato rispondere a domande in­sensate, fare vuote promesse, firmare inutili documenti.
Ma, una volta in paradiso, Einstein incontra un’infinità di ani­me sconvolte da quel che era saltato fuori durante l’esame. Due coniugi, che si eran suicidati dopo aver perso tutto in un alleva­mento di polli nel New Hampshire, avevano appreso di aver tra­scorso la vita sopra il maggior giacimento di nichel del mondo, senza saperlo.
Un ragazzo di Harlem, ucciso a quattordici anni in una rissa, aveva appreso di un anello di diamanti che era rimasto per settimane in fondo a un bacino di scarico davanti al quale lui passava ogni giorno. Due carati, senza magagne; non ne era mai stato denunciato il furto o lo smarrimento. Se lui l’avesse venduto anche a un decimo del suo valore, quattrocento dollari, e poi speculato alla borsa-merci, specialmente sul cacao in quel periodo – secondo l’esanimatore – avrebbe potuto trasferirsi con la madre e le sorelle da Harlem a Park Avenue, e frequentare buone scuole e poi iscriversi a Harvard.
Ecco Harvard, di nuovo.
Sono tutte storie americane, quelle che sente, poiché Einstein ha scelto di stabilirsi nella zona americana del paradiso. Comprensibilmente, ha qualche perplessità nei confronti degli europei, in quanto ebreo. Ma non solo gli americani venivano esaminati all’ingresso. Allo steso trattamento erano sottoposti pakistani e pigmei delle Filippine e persino i comunisti.
È in carattere con Einstein ch􀁀’egli si senta offeso dalla meccanicità del sistema, cui tutti quanti – secondo quegli esaminatori – dovrebbero mostrarsi tanto grati. Egli calcola che, se ogni persona sulla Terra sfruttasse pienamente ogni opportunità, divenendo milionaria e poi miliardaria e così via, la ricchezza cartacea del pia­neta supererebbe il valore di tutti i minerali dell’universo nel giro di tre mesi. Eppoi, non resterebbe più nessuno da adibire ai lavori indispensabili.
Quindi manda un biglietto a Dio. In questa lettera si pre­sume che il Padreterno sia all’oscuro delle sciocchezze di cui parlano i Suoi esaminatori. E si accusano questi ultimi, non Dio, di ingannare crudelmente i nuovi arrivati circa le opportunità da essi avute sulla Terra. Einstein cerca di indovinare i motivi per cui gli esaminatori si comportano così. Saranno mica dei sadici?
La novella finisce bruscamente. Einstein non arriva a vedere Dio. Questi però gli manda un arcangelo, arrabbiatissimo, il qua­le dice a Einstein che, se avesse seguitato a distruggere il rispetto dei trapassati nei confronti dell’esame d’ammissione, gli avrebbero tolto il violino per tutta l’eternità. Così, Einstein non parla più con nessuno degli esami. Il violino, per lui, è più importante di qual­siasi altra cosa.
Questa novella è certo uno schiaffo a Dio, in quanto suggeri­sce che Egli è capace di usare un meschino sotterfugio come quegli gli esami affinché non venga data a Lui la colpa per com’è dura la vita economica sulla Terra.

Un pezzo
Una novella di Kilgore Trout citata in
Kurt Vonnegut
Un pezzo da galera
trad. it. di Pier Francesco Paolini
Feltrinelli, 2004

sabbia come fumo

(leggere in parallelo i diari e i racconti di Cheever è interessante perché mostra come dei piccoli particolari della biografia filtrino nei racconti; ad esempio l’immagine del figlio al mare, che da semplice notazione cresce fino a diventare un momento di pausa nel conflitto tra due personaggi)

 

Una giornata magra e mi domando come ho fatto a rovinarla così. Mentre nuoto con la maschera vedo mio figlio che nuota con la sua. È strano e commovente vederlo sott’acqua, la poca sabbia che tocca si alza lentamente, come fumo. Seduto su uno scoglio al sole, m’interrogo su questa debolezza emotiva che mi colpisce.

solitudineda una pagina degli anni ’50 in
John Cheever
Una specie di solitudine. I diari
trad. it. di Adelaide Cioni
Feltrinelli, 2012

 

Io e mio figlio non siamo buoni amici, ed è quando siamo entrambi al massimo delle possibilità che siamo in disaccordo su tutto. Sembra sempre che vogliamo lo stesso posto al sole. Sott’acqua, invece, siamo grandi amici. Sono deliziato nel vederlo come il personaggio di un film, a testa in giù e coi piedi in su, armato di arpione, con l’acqua che fuoriesce dal boccaglio e la sabbia che scorre e viene su come fumo quando la smuove. Qui, nell’acqua profonda, tra le rocce, riusciamo a sfuggire alla tensione che altrove rende irritante il nostro rapporto.

cheeverdal racconto Brimmer (1959) in
John Cheever
Racconti
trad. it. Marco Papi
Feltrinelli, 2012

l’idiota ballerino

[Il racconto] trattava di un tragico fallimento in fatto di comunicazione.
Ecco la trama: una creatura di nome Zog arriva sulla Terra su un disco volante per spiegare come evitare le guerre e curare il cancro. Porta queste sue informazioni da Margo, un pianeta i cui abitanti conversano tra loro emettendo scoregge e ballando il tip-tap.
Zog sbarca di notte nel Connecticut. Ha appena messo piede a terra che vede una casa in fiamme. Vi si precipita dentro, scoreggiando e ballando il tip-tap, per avvertire gli abitanti del terribile pericolo che corrono. Il padrone di casa gli spacca il cranio con una mazza da golf.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

“salute al capo”

Trout non distingueva un politicante dall’altro: ai suoi occhi erano tutti degli indifferenziati scimpanzé entusiasti. Una volta aveva scritto un racconto a proposito di uno scimpanzé ottimista diventato infine presidente degli Stati Uniti. Lo aveva intitolato Salute al Capo.
Lo scimpanzé indossava una giacchetta blu doppio petto coi bottoni d’ottone e il distintivo di presidente degli Stati Uniti sul taschino. […]
Dovunque andasse c’erano bande che suonavano Salute al Capo. Lo scimpanzé lo adorava. Ogni volta saltellava su e giù.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

“la banca della memoria pangalattica”

L’eroe principale si trova su una nave spaziale di trecentoventi chilometri di lunghezza per novantanove di diametro. Prende in prestito un romanzo realistico dalla biblioteca di quartiere, ne legge sessanta pagine, dopodiché lo restituisce.
La bibliotecaria gli chiede perché non gli sia piaciuto e lui le dice: “Conosco già gli esseri umani”.
E così via.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

serie a

Felice ed emozionato per Il nudo e il morto di Mailer. Colpito soprattutto dalla mole. Ho disperato, mentre leggevo, dei miei talenti limitati. Con le mie rose autunnali e i miei crepuscoli invernali, non sembro appartenere alla serie A.

solitudine
John Cheever
Una specie di solitudine. I diari
trad. it. di Adelaide Cioni
Feltrinelli, 2012

“la coniglietta intelligente”

L’eroe principale del romanzo era un coniglio che viveva come tutti gli altri conigli selvatici sebbene fosse intelligente quanto Albert Einstein o William Shakespeare. Era una femmina, quindi una coniglia: l’unico protagonista femminile di tutti i racconti di Kilgore Trout.
Conduceva una normale vita di coniglia, nonostante il considerevole intelletto che si trovava. Era appunto giunta alla conclusione che quella sua mente non servisse a niente, che fosse una specie di tumore, che non avesse alcuna utilità nell’ambito degli schemi coniglieschi.
E così, saltellando saltellando, un giorno decide di andare in città per farsi asportare il tumore; ma un cacciatore, un certo Dudley Farrow, spara e l’ammazza prima che vi arrivi. Poi la scuoia e la sventra ma, d’accordo con la moglie Grace, decide alla fin fine che è meglio non mangiarla per via di quella testa insolitamente grande. I due, cioè, pensano quello che lei stessa aveva pensato qund’era viva: che la coniglia doveva essere malata.
E così via.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

“come te la cavi?”

Su un altro pianeta un’agenzia pubblicitaria aveva lanciato con successo una campagna pubblicitaria per l’equivalente locale del burro di arachidi terrestre. La parte saliente e vistosa di ogni annuncio era la segnalazione di una qualunque media: il numero medio di bambini, la misura media dell’ordine sessuale maschile su quel particolare pianeta – che era di cinque centimetri di lunghezza, con un diametro interno di sette centimetri e mezzo e uno esterno di undici centimetri – e così via. Gli annunci invitavano i lettori a scoprire se erano superiori o inferiori alla media, sotto questo o quell’aspetto, quale che fosse l’argomento.
L’annuncio proseguiva affermando che la gente superiore o inferiore alla media mangiava pur sempre quella particolare marca di burro di arachidi. Solo che su quel pianeta non si trattava di vero e proprio burro di arachidi: si trattava di Shazzbutter.
E così via.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005