vecchie che cadono

Una vecchia, per la troppa curiosità, si sporse troppo dalla finestra, cadde e si sfracellò.
Dalla finestra si affacciò un’altra vecchia e si mise a guardare giù quella che si era sfracellata, ma, per la troppa curiosità, si sporse troppo anche lei dalla finestra, cadde e si sfracellò. Poi dalla finestra cadde una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta.
Quando cadde la sesta vecchia mi stancai di stare a guardarle, e me ne andai al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un cieco avevano regalato uno scialle fatto ai ferri.

casi


Daniil Charms
Casi (1933-1939)
trad. it. di Rosanna Giaquinta
Adelphi, 1990

fesso

In pratica, Clevinger era un fesso. Spesso a Yossarian sembrava uno di quei tizi appesi sulle pareti dei musei moderni che hanno tutt’e due gli occhi su un lato della faccia. Era un’illusione, ovviamente, provocata dalla tendenza di Clevinger a fissare solo un lato dei problemi e non vederne mai quello opposto. Politicamente era un filantropo che sapeva distinguere la destra dalla sinistra e si trovava scomodamente intrappolato tra l’una e l’altra. Prendeva sempre le parti dei suoi amici comunisti con i suoi nemici destrorsi e quelle dei suoi amici destrorsi con i suoi nemici comunisti, ed era cordialmente detestato da entrambi i gruppi, che non prendevano le sue parti con nessuno perché lo giudicavano un fesso.
Era un serissimo, onestissimo e coscienziosissimo fesso. Era impossibile andare al cinema con lui senza poi trovarsi coinvolti in una discussione sull’empatia, Aristotele, le categorie universali, i messaggi e i doveri del cinema come forma d’arte nella società materialista. Le ragazze che portava a teatro dovevano aspettare fino al primo intervallo per scoprire se la pièce cui stavano assistendo fosse bella o brutta, e a quel punto lo scoprivano in un baleno. Era un idealista militante le cui crociate contro l’intolleranza razziale consistevano nel perdersi d’animo in sua presenza. Sapeva tutto sulla letteratura fuorché come trarne piacere.

Joseph Heller, Comma 22 (1961)
Traduzione di Sergio Claudio Perroni
Bompiani (2016)

cautela

Un giorno di febbraio, alle sette del mattino, padre Ferguson trovò un preservativo usato sul gradino del confessionale.
Rimase a fissarlo, inorridito, per una decina di minuti.
Poi si mise un paio di guanti in gomma, lo raccolse e cestinò.
Prese una spugna, disinfettò il confessionale, e cestinò anche quella.
Infine si raccolse in preghiera, e «Buon Dio,» disse «perdona la mia disattenzione, prometto che la prossima volta sarò più cauto».

cesso

La moglie di Sabatini è un cesso.
Fu la prima cosa che pensai quando me la presentò alla cena di Natale dell’azienda.
Lui: unghie curate, abiti su misura, giovane, affascinate, profumato.
Lei: un cesso.
Mia moglie, pur con tutte le sue imperfezioni e con vent’anni in più, è decisamente più desiderabile, pensai; e non era certo l’amore a parlare, perché di quello, dopo tutto il tempo passato insieme, ho l’impressione che non ce ne resti granché.
Comunque, la disparità tra Sabatini e signora mi aveva fatto piacere, devo ammetterlo, perché da uno come lui ti saresti aspettato una partner all’altezza, e invece… Finalmente una crepa che rischia di mandare la sua perfezione in frantumi, mi dissi mentre le stringevo la mano dopo essermi provvidenzialmente asciugato la mia sui pantaloni, e mentre con la coda dell’occhio vedevo il fastidiosissimo biancore dei denti di Sabatini.
Sabatini infatti, non c’è neanche bisogno di specificarlo, sorrideva.
Sabatini sorride sempre, sorride a tutti.
E secondo me quando uno sorride così, senza ritegno e senza motivo, è perché ha qualcosa da nascondere; quindi proprio in quel momento, mentre lasciavo la mano moscia di sua moglie e stringevo un bicchiere di vino bianco ormai tiepido nell’altra mano, mi ripromisi di smascherarlo.
«A me non la fai, damerino del cazzo,» pensai verso la fine della cena natalizia, con qualche altro bicchiere di bianco che mi risuonava come una risacca in testa «a me non la fai».

(incipit di un racconto nuovo, che uscirà in un raccolta nuova, quando?, chissà)

voglio sapere

Voglio sapere ciò che dice la gente di quello che ho scritto, disse, lo voglio sapere in ogni momento e da tutti, e invece dico in continuazione, non mi interessa quello che dice la gente, dico, non mi interessa, mi lascia indifferente, e intanto non faccio altro tutto il tempo che bruciare dal desiderio di saperlo, e non c’è niente che io aspetti con altrettanta trepidazione, disse. Mento quando dico, a me non interessa l’opinione del pubblico, a me non interessano i miei lettori, mento quando dico che non voglio assolutamente sapere quello che si pensa di ciò che io scrivo, che non leggo quanto si scrive in proposito, mento quando dico queste cose, mento in un modo assolutamente meschino, disse, perché invece brucio incessantemente dal desiderio di sapere che cosa dice la gente di quello che ho scritto, voglio saperlo sempre, in ogni momento, e qualunque cosa dica la gente dei miei scritti, io ne rimango colpito, la verità è questa.

Antichi maestri


Thomas Bernhard, Antichi Maestri (1985)
Traduzione di Anna Ruchat
Adelphi, 1992

nuno tuno

A un certo punto il disc-jockey ossia imbonitore tra disco e disco della radio Nuno Tuno nel bel mezzo di uno sproloquio si è messo a sbavarsi in un modo che in tutta la Rai non si era mai vista una persona che si sbavasse in quel modo; venne portato in uno sgabuzzino e lì Nuno Tuno continuò a sbavarsi tra l’ammirazione generale. Questa bava che ormai lo ricopriva dalla testa ai piedi si andava intanto raffreddando e solidificando in una cuticola protettiva che lo rinchiudeva tutto intero tranne un buco per la bocca, alla maniera di una pupa. Nuno Tuno rimase in stato quiescente lì nello sgabuzzino con gli arti saldati alle pareti del corpo e la tunica sempre più sclerificata, ma dopo qualche giorno si vide che si era appeso con la testa all’ingiù mediante un complesso di uncinetti, detto cremaster, a un supporto tappezzato di seta e di fili serici come quelli che avvolgevano il suo bozzolo e lo tenevano stretto. Nei relativi comunicati invece di pupa Nuno Tuto veniva detto crisalide, il che è inesatto perché non c’è alcuna prova che
sia diventato un lepidottero. Qualunque cosa fosse diventato, alla Rai non sapevano che farsene, finché non si scoprì che la pupa di Tuno non solo parlava, ma addirittura prediceva l’avvenire. Così venne trasferito al Primo Canale della Televisione in qualità di Oracolo, categoria giornalisti; appena finito il Telegiornale, che descrive o dovrebbe descrivere i fatti del giorno, appare Nuno Tuno a testa in giù nel suo bozzolo iridescente e racconta i fatti del giorno dopo. Queste predizioni non sempre si avverano e comunque si è presto visto che alla gente non piace sapere davvero quel che succederà, soprattutto se poi non succede. Ci furono molte proteste, per esempio, perché Nuno Tuno aveva annunciato la morte del Presidente del Consiglio e poi si dovette constatare che non moriva, tutt’altro. Il direttore dei servizi ha deciso di lasciare la pupa di Tuno appesa in pace nel suo sgabuzzino, in attesa di quel che possa venirne fuori. Nel frattempo ha incaricato un inserviente di spolverarla di quando in quando con l’aspiratore automatico, il che alla lunga potrebbe rivelarsi dannoso per il futuro mostro.

mostri


J. Rodolfo Wilcock
Il libro dei mostri (1978)
Adelphi, 2019