la fabbrica di romanzi

Oggi nessuno legge più i romanzi di Yves de Lalande, il che fa sospettare che tra non molto nessuno leggerà più i romanzi di nessuno. Yves de Lalande era un nome inventato: in realtà si chiamava Hubert Puits. Fu il primo produttore di romanzi in scala veramente industriale. Come tutti, si era iniziato nella sua attività su un piano artigianale, scrivendo romanzi a macchina; con questo metodo, per quanto illustre, primitivo, gli ci volevano sei mesi per portare a termine un’opera, e quest’opera era ben lontana dal potersi dire un prodotto rifinito. In tempo, Puits si accorse che l’idea di scrivere da solo qualcosa di così complesso e vario come un romanzo, così pieno di umori e situazioni e punti di vista diversi, sembrava un compito più adatto a un Robinson Crusoe che non a un cittadino della più grande e progredita nazione industriale del ventesimo secolo, la Francia. […]
Puits si convinse che per fare un buon romanzo non basta un uomo solo, ce ne vogliono dieci, forse venti: Balzac, Alexandre Dumas, Malraux, pensava, chissà quanti impiegati avevano.
D’altra parte gli uomini sono portati a litigare tra di loro: meglio cinque impiegate di buon carattere che non dieci geni incompatibili. Così prese avvio lo stabilimento o fabbrica di romanzi Lalande.

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J. Rodolfo Wilcock
La sinagoga degli iconoclasti
Adelphi, 1990

i volti

A volte la terra trema. L’epicentro del sisma è a nord o è a sud, ma io sento la terra tremare. A volte ho le vertigini. A volte il terremoto dura più del normale e la gente si mette sotto le porte o sotto le scale o esce di corsa in strada. C’è soluzione a questo? Vedo la gente correre per le strade. Vedo la gente entrare nella metropolitana e nei cinema. Vedo la gente comprare il giornale. E a volte tutto trema e per un attimo si ferma ogni cosa. E allora mi domando: dov’è il giovane invecchiato?, perché se n’è andato via?, e a poco a poco la verità comincia a venire a galla come un cadavere. Un cadavere che sale dal fondo del mare o dal fondo di un burrone. Vedo la sua ombra che sale. La sua ombra vacillante. La sua ombra che sale come se risalisse la collina di un pianeta fossilizzato. E allora, nella penombra della mia malattia, vedo il suo volto feroce, il suo dolce volto, e mi domando: sono io il giovane invecchiato? È questo il vero, il grande terrore, essere io il giovane invecchiato che grida senza che nessuno lo ascolti? E se il povero giovane invecchiato fossi io? E allora passano a una velocità vertiginosa i volti che ho ammirato, i volti che ho amato, odiato, invidiato, disprezzato. I volti che ho protetto, quelli che ho attaccato, i volti da cui mi sono difeso, quelli che ho cercato invano.
E poi si scatena la tempesta di merda.

notturno
Roberto Bolaño
Notturno cileno (2000)
trad. it. di Ilide Carmignani
Adelphi, 2016

una parola

Noi diciamo una parola e annientiamo un essere umano senza che questo essere umano da noi annientato, nel momento in cui pronunciamo la parola che lo annienta, abbia cognizione di questo fatto micidiale, pensai. Un simile essere umano, messo a confronto con una tale parola micidiale, nel senso che micidiale è il concetto che ad essa corrisponde, ancora non intuisce nulla dell’effetto micidiale di questa parola e del concetto che
ad essa corrisponde, pensai.

soccombente
Thomas Bernhard
Il soccombente (1983)
trad. it. di Renata Colorni
Adelphi, 1985

la burla universale

Ci sono certe bizzarre circostanze e occasioni in questa strana e caotica faccenda che chiamiamo la vita, che un uomo prende l’intero universo per un’enorme burla in atto, sebbene non riesca a vederne troppo chiaramente l’arguzia, e sospetti anzichenò che la burla non sia alle spalle di altri che le sue. Tuttavia, nulla c’è che scoraggi e nulla sembra degno di discussione. Egli ingolla tutti gli avvenimenti, tutti i culti, le fedi e le persuasioni, tutte le cose difficili visibili e invisibili, non importa quanto indigeribili, come uno struzzo dallo stomaco robusto inghiotte pallottole e pietre focaie. E quanto alle piccole difficoltà e afflizioni, le prospettive d’improvvisa rovina, di pericolo della vita o del corpo, tutto questo, e persino la morte, gli sembrano ingegnosi e amichevoli colpi, allegre spunzonature nei fianchi, somministrati dall’invisibile e inspiegabile vecchio mattacchione. Questa bizzarra specie di umore capriccioso di cui parlo viene a un uomo soltanto in certe circostanze di estrema tribolazione, viene nel bel mezzo della sua serietà, cosicché ciò che poco prima gli sarebbe potuto apparire una cosa di grandissima importanza, ora gli pare soltanto parte della burla universale.

moby
Herman Melville
Moby Dick (1851)
trad. it. di Cesare Pavese
Adelphi, 1987

l’apostolo della polvere

Il pretore (a riposo) Patalocco infatti non poteva ammettere che si spazzasse, ed era l’unico punto su cui a casa sua non transigeva. Non è tanto che gli piacesse la sporcizia, quanto che il suo senso cosmico e profondo della quiete era gravemente turbato da una pratica tanto tumultuosa; che la polvere si sovrapponesse alla polvere non in quanto polvere, ma come segno che tutte le cose andavano per il loro verso era il suo ideale e, a un tempo, la sua idea fissa. Senonché la moglie, approfittando delle sue assenze, riusciva qualche volta a dare una pulita alla casa, il che era fonte piu d’amarezza che di rabbia per il pretore, il quale si sentiva tradito e incompreso, circondato d’inconsapevoli. Ciò appunto conferiva alla sua fisionomia un che di saggio e disilluso nonché, in definitiva, un’alta luce di spirito; apostolo della polvere, il mondo lo disconosceva.

Tommaso Landolfi
La pietra lunare (1939)
Adelphi, 1995

ascolta le loro parole

«Le tue parole, lo riconosco, sono state gentili. Temo, però, che tu non abbia pensato abbastanza bene a quello che dicevi. E meno ancora a quello che dicevo io. Ascolta sempre con attenzione le parole che dicono le donne mentre te le scopi, Max. Se non parlano, bene, allora non hai niente da ascoltare e probabilmente non avrai niente a cui pensare, ma se parlano, anche se è solo un mormorio, ascolta le loro parole e pensaci, pensa al significato, pensa a quello che dicono e a quello che non dicono, cerca di capire cos’è che in realtà vogliono dire. Le donne sono puttane assassine, Max, sono scimmie intirizzite dal freddo che contemplano l’orizzonte da un albero malato, sono principesse che ti cercano nel buio, piangendo, indagando le parole che non potranno mai dire. Viviamo nell’equivoco e pianifichiamo i nostri cicli di vita. Per i tuoi amici, Max, in quello stadio che ora si comprime nei tuoi ricordi come simbolo dell’incubo, io ero solo una strana troietta, uno stadio dentro lo stadio, dove alcuni arrivano dopo aver ballato una conga con la maglietta avvolta intorno alla vita o al collo. Per te ero una principessa sulla Gran Avenida frammentata adesso dal vento e dalla paura (tanto che adesso nella tua testa il viale è il tunnel del tempo), un trofeo privato dopo una notte magica collettiva. Per la polizia sarò una pagina in bianco. Nessuno capirà mai le mie parole d’amore. Tu, Max, ricordi qualcosa di quello che ti ho detto mentre me lo mettevi dentro?»
(Il tipo annuisce, il cenno è chiaramente affermativo, i suoi occhi umidi dicono di sì, le sue spalle tese, il suo ventre, le sue gambe che non smettono di muoversi quando lei non guarda, cercando di slegarsi, la giugulare che palpita).
«Ricordi che ho detto il vento? Ricordi che ho detto le strade sotterranee? Ricordi che ho detto tu sei la fotografia? No, in realtà non te lo ricordi. Bevevi troppo ed eri troppo preso dalle mie tette e dal mio culo. Non hai capito nulla, altrimenti saresti scappato di corsa alla prima occasione. Ora ti piacerebbe, vero, Max?»

puttane
Roberto Bolaño
Puttane assassine, in Puttane assassine (2001)
trad. it. di Ilide Carmignani
Adelphi, 2015

i cani vecchi

Per avere un’altra vita bisognerebbe essere capaci di fare un pacchetto della prima, un pacchetto a regola d’arte, una volta per tutte. Nessuno riesce a farlo in maniera convincente, anche se qualche volta possono dare una spinta le mogli che scappano di casa o i sistemi politici. I cani vecchi non sognano padroni nuovi: nella loro decrepita senilità sognano altre case, scale strane, odori bizzarri, mobili inconsueti, una topografia sconosciuta. Ed è meglio non disturbarli, il segreto è tutto qui.

fondamenta
Iosif Brodskij
Fondamenta degli incurabili
trad. it. di Gilberto Forti
Adelphi, 1991

oggetti fatali

Per esempio: non potrei giurare che in almeno un’occasione, prima della fase Midwest del nostro viaggio o al suo principio, Lolita non abbia potuto trasmettere qualche informazione, o comunque entrare in contatto con uno o più ignoti. Ci eravamo fermati a un distributore sotto l’insegna di Pegaso, e Lo era sgusciata via per fuggire verso il retro dell’edificio, mentre il cofano alzato, sotto il quale mi ero chinato per osservare le manipolazioni del meccanico, la nascondeva per un momento alla mia vista. Incline all’indulgenza, mi limitai a crollare il capo benigno, benché a rigore quelle sue puntatine fossero tabù: sentivo istintivamente che le toilettes – così come i telefoni – erano i punti in cui, per ragioni insondabili, il mio destino rischiava di rimanere impigliato. Abbiamo tutti questo genere di oggetti fatali – in un caso può essere un paesaggio ricorrente, in un altro un numero – scrupolosamente selezionati dagli dèi per attirare eventi particolarmente significativi per noi: qui John inciamperà sempre; là il cuore di Jane sempre si spezzerà.

  
Vladimir Nabokov
Lolita
trad. it. di Giulia Arborio Mella
Adelphi, 1993

le cose dell’estate

E Broad Street era in fiamme. Gli ultimi scampoli della sera si manifestavano in una parata di ori e rossi moribondi. Si accesero i lampioni. Dietro le finestre si scorgeva il tremolio azzurro degli schermi televisivi. E la notte estiva si annunciò, con la sua energia illuminata dalle stelle. Portava con sé tentazioni, struggimenti e malessere, perché queste sono le cose dell’estate.

il fiordo di Killary
Kevin Barry
Il fiordo di Killary
trad. it. di Monica Pareschi
Adelphi, 2014

come tutti sanno

La città del buonsenso. La città dell’assennatezza. Così gli abitanti chiamavano Barcellona. A me piaceva. Era una bella città e credo di essermi abituato a lei già dal secondo giorno (dire dal primo sarebbe un’esagerazione), ma la squadra non andava come ci si aspettava ed ecco che la gente inizia a guardarti storto, succede sempre così, lo so per esperienza, all’inizio i tifosi ti chiedono l’autografo, ti aspettano davanti alla porta dell’albergo per salutarti, quasi ti assillano talmente sono affettuosi, ma poi arriva la sfiga e non ti molla e loro cominciano a tenerti il muso, e dicono che sei uno che cazzeggia, e che passa le notti in discoteca, e che va a puttane, voi mi capite, la gente comincia a chiedersi quanto guadagni, a farti i conti in tasca e giù illazioni e non manca mai lo spiritoso che ti chiama pubblicamente ladro o mille volte peggio. Comunque queste storie succedono da tutte le parti, a me personalmente era già successo qualcosa di simile, ma allora ero nel mio paese, giocavo in casa, mentre adesso ero uno straniero, e la stampa e i tifosi si aspettano sempre qualcosa in più dagli stranieri, è per questo che li fanno venire, no?
Io, per esempio, come tutti sanno, sono ala sinistra.

puttane assassine
Roberto Bolaño
Buba, in Puttane assassine
trad. it di Ilide Carmignani
Adelphi, 2015