che ci faccio qui

Mi fanno male i piedi.
Qua dentro c’è un caldo assassino.
E c’è puzza di sudore giovane, mescolata a un odore dolciastro che non capisco bene cos’è.
Il cantante esce sul palco, ha addosso una giacca e dei pantaloni dorati, ricoperti di lustrini. Nella luce dei fari sembra vestito di scintille da saldatore.
Ha un paio di occhiali da sole con la montatura bianca, enormi, che gli coprono mezza faccia.
Quando alza un braccio e saluta, tutti urlano il suo nome.
Urla anche mia moglie, in piedi davanti a me, solo che invece del nome d’arte lei urla quello di battesimo.
Se mi avessero detto che un giorno sarei stato sotto un palco ad ascoltare musica come questa, e che sul palco ci sarebbe stato mio figlio, vestito come un cioccolatino, avrei risposto Voi siete pazzi.
E invece.
Passo le prime tre canzoni a chiedermi che ci faccio qui.

(incipit di un racconto inedito dal titolo Che ci faccio qui; continua sul nuovo numero di retabloid, qui)

polvere

Vede, – disse l’uomo seduto di fronte a me nel treno, – io mi occupo di polvere, nient’altro che di polvere. […] Immagino che per lei la polvere sia soltanto un fastidio, trascuratezza e invecchiamento del mondo, invece è piena di novità. […] C’è una buona parte di polvere che arriva dallo spazio, pulviscolo cosmico, infinitesimi granelli di comete e meteoriti che ricadono sulla terra, così il pianeta aumenta di peso ogni anno, ogni anno la terra pesa diecimila tonnellate in più, diecimila tonnellate di polvere.

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paradiso

Ora vi spiego un paio di cose. La gente prende alla lettera il linguaggio figurato e le allegorie della Bibbia, e quando arrivano in cielo le prime cose che chiedono sono l’aureola, l’arpa, e insomma tutte queste cose qui. Da queste parti, se qualcuno lo chiede con lo spirito giusto, nessuno nega niente a nessuno se si tratta di una richiesta innocua e ragionevole. Così, senza fiatare, gli consegnano tutta quella roba. Quelli se ne vanno, e cantano e suonano ma solo per un giorno al massimo, e quella è la prima e l’ultima volta che li vedete nel coro. Non hanno bisogno che nessuno gli dica che questo genere di cose non è mica che fanno il paradiso… almeno non un paradiso dove un individuo sano di mente riesca a resistere una settimana senza uscire pazzo. Quel banco di nuvole è situato in modo tale che il baccano non disturbi gli anziani abitanti del posto, e quindi non crea nessun problema lasciare che, non appena arrivati, tutti vadano là in cima e si facciano passare la smania per certe cose.
Ricordate bene questo, ora… Il paradiso è il luogo più bello e felice che ci sia; ma è anche il posto più trafficato di cui sentirete mai parlare. Dopo il primo giorno, qui non ce n’è di gente oziosa. Cantare inni e sventolare rami di palma per tutta l’eternità andrà pure bene quando se ne sente parlare dal pulpito, ma è anche il peggior modo per impiegare il proprio tempo, proprio il più stupido che si possa immaginare. Il paradiso diventerebbe un luogo di ignorantoni che gorgheggiano, mi capite? A sentirlo dal pulpito, anche l’Eterno Riposo sembra passabile. Beh, provatelo una sola volta, e vedrete come vi sembrerà di non farcela più, a sopportarlo. Perbacco, Stormfield, un uomo come voi, che tutta la vita è sempre stato attivo e irrequieto, dopo sei mesi uscirebbe matto in un paradiso dove non avesse nulla da fare. Il paradiso è l’ultimo posto al mondo dove venire a riposare…. Ci potete scommettere sopra, sicuro come la morte!

Mark Twain
Visite in paradiso e istruzioni per l’aldilà (1909)
Traduzione di Livio Crescenzi
Mattioli 1885, 2014

vecchie che cadono

Una vecchia, per la troppa curiosità, si sporse troppo dalla finestra, cadde e si sfracellò.
Dalla finestra si affacciò un’altra vecchia e si mise a guardare giù quella che si era sfracellata, ma, per la troppa curiosità, si sporse troppo anche lei dalla finestra, cadde e si sfracellò. Poi dalla finestra cadde una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta.
Quando cadde la sesta vecchia mi stancai di stare a guardarle, e me ne andai al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un cieco avevano regalato uno scialle fatto ai ferri.

casi


Daniil Charms
Casi (1933-1939)
trad. it. di Rosanna Giaquinta
Adelphi, 1990

fesso

In pratica, Clevinger era un fesso. Spesso a Yossarian sembrava uno di quei tizi appesi sulle pareti dei musei moderni che hanno tutt’e due gli occhi su un lato della faccia. Era un’illusione, ovviamente, provocata dalla tendenza di Clevinger a fissare solo un lato dei problemi e non vederne mai quello opposto. Politicamente era un filantropo che sapeva distinguere la destra dalla sinistra e si trovava scomodamente intrappolato tra l’una e l’altra. Prendeva sempre le parti dei suoi amici comunisti con i suoi nemici destrorsi e quelle dei suoi amici destrorsi con i suoi nemici comunisti, ed era cordialmente detestato da entrambi i gruppi, che non prendevano le sue parti con nessuno perché lo giudicavano un fesso.
Era un serissimo, onestissimo e coscienziosissimo fesso. Era impossibile andare al cinema con lui senza poi trovarsi coinvolti in una discussione sull’empatia, Aristotele, le categorie universali, i messaggi e i doveri del cinema come forma d’arte nella società materialista. Le ragazze che portava a teatro dovevano aspettare fino al primo intervallo per scoprire se la pièce cui stavano assistendo fosse bella o brutta, e a quel punto lo scoprivano in un baleno. Era un idealista militante le cui crociate contro l’intolleranza razziale consistevano nel perdersi d’animo in sua presenza. Sapeva tutto sulla letteratura fuorché come trarne piacere.

Joseph Heller, Comma 22 (1961)
Traduzione di Sergio Claudio Perroni
Bompiani (2016)

cautela

Un giorno di febbraio, alle sette del mattino, padre Ferguson trovò un preservativo usato sul gradino del confessionale.
Rimase a fissarlo, inorridito, per una decina di minuti.
Poi si mise un paio di guanti in gomma, lo raccolse e cestinò.
Prese una spugna, disinfettò il confessionale, e cestinò anche quella.
Infine si raccolse in preghiera, e «Buon Dio,» disse «perdona la mia disattenzione, prometto che la prossima volta sarò più cauto».

cesso

La moglie di Sabatini è un cesso.
Fu la prima cosa che pensai quando me la presentò alla cena di Natale dell’azienda.
Lui: unghie curate, abiti su misura, giovane, affascinate, profumato.
Lei: un cesso.
Mia moglie, pur con tutte le sue imperfezioni e con vent’anni in più, è decisamente più desiderabile, pensai; e non era certo l’amore a parlare, perché di quello, dopo tutto il tempo passato insieme, ho l’impressione che non ce ne resti granché.
Comunque, la disparità tra Sabatini e signora mi aveva fatto piacere, devo ammetterlo, perché da uno come lui ti saresti aspettato una partner all’altezza, e invece… Finalmente una crepa che rischia di mandare la sua perfezione in frantumi, mi dissi mentre le stringevo la mano dopo essermi provvidenzialmente asciugato la mia sui pantaloni, e mentre con la coda dell’occhio vedevo il fastidiosissimo biancore dei denti di Sabatini.
Sabatini infatti, non c’è neanche bisogno di specificarlo, sorrideva.
Sabatini sorride sempre, sorride a tutti.
E secondo me quando uno sorride così, senza ritegno e senza motivo, è perché ha qualcosa da nascondere; quindi proprio in quel momento, mentre lasciavo la mano moscia di sua moglie e stringevo un bicchiere di vino bianco ormai tiepido nell’altra mano, mi ripromisi di smascherarlo.
«A me non la fai, damerino del cazzo,» pensai verso la fine della cena natalizia, con qualche altro bicchiere di bianco che mi risuonava come una risacca in testa «a me non la fai».

(incipit di un racconto nuovo, che uscirà in un raccolta nuova, quando?, chissà)