uno sparato bianco

Era uomo da non cedere a niente, da non cedere a nessuno, ma più di tutto da non cedere all’opinione pubblica nei cui confronti nutriva sin da quando era giovane un disprezzo che indossava come uno sparato bianco dal quale lo si potesse riconoscere.

il-cadavere
Marcel Jouhandeau
Il cadavere rapito (1936)
trad. it. di Rosetta Signorini
Adelphi, 2016

il disastro

Non sarei partita. Avrei avuto cura di lei. Sarebbe guarita. Mi venne anche fatto di pensare che era una promessa che non potevo mantenere. Non potevo aver sempre cura di lei. Non potevo non lasciarla mai. Non era più una bambina. Era un’adulta. Nella vita accadevano delle cose che le madri non potevano né impedire né aggiustare. A meno che una di quelle cose non l’avesse uccisa prematuramente, come una volta era quasi successo al Beth Israel e un’altra volta poteva ancora succedere all’UCLA, io sarei morta prima di lei. Ricordavo discussioni in studi di avvocati durante le quali mi aveva costernato la parola «premorienza». Non era possibile usare quella parola. Dopo ognuna di queste discussioni vedevo le parole «comune disastro» in una luce nuova e favorevole. Eppure un giorno durante un volo tempestoso tra Honolulu e Los Angeles avevo immaginato un disastro del genere e lo avevo respinto. L’aereo sarebbe precipitato. Miracolosamente, lei e io saremmo scampate all’incidente e saremmo andate alla deriva nel Pacifico, aggrappate a qualche rottame. Il dilemma era questo: poiché avevo le mestruazioni e il sangue avrebbe attirato i pescicani, avrei dovuto abbandonarla, allontanarmi a nuoto, lasciarla sola.
Potevo farlo?
Tutti i genitori si sentivano così?

anno
Joan Didion
L’anno del pensiero magico (2005)
trad. it. di Vincenzo Mantovani
il Saggiatore, 2006

un palcoscenico

(Gli occhi di mia madre erano incomprensibili: un palcoscenico buio sul quale venivano rappresentate indistinte scene di folla, e tutto quello che uno poteva percepire era tumulto e dramma, né aveva importanza quanto durasse l’attesa; le luci non si accendevano mai e la scena non veniva mai spiegata.)

primo-amore
Harold Brodkey, Lo stato di grazia
in Primo amore e altri affanni (1958)
trad. it. di Grazia Rattazzi Gambelli
Fandango, 2011

la cosa strana

Mi son reso conto che la sera, prima di dormire, faccio una cosa strana.
Leggo un po’, poi quando sento che arriva il sonno spengo la luce, mi distendo e assumo una posizione poco confortevole: un braccio schiacciato sotto il corpo o una gamba piegata in modo innaturale, il collo storto, mi creo un fastidio fisico, insomma.
E me ne sto lì due, tre, quattro minuti, sempre più scomodo, sempre più stanco, il braccio che si informicola e la gamba anchilosata.
Basterebbe sfilare il braccio, stendere la gamba, ma non lo faccio, come se il corpo si rifiutasse si muoversi.
Aspetto.
Dopo un po’ mi libero, mi metto su un fianco e per sei o sette ore, come diceva quello, non ci sono più.
Perché lo faccio? Non so.
È una cosa strana, vi avevo avvertito.

con le mie sole forze

La sera mia madre mi permetteva di rimanere a lungo in cucina con lei per rimandare così i miei incubi e, quando mi addormentavo, mi portava a letto. Del tutto indifferente alle mie letture, ritenendo che qualsiasi libro fosse ugualmente utile per dimenticare (e in questo non si sbagliava), mi lasciava a volte leggere fino a tardi, perché vedeva che, grazie ai libri, a poco a poco acquistavo coraggio e cominciavo a lottare contro i miei incubi con le mie sole forze.

giardino
Danilo Kiš
Giardino, cenere
trad. it. di Lionello Costantini
Adelphi, 1986

botte da orbi

Lui nella casa di campagna ce li aveva ancora tutti i suoi lettini, allineati in una medesima stanza come un’allegoria delle età dell’uomo: e non avrebbe dovuto conservarsele sacre le sue prime letture? Non erano forse un documento – una prova! – della sua infanzia e insieme del suo angosciato dibattersi per non uscirne mai, da quella infanzia, mentre invece tutto aveva congiurato a strappargliela via a sangue a colpi di paure, di orrende prurigini, di ambigue conquiste intellettuali («Il risveglio epico»! «Il cammino dell’uomo»!), di botte da orbi? Sentiva in profondo che se la vita è corruzione ed abiura, dovrebbe essere altissimamente morale contrapporre alla sua ruina il movimento contrario del riscatto, del disseppellimento affettuoso.

sanguinosa
Michele Mari
Tu, sanguinosa infanzia (1997)
Einaudi (2009)

lista delle cose “YEAH”che poi “mah…”

Lista di cose che all’inizio pensi “YEAH!!!”, ma poi finisci per abbandonare quando capisci che invece sono più “mah…”:

– Le scarpe rosse
– Molti utensili da cucina, tra cui: i cestelli in bambù giapponesi per cucinare a vapore, lo snocciolaolive, l’attrezzo che taglia le patate frisè
– Gli attrezzi da palestra da mettere in casa
– La GoPro
– La placchetta che andava immersa in acqua con l’argenteria e la lucidava
– I dildo spropositati
– La salsa al tartufo
– I cappelli bislacchi
– I set base per dare avvio a un nuovo hobby di qualsiasi tipo (ma in particolar modo: di genere sportivo e artistico)
– Le liste di cose che all’inizio pensi “YEAH!!!”, ma poi ecc. ecc.

(continua, forse)

il topo

topo

Curiosa però, la vita del topo.
Usato come vezzeggiativo per le persone a cui si vuole bene (topina, topolino ecc. ecc.) poi appena se ne vede uno dal vivo son trappole, veleni, lanciafiamme.
Il topo odia noi, e la nostra ipocrisia.

esperienza iperborea

Questa è un’esperienza iperborea: cancellare la memoria dei luoghi, muovendosi in un paesaggio vergine. Mu sta lasciando le sue impronte su marciapiedi mai calpestati prima e fa molta attenzione a non pensare. Guarda e basta. Altrimenti già domani gli angoli delle strade o i dettagli delle case potrebbero essere legati a una minima esperienza pregressa.

mu.jpg
Tommaso Labranca
Mu
20090, 2015