uno sparato bianco

Era uomo da non cedere a niente, da non cedere a nessuno, ma più di tutto da non cedere all’opinione pubblica nei cui confronti nutriva sin da quando era giovane un disprezzo che indossava come uno sparato bianco dal quale lo si potesse riconoscere.

il-cadavere
Marcel Jouhandeau
Il cadavere rapito (1936)
trad. it. di Rosetta Signorini
Adelphi, 2016

con le mie sole forze

La sera mia madre mi permetteva di rimanere a lungo in cucina con lei per rimandare così i miei incubi e, quando mi addormentavo, mi portava a letto. Del tutto indifferente alle mie letture, ritenendo che qualsiasi libro fosse ugualmente utile per dimenticare (e in questo non si sbagliava), mi lasciava a volte leggere fino a tardi, perché vedeva che, grazie ai libri, a poco a poco acquistavo coraggio e cominciavo a lottare contro i miei incubi con le mie sole forze.

giardino
Danilo Kiš
Giardino, cenere
trad. it. di Lionello Costantini
Adelphi, 1986

scrivere un racconto

Scrivere un racconto non era facile come scrivere una lettera, o come raccontare una storia a un amico. Io credevo di sì. Cechov aveva detto che era facile, ma io riuscivo a stento a finire una pagina al giorno. Mi scoprivo troppo coinvolto nelle parole, negli strani rapporti fra i loro suoni, quasi che sotto le parole ci fosse una musica, come il canto arcano di un demiurgo dal quale emergessero immagini, oggetti virtuali, strade e alberi e persone: diventava sempre più forte, come se la musica fosse la storia. Dovevo togliermi di mezzo, lasciare che accadesse, ma non ci riuscivo. Ero un cattivo ballerino: sentivo la musica, eseguivo i passi, incapace di lasciarmi andare alla melodia.

sylvia
Leonard Michaels
Sylvia (1992)
trad. it. di Vincenzo Vergiani
Adelphi, 2016

il pigro

Ho notato che è tipico di uno pigro, di uno che detesta muoversi, intestardirsi a muoversi una volta che si è messo in moto, uguale a quando si intestardiva a restar fermo, come se non sia tanto il muoversi quello che detesta quanto il mettersi in moto o fermarsi. E come magari sia orgoglioso di qualsiasi cosa venga su a far sembrare difficile il muoversi o il restar fermo.

Mentre morivo
William Faulkner
Mentre morivo (1930)
trad. it. di Mario Materassi
Adelphi, 2000

la fabbrica di romanzi

Oggi nessuno legge più i romanzi di Yves de Lalande, il che fa sospettare che tra non molto nessuno leggerà più i romanzi di nessuno. Yves de Lalande era un nome inventato: in realtà si chiamava Hubert Puits. Fu il primo produttore di romanzi in scala veramente industriale. Come tutti, si era iniziato nella sua attività su un piano artigianale, scrivendo romanzi a macchina; con questo metodo, per quanto illustre, primitivo, gli ci volevano sei mesi per portare a termine un’opera, e quest’opera era ben lontana dal potersi dire un prodotto rifinito. In tempo, Puits si accorse che l’idea di scrivere da solo qualcosa di così complesso e vario come un romanzo, così pieno di umori e situazioni e punti di vista diversi, sembrava un compito più adatto a un Robinson Crusoe che non a un cittadino della più grande e progredita nazione industriale del ventesimo secolo, la Francia. […]
Puits si convinse che per fare un buon romanzo non basta un uomo solo, ce ne vogliono dieci, forse venti: Balzac, Alexandre Dumas, Malraux, pensava, chissà quanti impiegati avevano.
D’altra parte gli uomini sono portati a litigare tra di loro: meglio cinque impiegate di buon carattere che non dieci geni incompatibili. Così prese avvio lo stabilimento o fabbrica di romanzi Lalande.

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J. Rodolfo Wilcock
La sinagoga degli iconoclasti
Adelphi, 1990

i volti

A volte la terra trema. L’epicentro del sisma è a nord o è a sud, ma io sento la terra tremare. A volte ho le vertigini. A volte il terremoto dura più del normale e la gente si mette sotto le porte o sotto le scale o esce di corsa in strada. C’è soluzione a questo? Vedo la gente correre per le strade. Vedo la gente entrare nella metropolitana e nei cinema. Vedo la gente comprare il giornale. E a volte tutto trema e per un attimo si ferma ogni cosa. E allora mi domando: dov’è il giovane invecchiato?, perché se n’è andato via?, e a poco a poco la verità comincia a venire a galla come un cadavere. Un cadavere che sale dal fondo del mare o dal fondo di un burrone. Vedo la sua ombra che sale. La sua ombra vacillante. La sua ombra che sale come se risalisse la collina di un pianeta fossilizzato. E allora, nella penombra della mia malattia, vedo il suo volto feroce, il suo dolce volto, e mi domando: sono io il giovane invecchiato? È questo il vero, il grande terrore, essere io il giovane invecchiato che grida senza che nessuno lo ascolti? E se il povero giovane invecchiato fossi io? E allora passano a una velocità vertiginosa i volti che ho ammirato, i volti che ho amato, odiato, invidiato, disprezzato. I volti che ho protetto, quelli che ho attaccato, i volti da cui mi sono difeso, quelli che ho cercato invano.
E poi si scatena la tempesta di merda.

notturno
Roberto Bolaño
Notturno cileno (2000)
trad. it. di Ilide Carmignani
Adelphi, 2016

una parola

Noi diciamo una parola e annientiamo un essere umano senza che questo essere umano da noi annientato, nel momento in cui pronunciamo la parola che lo annienta, abbia cognizione di questo fatto micidiale, pensai. Un simile essere umano, messo a confronto con una tale parola micidiale, nel senso che micidiale è il concetto che ad essa corrisponde, ancora non intuisce nulla dell’effetto micidiale di questa parola e del concetto che
ad essa corrisponde, pensai.

soccombente
Thomas Bernhard
Il soccombente (1983)
trad. it. di Renata Colorni
Adelphi, 1985

la burla universale

Ci sono certe bizzarre circostanze e occasioni in questa strana e caotica faccenda che chiamiamo la vita, che un uomo prende l’intero universo per un’enorme burla in atto, sebbene non riesca a vederne troppo chiaramente l’arguzia, e sospetti anzichenò che la burla non sia alle spalle di altri che le sue. Tuttavia, nulla c’è che scoraggi e nulla sembra degno di discussione. Egli ingolla tutti gli avvenimenti, tutti i culti, le fedi e le persuasioni, tutte le cose difficili visibili e invisibili, non importa quanto indigeribili, come uno struzzo dallo stomaco robusto inghiotte pallottole e pietre focaie. E quanto alle piccole difficoltà e afflizioni, le prospettive d’improvvisa rovina, di pericolo della vita o del corpo, tutto questo, e persino la morte, gli sembrano ingegnosi e amichevoli colpi, allegre spunzonature nei fianchi, somministrati dall’invisibile e inspiegabile vecchio mattacchione. Questa bizzarra specie di umore capriccioso di cui parlo viene a un uomo soltanto in certe circostanze di estrema tribolazione, viene nel bel mezzo della sua serietà, cosicché ciò che poco prima gli sarebbe potuto apparire una cosa di grandissima importanza, ora gli pare soltanto parte della burla universale.

moby
Herman Melville
Moby Dick (1851)
trad. it. di Cesare Pavese
Adelphi, 1987

l’apostolo della polvere

Il pretore (a riposo) Patalocco infatti non poteva ammettere che si spazzasse, ed era l’unico punto su cui a casa sua non transigeva. Non è tanto che gli piacesse la sporcizia, quanto che il suo senso cosmico e profondo della quiete era gravemente turbato da una pratica tanto tumultuosa; che la polvere si sovrapponesse alla polvere non in quanto polvere, ma come segno che tutte le cose andavano per il loro verso era il suo ideale e, a un tempo, la sua idea fissa. Senonché la moglie, approfittando delle sue assenze, riusciva qualche volta a dare una pulita alla casa, il che era fonte piu d’amarezza che di rabbia per il pretore, il quale si sentiva tradito e incompreso, circondato d’inconsapevoli. Ciò appunto conferiva alla sua fisionomia un che di saggio e disilluso nonché, in definitiva, un’alta luce di spirito; apostolo della polvere, il mondo lo disconosceva.

Tommaso Landolfi
La pietra lunare (1939)
Adelphi, 1995

ascolta le loro parole

«Le tue parole, lo riconosco, sono state gentili. Temo, però, che tu non abbia pensato abbastanza bene a quello che dicevi. E meno ancora a quello che dicevo io. Ascolta sempre con attenzione le parole che dicono le donne mentre te le scopi, Max. Se non parlano, bene, allora non hai niente da ascoltare e probabilmente non avrai niente a cui pensare, ma se parlano, anche se è solo un mormorio, ascolta le loro parole e pensaci, pensa al significato, pensa a quello che dicono e a quello che non dicono, cerca di capire cos’è che in realtà vogliono dire. Le donne sono puttane assassine, Max, sono scimmie intirizzite dal freddo che contemplano l’orizzonte da un albero malato, sono principesse che ti cercano nel buio, piangendo, indagando le parole che non potranno mai dire. Viviamo nell’equivoco e pianifichiamo i nostri cicli di vita. Per i tuoi amici, Max, in quello stadio che ora si comprime nei tuoi ricordi come simbolo dell’incubo, io ero solo una strana troietta, uno stadio dentro lo stadio, dove alcuni arrivano dopo aver ballato una conga con la maglietta avvolta intorno alla vita o al collo. Per te ero una principessa sulla Gran Avenida frammentata adesso dal vento e dalla paura (tanto che adesso nella tua testa il viale è il tunnel del tempo), un trofeo privato dopo una notte magica collettiva. Per la polizia sarò una pagina in bianco. Nessuno capirà mai le mie parole d’amore. Tu, Max, ricordi qualcosa di quello che ti ho detto mentre me lo mettevi dentro?»
(Il tipo annuisce, il cenno è chiaramente affermativo, i suoi occhi umidi dicono di sì, le sue spalle tese, il suo ventre, le sue gambe che non smettono di muoversi quando lei non guarda, cercando di slegarsi, la giugulare che palpita).
«Ricordi che ho detto il vento? Ricordi che ho detto le strade sotterranee? Ricordi che ho detto tu sei la fotografia? No, in realtà non te lo ricordi. Bevevi troppo ed eri troppo preso dalle mie tette e dal mio culo. Non hai capito nulla, altrimenti saresti scappato di corsa alla prima occasione. Ora ti piacerebbe, vero, Max?»

puttane
Roberto Bolaño
Puttane assassine, in Puttane assassine (2001)
trad. it. di Ilide Carmignani
Adelphi, 2015