voglio sapere

Voglio sapere ciò che dice la gente di quello che ho scritto, disse, lo voglio sapere in ogni momento e da tutti, e invece dico in continuazione, non mi interessa quello che dice la gente, dico, non mi interessa, mi lascia indifferente, e intanto non faccio altro tutto il tempo che bruciare dal desiderio di saperlo, e non c’è niente che io aspetti con altrettanta trepidazione, disse. Mento quando dico, a me non interessa l’opinione del pubblico, a me non interessano i miei lettori, mento quando dico che non voglio assolutamente sapere quello che si pensa di ciò che io scrivo, che non leggo quanto si scrive in proposito, mento quando dico queste cose, mento in un modo assolutamente meschino, disse, perché invece brucio incessantemente dal desiderio di sapere che cosa dice la gente di quello che ho scritto, voglio saperlo sempre, in ogni momento, e qualunque cosa dica la gente dei miei scritti, io ne rimango colpito, la verità è questa.

Antichi maestri
Thomas Bernhard, Antichi Maestri (1985)
Traduzione di Anna Ruchat
Adelphi, 1992

nuno tuno

A un certo punto il disc-jockey ossia imbonitore tra disco e disco della radio Nuno Tuno nel bel mezzo di uno sproloquio si è messo a sbavarsi in un modo che in tutta la Rai non si era mai vista una persona che si sbavasse in quel modo; venne portato in uno sgabuzzino e lì Nuno Tuno continuò a sbavarsi tra l’ammirazione generale. Questa bava che ormai lo ricopriva dalla testa ai piedi si andava intanto raffreddando e solidificando in una cuticola protettiva che lo rinchiudeva tutto intero tranne un buco per la bocca, alla maniera di una pupa. Nuno Tuno rimase in stato quiescente lì nello sgabuzzino con gli arti saldati alle pareti del corpo e la tunica sempre più sclerificata, ma dopo qualche giorno si vide che si era appeso con la testa all’ingiù mediante un complesso di uncinetti, detto cremaster, a un supporto tappezzato di seta e di fili serici come quelli che avvolgevano il suo bozzolo e lo tenevano stretto. Nei relativi comunicati invece di pupa Nuno Tuto veniva detto crisalide, il che è inesatto perché non c’è alcuna prova che
sia diventato un lepidottero. Qualunque cosa fosse diventato, alla Rai non sapevano che farsene, finché non si scoprì che la pupa di Tuno non solo parlava, ma addirittura prediceva l’avvenire. Così venne trasferito al Primo Canale della Televisione in qualità di Oracolo, categoria giornalisti; appena finito il Telegiornale, che descrive o dovrebbe descrivere i fatti del giorno, appare Nuno Tuno a testa in giù nel suo bozzolo iridescente e racconta i fatti del giorno dopo. Queste predizioni non sempre si avverano e comunque si è presto visto che alla gente non piace sapere davvero quel che succederà, soprattutto se poi non succede. Ci furono molte proteste, per esempio, perché Nuno Tuno aveva annunciato la morte del Presidente del Consiglio e poi si dovette constatare che non moriva, tutt’altro. Il direttore dei servizi ha deciso di lasciare la pupa di Tuno appesa in pace nel suo sgabuzzino, in attesa di quel che possa venirne fuori. Nel frattempo ha incaricato un inserviente di spolverarla di quando in quando con l’aspiratore automatico, il che alla lunga potrebbe rivelarsi dannoso per il futuro mostro.

mostri
J. Rodolfo Wilcock
Il libro dei mostri (1978)
Adelphi, 2019

il settimo figlio

Viveva un dì nel villaggio di Izumo chiamato Mochida-no-ura un contadino che era così povero da temere di aver figli. E ogni volta che la moglie gli dava un figlio, lo gettava nel fiume e faceva finta che fosse nato morto. Alle volte era un maschio, altre una femmina; ma in ogni caso la creatura veniva gettata nel fiume di notte. A questo modo ne finirono assassinati sei.
Ma, col passar degli anni, il contadino venne a trovarsi in condizioni economiche migliori. Era riuscito a comprare un po’ di terra e a mettere da parte del denaro. E alla fine la moglie gli diede il settimo figlio: un maschio.
Allora l’uomo disse: «Ora possiamo permetterci un figlio, e ne avremo bisogno per aiutarci quando saremo vecchi. E poi questo bambino è bellissimo. Perciò lo tireremo su».
E il bambino crebbe; e ogni giorno il rude contadino si stupiva di più del proprio cuore – perché si era accorto di amare il figlio ogni giorno di più. Una notte d’estate uscì in giardino con in braccio il figlioletto. Il piccolo aveva cinque mesi.
E la notte era così bella, con quella grande luna, che il contadino esclamò:
«Aa! kon ya medzurashii e yo da! (“Ah! stanotte è una notte incredibilmente bella!”)».
Allora la creatura, alzando gli occhi sul suo viso e parlando come un uomo, disse:
«Ma padre! l’ULTIMA volta che mi hai gettato via era una notte come questa e la luna sembrava proprio uguale, o sbaglio?».
Dopo di che il bambino restò come gli altri bambini della sua età e non disse più nulla.

Il contadino si fece monaco.

Ombre giapponesi
Lafcadio Hearn
Il settimo figlio, in Ombre giapponesi
a cura di Ottavio Fatica
Adelphi, 2018

quaranta sotto zero

Il guaio è che era privo di immaginazione. Nelle cose della vita era sveglio, e sempre pronto, ma soltanto nelle cose, non nel loro significato. Quaranta gradi sotto zero corrispondevano a più di sessanta gradi di gelo. Questo gli faceva l’effetto di qualcosa di freddo e di spiacevole, punto e basta. Non lo induceva a meditare sulla propria fragilità di creatura condizionata dalla temperatura, e sulla fragilità dell’uomo in generale, capace di vivere soltanto entro limiti angusti di caldo e di freddo; per poi di lì passare a congetture sull’immortalità e sul posto dell’uomo nell’universo. Quaranta gradi sotto zero equivalevano a una morsa di gelo che faceva male, da tenere lontano usando le manopole, i paraorecchi, i mocassini caldi e i calzettoni pesanti. Quaranta gradi sotto zero erano per lui né più né meno quaranta gradi sotto zero. Che potessero celare qualcos’altro era un pensiero che non lo aveva mai sfiorato neanche da lontano.

Le mille e una morte
Jack London
Accendere un fuoco, in Le mille e una morte
a cura di Ottavio Fatica
Adelphi, 2006

un problema

È ormai tempo che mi dedichi al mio problema. Chi non ce l’ha, un problema – ciascuno ne ha uno e perfino più d’uno. Hanno valori diversi: il problema principale invade il centro dell’esistenza, rimuove gli altri. Senza sosta ci accompagna come un’ombra e incupisce la mente. È lì anche quando ci svegliamo di notte; ci balza addosso come un animale.
Un uomo di tanto in tanto ha mal di testa; non è piacevole, ma esistono dei rimedi. Il caso si fa serio se un giorno egli sospetta che ci sia sotto qualcosa – forse un piccolo tumore. Ora l’ansia fugace diventa permanente; diventa l’ansia principale.
Eppure anche un’ansia principale come questa è cosa di tutti i giorni. Ce ne convinciamo pensando alla statistica – infatti, mentre il nostro uomo rimugina sul suo tumore, nello stesso momento un’ansia identica opprime sul pianeta molte migliaia d’altri. Egli dunque la divide con loro? Certamente, e tuttavia rimane il suo problema privato e indivisibile. È in gioco l’insieme – sotto il mal di testa si nascondeva il tumore, ma ancor più sotto forse c’è dell’altro, per esempio un carcinoma.
Va anche considerata l’eventualità che non ci sia sotto NIENTE – il problema si fonda sull’immaginazione. Anche l’angoscia ha le sue mode – oggi predilige la guerra atomica e il carcinoma, dunque la rovina collettiva e quella personale.
Un tempo, quando infieriva la paralisi, specie negli strati superiori e lì in particolare fra gli artisti, molti s’immaginavano di esser colpiti da questo male, e più d’uno per questo si uccise. Ma è proprio quando sotto non c’è niente che il problema diventa più inquietante.

Il problema di Aladino
Ernst Jünger
Il problema di Aladino (1983)
traduzione di Bruna R. Bianchi
Adelphi, 1985

uno sparato bianco

Era uomo da non cedere a niente, da non cedere a nessuno, ma più di tutto da non cedere all’opinione pubblica nei cui confronti nutriva sin da quando era giovane un disprezzo che indossava come uno sparato bianco dal quale lo si potesse riconoscere.

il-cadavere
Marcel Jouhandeau
Il cadavere rapito (1936)
trad. it. di Rosetta Signorini
Adelphi, 2016

con le mie sole forze

La sera mia madre mi permetteva di rimanere a lungo in cucina con lei per rimandare così i miei incubi e, quando mi addormentavo, mi portava a letto. Del tutto indifferente alle mie letture, ritenendo che qualsiasi libro fosse ugualmente utile per dimenticare (e in questo non si sbagliava), mi lasciava a volte leggere fino a tardi, perché vedeva che, grazie ai libri, a poco a poco acquistavo coraggio e cominciavo a lottare contro i miei incubi con le mie sole forze.

giardino
Danilo Kiš
Giardino, cenere
trad. it. di Lionello Costantini
Adelphi, 1986

scrivere un racconto

Scrivere un racconto non era facile come scrivere una lettera, o come raccontare una storia a un amico. Io credevo di sì. Cechov aveva detto che era facile, ma io riuscivo a stento a finire una pagina al giorno. Mi scoprivo troppo coinvolto nelle parole, negli strani rapporti fra i loro suoni, quasi che sotto le parole ci fosse una musica, come il canto arcano di un demiurgo dal quale emergessero immagini, oggetti virtuali, strade e alberi e persone: diventava sempre più forte, come se la musica fosse la storia. Dovevo togliermi di mezzo, lasciare che accadesse, ma non ci riuscivo. Ero un cattivo ballerino: sentivo la musica, eseguivo i passi, incapace di lasciarmi andare alla melodia.

sylvia
Leonard Michaels
Sylvia (1992)
trad. it. di Vincenzo Vergiani
Adelphi, 2016

il pigro

Ho notato che è tipico di uno pigro, di uno che detesta muoversi, intestardirsi a muoversi una volta che si è messo in moto, uguale a quando si intestardiva a restar fermo, come se non sia tanto il muoversi quello che detesta quanto il mettersi in moto o fermarsi. E come magari sia orgoglioso di qualsiasi cosa venga su a far sembrare difficile il muoversi o il restar fermo.

Mentre morivo
William Faulkner
Mentre morivo (1930)
trad. it. di Mario Materassi
Adelphi, 2000

la fabbrica di romanzi

Oggi nessuno legge più i romanzi di Yves de Lalande, il che fa sospettare che tra non molto nessuno leggerà più i romanzi di nessuno. Yves de Lalande era un nome inventato: in realtà si chiamava Hubert Puits. Fu il primo produttore di romanzi in scala veramente industriale. Come tutti, si era iniziato nella sua attività su un piano artigianale, scrivendo romanzi a macchina; con questo metodo, per quanto illustre, primitivo, gli ci volevano sei mesi per portare a termine un’opera, e quest’opera era ben lontana dal potersi dire un prodotto rifinito. In tempo, Puits si accorse che l’idea di scrivere da solo qualcosa di così complesso e vario come un romanzo, così pieno di umori e situazioni e punti di vista diversi, sembrava un compito più adatto a un Robinson Crusoe che non a un cittadino della più grande e progredita nazione industriale del ventesimo secolo, la Francia. […]
Puits si convinse che per fare un buon romanzo non basta un uomo solo, ce ne vogliono dieci, forse venti: Balzac, Alexandre Dumas, Malraux, pensava, chissà quanti impiegati avevano.
D’altra parte gli uomini sono portati a litigare tra di loro: meglio cinque impiegate di buon carattere che non dieci geni incompatibili. Così prese avvio lo stabilimento o fabbrica di romanzi Lalande.

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J. Rodolfo Wilcock
La sinagoga degli iconoclasti
Adelphi, 1990