“dottor schadenfreude”

Non era ambientato su un altro pianeta, ma nello studio di uno psichiatra, a St. Paul, Minnesota.
Il nome dello strizzacervelli dà il titolo al racconto, cioè Dottor Schadenfreude. Questo dottore ha sì l’abitudine di fare sdraiare i suoi pazienti su un divano e parlare, a li costringe a parlare unicamente di fesserie capitate a estranei, come le hanno lette sui giornalacci popolari o viste nei talk-show in televisione.
Sa a un paziente scappava detto “io” o “me” o “mio”, il dottor Schadenfreude andava fuori di testa. Balzava su dalla sua poltrona superimbottita. Pestava i piedi per terra. Vorticava le braccia.
Piazzava la sua facciona livida a un pelo dal naso del paziente. Sbraitava e latrava roba del genere: “Quando ti ficcherai in quella testa malata che a nessuno gliene frega assolutamente niente di te, te, te, noioso e insignificante pezzo di merda? Il tuo vero e solo problema è il fatto che tu ti creda qualcosa! Renditene conto, altrimenti trascina fuori di qua il tuo culone imbottito!”.
A rigor di termini, molti dei racconti di Trout, a parte l’implausibilità dei personaggi, non erano affatto racconti di fantascienza. Dottor Schadenfreude non lo era, a meno che non si sia tonti al punto di considerare scienza la psichiatria.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“la poltiglia”

Vi si raccontava di uno scienziato pazzo che si chiamava Fleon Sunoco, e che stava conducendo una ricerca presso il National Institutes of Health di Bethesda, Maryland. Il dottor Sunoco era convinto che le persone molto intelligenti avessero in testa delle piccole radioriceventi, e che le loro idee geniali provenissero da altrove.
(…) Trout stesso sembrava persuaso che da qualche parte ci fosse un grosso computer che, per mezzo di impulsi radio, avesse detto a Pitagora dei triangoli retti, a Newton della gravità, a Darwin dell’evoluzionismo, a Pasteur dei germi, a Einstein della relatività, e via di seguito.
“Quel computer lì , dovunque si trovi e qualunque cosa sia, fingendo di aiutarci, potrebbe invece star cercando di ucciderci rifilandoci troppa roba a cui pensare” disse Kilgore Trout.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“non c’è niente da ridere”

Non c’è niente da ridere doveva il titolo a quello che, nel racconto, un giudice aveva detto durante un segretissimo processo di corte marziale all’equipaggio del bombardiere americano Joy’s Pride, sull’isola di Banalulu, nel Pacifico, un mese dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Il Joy’s Pride era in condizioni perfette, dentro un hangar a Banalulu. Si chiamava così in onore di Joy Peterson, madre del pilota nonché infermiera ostetrica in un ospedale di Corpus Christi, Texas. Pride significa due cose. “Orgoglio” è la prima. E “branco” la seconda.
Eccoci al nocciolo: dopo che una bomba atomica era stata sganciata su Hiroshima, e poi un’altra su Nagasaki, all’equipaggio del Joy’s Pride era stato ordinato di sganciarne una terza su Yokoama, su un paio di milioni di “piccoli bastardi gialli”. I piccoli bastardi gialli di quell’epoca venivano chiamati “piccoli bastardi gialli”. Si era in tempo di guerra. Trout descrisse così la terza bomba atomica: “Una paonazza figlia di puttana grande quanto una caldaia nella cantina di una media scuola media”.

Era troppo grossa per essere stivata nello scomparto delle bombe, e così venne appesa sotto la pancia dell’aereo.
Quando il Joy’s Pride rullò per decollare nel cielo blu sfiorava la pista.
Mentre l’aereo si avvicinava all’obbiettivo, il pilota commentava a voce alta nell’interfono la celebrità che sarebbe derivata alla madre, l’infermiera ostetrica, una volta che loro avessero fatto ciò che si apprestavano a fare. Dopo che aveva sganciato su Hiroshima iI proprio carico, il bombardiere Enola Gay e la donna in onore della quale era stato battezzato erano diventati famosi come star del cinema. Yokoama aveva il doppio della popolazione di Hiroshima e Nagasaki messe assieme.
Tuttavia più il pilota ci pensava, più era sicuro che la sua dolce madre vedova non sarebbe mai riuscita a dire ai giornalistidi essere orgogliosa perché il figlio aveva ucciso un numero record di civili in una volta.
[…] A ogni modo.
Gli altri membri dell’equipaggio del Joy’s Pride, comunque, dissero al pilota che la pensavano come lui. Erano soli lassù nel cielo. Non avevano nessun caccia di scorta, poiché i giapponesi non avevano più aeroporti operativi. La guerra era terminata, a parte le scartoffìe da firmare: probabilmente si trattava della situazione che c’era anche prima che l’Enola Gay cremasse Hiroshima.
Per citare Kilgore Trout: “Quella non era più guerra, così come non lo era stato il bombardamento atomico su Nagasaki. Piuttosto era un: ‘Guarda che bravi che sono gli yankee!’ Puro show-business.”
In Non c’è niente da ridere, Trout scrisse che il pilota e il suo bombardiere si erano sentiti simili a dio durante le missioni precedenti, quando tutto quel che dovevano fare era sganciare sulla gente bombe incendiarie ed esplosivi convenzionali.
“Ma dio inteso con la d minuscola,” scrisse. “Si identificavano con divinità minori deputate unicamente a vendicare e distruggere. Tutti soli lassù nel cielo, con la paonazza figlia di puttana appesa sono la pancia dell’aereo, si sentivano come il Boss, Dio in persona, che aveva un’opzione che le altre volte non era stata prevista, quella di essere misericordioso.”
[…] Il pilota del Joy’s Pride fece un’inversione a U nel cielo. La paonazza figlia di puttana era ancora agganciata alla pancia dell’aereo. Il pilota puntò su Banalulu. “Lo fece,” scrisse Trout, “perché sua madre gli avrebbe chiesto di fare così.”
Durante il segretissimo processo di corte marziale che seguì, a un certo punto dell’udienza tutti si piegarono in due dalle risate. Il che indusse il giudice a picchiare furiosamente col martellone e a dichiarare che ciò che avevano fatto gli imputati non era “roba da ridere”. Quello che la gente aveva trovato così buffo era la descrizione che il procuratore aveva fatto del comportamento del personale della base quando il Joy’s Pride si era disposto all’atterraggio con la paonazza figlia di puttana a dieci centimetri dall’asfalto della pista.
Gente che si gettava dalla finestra. Che si pisciava addosso.
“Si verificarono tutti i possibili tipi di collisione tra svariati tipi di veicolo,” scrisse Kilgore Trout.
Tuttavia, quando il giudice aveva appena ristabilito faticosamente l’ordine, un’enorme crepa si era aperta sul fondo dell’Oceano Pacifico. Aveva inghiottito Banalulu, corte marziale, Joy’s Pride, bomba atomica intatta e tutto il resto.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“festa con bingo nel bunker”

Era ambientato nello spazioso bunker a prova di bomba sotto le rovine di Berlino, Germania, alla fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa. In quel racconto, Trout definisce quella guerra, che era anche la mia, “il secondo infruttuoso tentativo della civiltà occidentale di commettere suicidio”. Lo aveva fatto anche in alcune conversazioni, una volta in mia presenza, aggiungendo: “Se la prima volta non ci riesci, ritenta, ti prego, ritenta un’altra volta.”
Carrarmati e fanteria dell’Unione Sovietica sono a qualche centinaio di metri dal portone di ferro del bunker, situato a livello stradale. “Hitler, intrappolato di sotto, il più orrendo essere umano mai vissuto,” scrisse Trout, “non sa dove sbattere la resta. È lì sotto con la sua amante Eva Braun e pochi amici intimi, compreso Joseph Goebbels, il suo ministro della Propaganda, e la moglie e i figli di questi.”
Per mancanza di qualcosa anche solo remotamente risolutivo da fare, Hitler chiede a Eva di sposarlo. E lei accetta!
[…] Durante la celebrazione del matrimonio, tutti dimenticano i propri guai. Tuttavia, dopo che: lo sposo ha baciato la sposa, l’atmosfera torna ad ammosciarsi. “Goebbels è zoppo,” scrisse Trout. “Ma Goebbels zoppo lo è da sempre. Il problema non è questo.”
A Goebbels viene in mente che i suoi figli hanno portato con sé il Bingo. Era stato catturato intatto alle truppe: americane durante la battaglia della Bulge circa quattro mesi prima. Io stesso ero stato catturato “intatto” durante quella battaglia.
La Germania, al fine di conservare le proprie risorse, ha smesso di produrre in proprio il Bingo. Il che, insieme al fatto che gli adulti del bunker sono stati enormemente occupati prima durante l’ascesa di Hitler e adesso durante la sua caduta, fa sì che i figli di Goebbels siano gli unici che sappiano come si gioca a Bingo. Hanno imparato dal figlio dei vicini, la cui famiglia possedeva un Bingo autoctono prodotto prima della guerra.
Nel racconto c’è una scena stupenda: un bambino e una bambina, intenti a spiegare agli adulti le regole del Bingo, diventano il centro dell’Universo di quei nazisti con le loro spettacolari uniformi, incluso un Adolf Hitler attonito.
[…] come se tutto sommato in cielo ci fosse un Dio, è Der Fuhrer in persona a gridare: “BINGO!” Adolf Hitler ha vinto! Esclama incredulo, ovviamente in tedesco: “Non riesco a crederci. Non ho mai giocato a questo gioco, ed ecco che ho vinto. Ho vinto! Cos’altro può essere, se non un miracolo?” Hitler è cattolico.
Si alza in piedi. I suoi occhi sono ancora fissi sulla cartella vincente che ha davanti […]
Quel coglione domanda: “Cos’altro può significare, se non che la situazione non è poi così brutta come ci sembrava che fosse?”
Eva Braun rovina l’atmosfera ingerendo una capsula di cianuro. Gliel’ ha data come regalo di nozze la moglie di Goebbels.
Frau Goebbels aveva più capsule di quante gliene servissero per i propri famigliari. “Il suo unico delitto,” scrisse Trout a proposito di Eva Braun, “fu quello di aver consentito a un mostro di eiacularle nel canale riproduttivo. Sono cose che capitano anche alle donne migliori.”
Un bell’obice comunista Howitzer da 120 mm esplode sul bunker. Una pioggia di calcinacci si riversa sugli assordati inquilini. Hitler fa una battuta, per dimostrare di avere senso dell’umorismo. “Nevica,” dice. Si tratta anche di un poetico modo per dire che è ora che egli si uccida, a meno di non voler diventare l’attrazione principale di un corteo di mostri in gabbia, insieme alla donna barbuta e all’uomo-serpente.
Si punta una pistola alla tempia. Tutti strillano: “Nein, nein, nein”, Hitler persuade gli astanti del fatto che spararsi sia la cosa giusta. Quali dovrebbero essere le sue ultime parole? Dice: “Che ve ne pare di: ‘Non rimpiango niente’?”
Goebbels risponde che una frase del genere sarebbe appropriata se solo la cantante parigina Edith Piaf non vi avesse costruito su la propria fama mondiale cantandone per decenni la versione francese. “Il suo soprannome,” aggiunge Goebbels, “è ‘Passerotto’”. Suppongo che non vogliate venir ricordato come un passerotto.”
Hitler non ha ancora perduto il proprio senso dell’umorismo.
Dice: “Che ne dite di ‘BINGO’?”
Ma è stanco. Si punta nuovamente la pistola alla tempia. Dice: “Non ho chiesto io di venire al mondo.”
“BANG!” fa la pistola.

cronosisma
Un romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“le sorelle B-36”

“Sul pianeta matriarcale Bubu, nella nebulosa del Cancro, c’erano tre sorelle il cui cognome era B-36. Può essere solo una coincidenza il fatto che il loro cognome fosse anche quello di un velivolo terrestre progettato per sganciare bombe sui civili di nazioni rette da governanti corrotti. La Terra e Bubu erano troppo distanti tra loro per poter comunicare.”
Un’altra coincidenza. La lingua scritta di Bubu era come l’inglese della Terra, nel senso che consisteva di bizzarre combinazioni su righe orizzontali di ventisei simboli fonetici, dieci numeri e circa nove segni di interpunzione.
Tutte e tre le sorelle erano belle, proseguiva il racconto di Trout, ma solo due erano simpatiche: una faceva la pittrice e l’altra scriveva racconti. Nessuno poteva sopportare la terza, una scienziata. Era talmente noiosa! Non sapeva parlare d’altro che di termodinamica. Era invidiosa. La sua ambizione segreta era di far sentire le sue sorelle, per usare un’espressione amata da Trout, “come qualcosa tirato dentro dal gatto”.
Trout diceva che i bubuestri erano tra le creature più adattabili nella locale famiglia di galassie, e questo grazie ai loro grossi cervelli, che potevano venir programmati per fare o non fare, sentire o non sentire, quasi qualsiasi cosa. Qualsiasi!
La programmazione non veniva effettuata tramite interventi chirurgici né tramite stimolazioni elettriche né tramite qualsiasi altra sorta di intrusione neurologica. Veniva fatta socialmente, con il solo uso di parole, parole, parole. Gli adulti si rivolgevano ai piccoli bubuestri parlando positivamente di sentimenti e necessità presumibilmente appropriati e gradevoli. I cervelli dei giovani rispondevano con lo sviluppo di circuiti che rendevano automatico il comportamento civile.
Per i bubuestri sembrava una buona idea, per esempio, quando non fosse in corso niente di particolare, venire eccitati beneficamente tramite stimoli minimi, tipo bizzarre combinazioni su righe orizzontali di ventisei simboli fonetici, dieci numeri e circa otto segni di interpunzione, o tocchi di pigmento su superfici piatte incorniciate.
Quando un piccolo bubuestre stava leggendo un libro, un adulto poteva interromperlo dicendo, a seconda di cosa stesse succedendo nel libro: “Triste, vero? Il tenero cagnolino della bambina è stato travolto dal camion della spazzatura. Non ti fa venir voglia di piangere?”
Oppure l’adulto poteva dire, a proposito di una storia di tutt’altro genere: “Spassoso, vero? Quando quel tronfio riccastro è scivolato su una buccia di nim-nim ed è finito in un tombino, non ti sei sentito soffocare dalle risate?”
Su Bubu il nim-nim era un frutto simile alla banana.
Un piccolo bubuestre portato in una galleria d’arte poteva sentirsi domandare se davvero la donna che vedeva ritratta in un determinato dipinto stesse ridendo. Non poteva magari esser triste per qualche ragione e nondimeno sembrare allegra? Secondo te, è sposata? Ha un figlio? Lo tratta bene? Dove credi che stia andando? Vuole andarci?
Se nel dipinto c’era una ciotola colma di frutta, l’adulto poteva chiedere: “Non sembrano fatti apposta per essere mangiati, quei nim-nim lì? Eh? Buoooni!”
I suddetti esempi di pedagogia bubuestre non sono miei.
Sono di Kilgore Trout.
E così le menti della maggior parte dei bubuestri, ma non proprio di tutti, si predisponevano allo sviluppo di una serie di circuiti – o, se più vi piace, di microchip – che sulla Terra si sarebbero chiamati “fantasia”. Proprio così, ed era proprio perché un’ampia maggioranza di bubuestri nutriva fantasie, che due delle sorelle B-36 , la scrittrice di racconti e la pittrice, erano così benvolute.
Anche la sorella cattiva aveva fantasia, certo, ma non nel campo dell’apprezzamento artistico. Non leggeva libri e non andava nelle gallerie d’arte. Da piccola aveva trascorso ogni momento libero delle sue giornate nel giardino di un manicomio nei pressi di casa. I matti che gironzolavano lì erano ritenuti innocui, sicché il suo fargli compagnia passava per lodevole attività altruistica. Ma i matti le avevano insegnato la termodinamica e il calcolo e via di seguito.
Quando la sorella cattiva divenne ragazza, lei e i matti si misero a progettare telecamere e trasmettitori e ricevitori. Poi ereditò dalla ricca madre i soldi per produrre e distribuire quei satanici arnesi che rendevano ridondante la fantasia. Divennero popolari in brevissimo tempo, poiché gli spettacoli erano molto attraenti. e non era implicato alcuno sforzo mentale.
La sorella cattiva fece un sacco di quattrini, ma ciò che veramente la rendeva felice era il fatto che le sorelle cominciavano a sentirsi come “qualcosa tirato dentro dal gatto”. I giovani bubuestri non vedevano più motivo per sviluppare la fantasia, giacché al semplice tocco di un pulsante potevano godersi un sacco di merda patinata. Quando posavano lo sguardo su una pagina o su un dipinto si domandavano come potesse essere esistito qualcuno che sballava davanti a cose così semplici e così morte.
Il nome della sorella cattiva era Nim-nim. Quando i genitori l’avevano chiamata così non immaginavano lontanamente ciò che sarebbe diventata. E la TV non era che una piccola parte! Continuava a essere antipatica e noiosa, e nessuno voleva frequentarla, così inventò le automobili e i computer e il filo spinato e i lanciafiamme e le mine e le mitragliatrici e via di seguito. Giusto per chiarire quanto fosse incazzata.
Nuove generazioni di bubuestri crebbero senza fantasia. La loro brama di evasione era pienamente appagata dalla merda che Nim-nim andava vendendogli. Perché avrebbero dovuto preoccuparsi, che diamine!
Senza immaginazione gli era impossibile dedicarsi a una pratica in uso presso i loro avi: leggersi l’un l’altro racconti interessanti e commoventi. Sicché, stando a Kilgore Trout, “i bubuestri divennero creature tra le più spietate nella locale famiglia di galassie”.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“nozze d’oro”

Narra di un fioraio che cerca di aumentare il proprio giro d’affari rivolgendosi a coppie di coniugi che lavorano entrambi a casa, o che trascorrono svariate ore della giornata gestendo esercizi del tipo Lui&Lei, nel tentativo di convincerli del loro diritto di festeggiare svariati anniversari di matrimonio all’anno.
Egli calcola che una coppia media con posti di lavoro separati accumula quattro ore uomo-donna per giorno feriale, e sedici nei fine settimana. Il tempo trascorso dormendo nello stesso letto non conta. Così totalizza una settimana uomo donna di trentasei ore uomo-donna.
Moltiplica per cinquantadue. Così totalizza, arrotondando, un anno uomo-donna standard di milleottocento ore uomo-donna. Le sue pubblicità affermano che qualunque coppia abbia accumulato tale numero di ore uomo-donna ha diritto di festeggiare un anniversario, e di ricevere fiori e doni adeguati, anche se per metterle insieme ha impiegato solo venti settimane!

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“una famiglia americana sfottuta sul pianeta plutone”

Come Trout scrisse nel suo Una famiglia americana sfottuta sul pianeta Plutone: “Nulla distrugge con maggior efficacia un amore quanto la scoperta che il vostro comportamento precedentemente accettabile è diventato ridicolo”.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998