ancora in libertà

L’assassino si è presentato in questura, ha chiesto di poter parlare con un poliziotto e gli ha confessato l’omicidio. Ha raccontato di non aver mai conosciuto prima la vittima e di non aver avuto alcuna motivazione valida per farle del male. Di averla incontrata per caso in un luogo appartato e aver colto l’attimo, tutto qui. Ha descritto con abbondanza di particolari la ferocia con cui si è accanito sulla vittima prima e sul cadavere poi, e il metodo scelto per sbarazzarsi del corpo. Ha detto di non provare alcun rimorso, e si è rifiutato di dare qualsiasi indizio sul luogo del delitto.
Dal momento che per ora non risultano persone scomparse, e che senza un corpo non c’è reato, il poliziotto si è visto costretto a congedare l’assassino.
L’assassino è ancora in libertà.

eccola qui


Renzo cerca, cerca da troppo tempo.
Con la luce in faccia, rughe di concentrazione sulla fronte e mani sulle ginocchia.
Ha esplorato tutte le superfici, dalla prima all’ultima e ritorno.
Ha tentato di cambiare prospettiva, dall’alto, dal basso.
Ha spostato, ha rimesso a posto.
Ha distolto lo sguardo, ha osservato, ancora e ancora e ancora.
La sua ricerca è stata vana.
“Eccola qui”, dice alla fine sua moglie, prelevando il tubetto di maionese dal primo ripiano del frigo, a pochi centimetri dal naso del marito.

mai più

C’erano le facce, chine su di lui, giovani e vecchie.
Facce preoccupate, facce incuriosite.
E c’erano le voci, alcune collegate alle facce, altre che provenivano dai margini del suo campo visivo.
Oddio, dicevano le voci, che è successo?, Qualcuno ha visto?, Chiamate un’ambulanza!, Guarda quanto sangue!, Presto, chiamate l’ambulanza!, Ma è caduto?, Forse si è sentito male, Sarà drogato, Chi chiama un’ambulanza?
Le attenzioni delle facce e il suono delle voci sembravano riscaldarlo, un abbraccio che scendeva dalla testa al collo e poi giù lungo la schiena. Sperò che non chiamassero nessuno, che lo lasciassero disteso, che nulla cambiasse, mai più.

se serve, son qui

Alla fine, non senza un certo senso di inquietudine per quel che ci avrebbe trovato, aprì il profilo personale che l’agenzia delle entrate gli aveva aperto sul sito dell’agenzia delle entrate. Non trovò grosse sorprese, salvo una multa non pagata una decina di anni prima.
E allora, gonfio di solerzia, scrisse una mail per dire che sì, lui, dopo aver visto sul profilo personale che l’agenzia delle entrate gli aveva aperto sul sito dell’agenzia delle entrate, quella multa là la voleva pagare. Però ecco, scrisse, magari saper per che cos’era, vedi mai che ci sia stato un errore.
Dopo un mese l’agenzia delle entrate lo informò che ai sensi della legge tal dei tali, per ricevere informazioni sui pagamenti pendenti era necessario inviare la copia di un documento di identità ovvero una delega firmata nel caso stesse scrivendo per conto di un’altra persona.
E allora lui, che come si poteva desumere dalla prima mail che aveva spedito all’agenzia delle entrate non stava scrivendo per conto di un’altra persona, gonfio di solerzia fece una scansione della carta d’identità e la mandò all’agenzia delle entrate.
Dopo un mese l’agenzia delle entrate gli rispose che la casella in oggetto risultava già saldata, e che a suo carico, per la cartella in oggetto, risultavano da saldare solo i diritti di notifica.
E allora lui, gonfio di solerzia, scrisse all’agenzia delle entrate dicendo che sì, quei diritti di notifica là li voleva pagare, ma magari aver un bollettino, o i dati del conto corrente su cui fare il versamento, giusto per orientarsi.
Non gli rispose nessuno.
E allora lui, stufo di solerzia, scrisse all’agenzia delle entrate.
Non so come far a pagare, scrisse, quindi non posso pagare.
Se serve, scrisse, comunque son qui.
Non gli rispose nessuno.

telegramma

sono passati due mesi – stop
non c’è più posto qui in casa – stop
vieni a pigliar la tua roba – stop
tanto le chiavi ce l’hai – stop

se poi quando passi mi avverti – stop
io non mi faccio trovare – stop
così ci evitiam l’imbarazzo – stop
di finger sia tutto normale – stop

poi quando esci di casa – stop
lascia le chiavi in salotto – stop
tirati dietro la porta – stop
e vattene dove ti va – stop

quasi mi dimenticavo – stop
riguardo al tuo cane pulcioso – stop
in due mesi abbiam fatto amicizia – stop
e ho deciso, lo tengo con me – stop

non avete guardato bene

A dare l’allarme fu una coppia di turisti, che sentirono le urla del malcapitato mentre erano intenti ad ammirare la piena dell’Adige dalla sommità della gobba di Ponte Pietra, e che inorridirono nel constatare che le stesse provenivano dal buco al centro del ponte, ormai quasi del tutto sommerso dall’acqua.
Vista la difficoltà di giungere sul posto utilizzando mezzi di soccorso di qualunque tipo, un pompiere si calò dal parapetto del ponte con una fune e trasse in salvo il malcapitato, esausto e prossimo a essere trascinato via dalla corrente.
Portato in questura per accertamenti il malcapitato risultò nullatenente, privo di documenti e del tutto restio a fornire le proprie generalità. Ammise soltanto di vivere nel buco di Ponte Pietra già da qualche tempo, poi si rinchiuse in un testardo silenzio.
Come è possibile, chiese un cronista locale che lo intercettò all’uscita della questura, che lei abbia vissuto nel bel mezzo del ponte e che nessuno se ne sia accorto?
Si vede che non avete guardato bene, disse il malcapitato.

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meno di quel che pensavi

Ti assumono in un’azienda di pulizie. Il lavoro è facile e a sorpresa non troppo faticoso. Il lavoro non ti piace. Raccogli cartacce, riannodi cavi: mouse e tastiere e lampade. Lavori in una delle torri, cinque giorni alla settimana, quattro ore al giorno. Uno sputo di detersivo blu su ogni scrivania bianca poi una passata con la spugna gialla. Quando cominci ti affidano i piani bassi; lavori bene qualche mese, sali a quelli superiori. Svuoti cestini, spolveri monitor. La paga è discreta, la vita monotona. Continui a lavorare bene, così sali, sali, finché non ti affidano gli ultimi tre piani. Qui inizi anche a svuotare posaceneri, perché a quanto pare ai dirigenti è concesso di fumare in ufficio. Una sera, quando il turno sta per finire, giri attorno alla scrivania che domina l’ultimo piano – e a cascata, tutti gli altri. Premi un interruttore e lassù, nel cervello della più alta tra le torri, scrocchi un caffè all’uomo più potente della città.
Buono, ma meno di quel che pensavi.