novissimo corso di scrittura

Lezione 1: impara il dialogo non sequenziale grazie a un treenne

– Adesso si spegne la luce e si dorme.
– Papà. Ma gli elefanti esistono?
– Sì. Non qui. E adesso…
– … i piccoli, dico, come le tigri…
– Esistono anche le tigri. Adesso chiudi gli occhi e…
– … allora, pensavo: ma quale è il mio talento?
– Ma non lo so, sei bravo a costruire le cose coi Lego.
-… a me piacciono molto i salvataggi, comunque…
– Va bene, silenzio, però. È tardi.
– Tu-tuu…
– Cosa?
– Tu-tuuu. Ha-haaa!
– Basta parlare, basta cantare. Mi arrabbio eh…
– L’ultima cosa. Sei noiosino.
– Shhht!
– …
– …
– Etcì.

FINE

la battuta

Nel momento in cui questo vivido, concreto incubo in cui siamo tutti immersi ha cominciato a prendere forma, diciamo sei settimane fa, nella mia bolla – che per ragioni varie è una bolla per lo più letteraria – ha iniziato a farsi strada una battuta: «Dio ci scampi dai romanzi sulla pandemia che usciranno tra quattro mesi» (o cinque, o dodici: la battuta conteneva in sé il germe dell’incertezza su quando – se? – le cose torneranno come prima).

La battuta, devo ammetterlo, non mi è sembrata divertente; se mai c’è stato un periodo in cui la mia voglia di ridere è andata scemando è questo – e io adoro ridere, anche per le cose più stupide. Ultimamente fatico a sostenere quello che ho sempre pensato, ovvero che non ci sia quasi nessun argomento su cui non sia lecito scherzare. Compressi in quel quasi ci ho sempre messo il contesto, il tempismo, l’opportunità. Quel quasi era l’eccezione, il motivo per cui, pensavo, si può anche scherzare sulla malattia, ma non è consigliabile farlo durante il funerale di qualcuno che di quella malattia è morto. E il presente, per me, ha iniziato ad assumere proprio questi contorni: un lugubre funerale, diffuso e quotidiano. Il presente ha fatto emergere aspetti del mio carattere di cui mi vergogno – non ultima una iniziale, spasmodica ricerca di informazioni rassicuranti, dal raggio sempre più ristretto: la speranza che il virus non arrivasse nel paese in cui vivo, e poi nella regione, e poi nella città; qui mi sono fermato, ma solo perché non erano disponibili informazioni sulla via, il condominio, la scala.

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crescere

Crescere funziona più o meno così: alle medie c’era una prof di eccezionale bruttezza e altrettanta cattiveria, che ci metteva addosso un terrore senza nome. Pretendeva che si comprassero i materiali tennici che diceva lei – bella sfiga per una che insegna educazione tecnica, avere sto problema del non riuscire a pronunciare CN. Comunque, se compravi i materiali tennici sbagliati: umiliazione e reprimenda. Se sbagliavi a fare un disegno: umiliazione e reprimenda. Se quel giorno si era svegliata storta, il che era suppergiù la norma: umiliazione e reprimenda. Quando alzava la voce noi ci facevamo piccoli piccoli, tzarn come i conigli di Richard Adams. Poi una volta, credo fosse in terza media, mi ha chiamato alla lavagna. Io ho fatto qualcosa di sbagliato, e lei stava attaccando con l’umiliazione e la reprimenda, solo che ha commesso un errore: per puntarmi addosso quel suo odioso ditino indice, per sventolarmelo bene sotto il naso, si è alzata in piedi ed è scesa da quella specie di pedana su cui era appoggiata la cattedra. E così si è resa conto che nel frattempo io ero cresciuto, parecchio, e che anche volendo quel suo ditino del cazzo sarebbe riuscita al massimo a sventolarmelo all’altezza dello sterno (era minuscola, lei sì, ancor più minuscola di quanto fosse in grado di farci sentire con le umiliazioni e le reprimende). La cosa l’ha colpita, si è visto dall’espressione. Ha fatto un passo indietro, è risalita sulla cattedra, ha provato a riconquistare un po’ di autorità. Ma il gioco si era rotto. Sono finita, deve aver pensato, questo qua è troppo alto, è andato. Quello che non sapeva, e che con grande sforzo ho cercato di non lasciar trasparire, è che se anche il ditino ora mi arrivava allo sterno, lei mi terrorizzava comunque. Ecco, crescere credo sia grossomodo questa roba qui. E, infine, per quanto sia improbabile: prof, se mi sta leggendo, ecco il libretto, mi metta una nota spietata come quelle che scriveva allora, e poi mi perdoni, non lo faccio più, promesso, non lo faccio più.

aggiungere altro

«Papà, ma tu vuoi che io abbia paura del buio o no? Non ho ancora capito».
«No… e sí. Un po’ no e un po’ sí».
«Perché un po’ sí? Non mi vuoi bene?».
«Certo che ti voglio bene, è proprio per questo che un po’ è sí».
«Ma perché?».
«Perché finché hai paura del buio, non hai paura della luce, e non farmi aggiungere altro».

978880625060HIG

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Michele Mari, Il buio

in Le maestose rovine di Sferopoli

Einaudi, 2021

sali su e fallo

(intervento letto durante la Wallace Experience al Circolo dei Lettori di Torino, 12/09/2018)

Buonasera a tutti.

Il motivo per cui sono qui è per provare a dire qualcosa su uno dei miei racconti preferiti.

Lo ha scritto, indovinate un po’?,  David Foster Wallace, si intitola Per sempre lassù ed è contenuto in Brevi interviste con uomini schifosi (tradotto da Ottavio Fatica e Giovanna Granato).

Ora, se siete qui, è abbastanza probabile che lo conosciate già; per chi non l’avesse ancora letto ecco la trama, ridotta all’osso: Un ragazzino, nel giorno del suo tredicesimo compleanno, va in piscina con la sua famiglia, sale sul trampolino, e lì si blocca.

O, per lo meno, questo è quello che vedrebbe un ipotetico osservatore seduto a bordo piscina. Quello che però succede davvero nel racconto, il nostro osservatore a bordo piscina non lo potrebbe vedere, perché succede o è successo dentro al ragazzino, o comunque sul confine tra dentro e fuori, cioè sulla sua pelle.

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buona dissoluzione

Un cazzone ridicolo». Uno che dovrebbe ringraziare chi gli ha fatto il favore di registrare la sua «trascurabile esistenza», facendolo uscire dal suo misero «cono d’ombra».

Questo, modestamente, sarei io. Per capire da dove venga questa lusinghiera descrizione mi vedo però costretto a chiedervi un passo indietro. Andiamo.

Nel 2018 pubblico una raccolta di racconti con una piccola, agguerrita, coraggiosissima casa editrice. Nonostante le circostanze (il semi-esordiente, con una raccolta di racconti, in Italia: sembra una versione editoriale di Cluedo, e la vittima, scontata, è il successo) il libro va piuttosto bene.

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un lago

C’era un lago – piccolo ma pieno di vita –, e di fianco al lago c’era un piccola casa di legno, e nella piccola casa di legno c’era un uomo.
L’uomo sopravviveva grazie al lago, che ogni giorno gli forniva quello di cui aveva bisogno per sopravvivere: acqua e cibo.
Ma il lago – almeno così sembrava all’uomo – era costantemente minacciato: predatori che nuotavano sul fondo, siccità improvvise, strane alghe marroni che ne infestavano i bordi.
E così le giornate dell’uomo scorrevano in bilico tra i due estremi, quello salvifico e quello traboccante d’ansia, che il lago portava con sé.

(e questo è tutto quello che ho da dire sull’essere genitori, in generale ma più in particolare nell’anno 2021)

destino

«Te ci credi al destino?».
«No».
«He he».
«Cosa?».
«Cosa “cosa”?».
«Ha ridacchiato, hai fatto “He he”, perché?».
«Be’, perché era ovvio che avresti risposto così».
«No, senti, non incominciamo, ho mal di testa, davvero».
«He he».
«Ho capito che adesso qualsiasi cosa io dica o faccia tu sosterrai che era scritto nel destino anche se non credo nel destino, ma alla lunga rompi le balle».
«He he».
«Vabbe’, senti, io vado…
«H…
«… e tu non osare, non ti permettere, stai zitto! Zitto, ok? Vado».

(«He he».)

lei noi lei

«Pronto».
«Buongiorno signore, chiamo per proporle il trading online!».
«No, guardi, grazie ma non mi interessa».
«Questo lo so, altrimenti avrebbe chiamato lei noi, e non noi lei».

Non è riuscito a vendermi nulla, però devo dire che a spiazzarmi è stato bravo.