una crisi, una malattia

«Bene» seguitò «ecco un motivo di consolazione. Ma siamo daccapo. Come tutte le storie di questo mondo, anche la tua sfugge ad un’indagine. A meno che non si voglia ammettere che le “disgraziate circostanze” ti seguivano, perché facevano parte della tua persona. Obbedivano soltanto a te. Eri tu, insomma. Ma dove rifarsi? Come cavarne una morale? Eccoti diventato una persona saggia, da quel giovane superficiale che eri, e solo per virtù di qualche assassinio che hai commesso senza annettergli la minima importanza. Mi congratulo».
Tacemmo. L’aver ucciso Mariam ora mi appariva un delitto indispensabile, ma non per le ragioni che me l’avevano suggerito. Più che un delitto, anzi, mi appariva una crisi, una malattia, che mi avrebbe difeso per sempre, rivelandomi a me stesso. Amavo, ora, la mia vittima e potevo temere soltanto che mi abbandonasse.

tempo-di-uccidere
Ennio Flaiano
Tempo di uccidere
Bompiani, 2008

racconto crudele

Racconto crudele: Un tale, il giorno delle sue nozze, esce per recarsi dalla sposa, che l’aspetta per andare in chiesa. Allunga un poco la strada, è in anticipo. Passa per un giardino pubblico, entra in un museo, legge il giornale, scherza con una giovane che incontra, fa due chiacchiere con un amico. Poi si ricorda del suo matrimonio, va di corsa dalla sposa e, invece della ragazza che ha lasciato la sera prima, trova una vecchia piena di rughe. Sono passati quarant’anni e lui non se n’è accorto.

diario
Ennio Flaiano
Diario notturno
Adelphi, 1994

l’invasione

«L’invasione dei capolavori cominciò due anni fa, signore, ma prima c’erano stati dei preavvisi. Se ben ricordo, quattro anni fa, nel mese di giugno tre capolavori furono trovati su una spiaggia deserta del Tirreno, sopra Grosseto, e una settimana dopo – a smentire la prima ipotesi, che venissero dal mare – ci fu il fatto di Perugia. Altri due capolavori furono trovati di notte da un professore che stava rincasando, proprio sulla soglia della sua casa. È curioso che la stampa…».
«Se non sbaglio, un capolavoro fu trovato a Venezia, sul finire dell’autunno».
«Dimenticavo. Altri due furono trovati, ma già morti, in una galleria d’arte a Milano. Come vi fossero entrati resta ancora un mistero. Poi, altri cinque, piccoli e denutriti, in un cinema di Roma. Li trovò l’uomo delle pulizie, e per loro fu aperta una pubblica sottoscrizione, ma non sopravvissero. Una decina furono presi in vari paesi del Veneto, ma a questi non si fece caso perché furono scambiati per ladri di polli. Purtroppo, morirono tutti dentro».
«Quand’è che si può cominciare a parlare di invasione vera e propria?».
«Direi dai primi mesi del ’60. Fu allora che la stampa prese a segnalare il fenomeno».
«Lei ha mai avuto capolavori per casa, o nelle vicinanze?».
«Signore, che mi dice, centinaia! La nostra è stata una zona particolarmente colpita. Ho qui le fotografie di qualche esemplare…»
[…]
«Non ne parliamo. Ma tutti in città abbiamo passato la stessa avventura. Quando capimmo che non c’era da aspettarsi nessun aiuto, ci abituammo. Vede, signore, io non ho niente contro i capolavori, ma ciò che difficilmente si sopporta è la loro aria di sufficienza, la loro infinita vanità. Non fanno altro di
male, ma rendono la vita faticosa. Bisogna lodarli, applaudirli a ogni loro minima azione, coccolarli, magnificarli, premiarli continuamente. E poi, per ringraziamento, sviano i ragazzi».
«Convincendoli all’imitazione. Anche loro vogliono fare i capolavori. Così diventa impossibile parlare coi nostri ragazzi. Non sentono ragioni. Non vedono che capolavori e tutto il resto è nulla».

ombre bianche
Ennio Flaiano
Le ombre bianche
Adelphi, 2004