odio

A forza di essere nominati in coppia, come un duo comico che resta tale anche quando non si esibisce più, secondo me, ormai, muschi e licheni si odiano parecchio.

servilismo

La vita è quella cosa beffarda che vorresti dormire ma non puoi perché devi cullare tua figlia che dovrebbe dormire ma non vuole, e a un certo punto non sai più cosa fare, anche perché son finiti i verbi servili.

funerale

Una cortesia: al mio funerale (quando sarà, speriamo il più tardi possibile, tiè) abbracciate il nonsense e gridate parole a caso.
“Gom-ma-pa-ne, gom-ma-pa-ne!”
“Strac-chi-no, strac-chi-no!”
“Pi-so-lo-ne, pi-so-lo-ne!”
Che se la morte è assurda, l’assurdo di più.

lista delle cose buone anche se imperfette

Volevo fare una lista di cose che anche quando non son perfette poi alla fine mi piacciono comunque, ed eccola qui:

– la pizza
– le canzoni dei Clash
– le poppe
– i film e telefilm con gli zombi
– i cani
– i libri di Philip K. Dick
– il caffè
– i massaggi
– i film o telefilm o quel che è con Bruce Campbell
– il sesso orale
– le copertine dei libri senza immagini o foto, solo grafica/lettering/etc.
– l’odore dei capelli dei neonati
– i gol al volo

(continua)

Stayin’ Alive

E insomma un sabato mattina, da bravo padre coscienzioso, son andato al Corso di pronto soccorso pediatrico e manovre di disostruzione. Ora, la cosa interessante di tutti i corsi che non fanno parte del percorso scolastico/universitario/formativo è che nel giro di pochissimi secondi fanno riemergere le stesse dinamiche e le stesse maschere del percorso scolastico/universitario/formativo.
E quindi abbiamo il saputello che vuol dimostrare di sapere già tutto (e ti fa venir la voglia di prenderlo per un orecchio e dirgli Senti, te, ma andare a far una passeggiata invece di star qui a stracciar le balle a tutti?), quello che alza la mano per far una domanda ma poi la voce gli esce pigolante perché è troppo timido per parlare in pubblico, quello che prende appunti come un ossesso e trascrive tutto tutto tutto anche gli hhh quando il docente riprende fiato, quello che sta seduto sempre in ultima fila (nella fattispecie: io), e così via.
La cosa peculiare di un corso come questo è invece che trattando di argomenti seri, di manovre che posson salvare una vita, anche quello che al liceo stava seduto in ultima fila e se ne impipava della poetica di Esiodo qui invece ci tiene a dimostrare – nelle successive due ore di pratica su dei bambolotti di gomma – che è stato attento e può far bene, impressionando positivamente i docenti. Docenti che, aperta parentesi, qui sono dei volontari che si son svegliati di sabato mattina per venir a spiegare a una mandria di apprensivi cosa fare quando l’incubo bussa alla loro porta, e sono per questo meritevoli di tutto il mio rispetto, chiusa parentesi.

(continua su medium)

nero

La vita è quella cosa complicatissima che usi la bistecchiera e resta tutta annerita, allora la pulisci con lo scovolino e quello resta tutto annerito, allora lo pulisci con la spugnetta e quella resta tutta annerita, e così via.

cherchez la renard (una storiella di disillusione)

volpePer parecchi anni, quando ero bambino, noi si andava in vacanza in Toscana. Certe sere si usciva a cena e tornando verso casa, lungo stradine buie e poco frequentate, mentre io dormivo sul sedile posteriore capitava di imbattersi in una volpe. Eccola, eccola!, gridavano i miei genitori, ma quando aprivo gli occhi quella era già scomparsa. Un’estate rimasi sveglio ogni sera, della volpe nessuna traccia. L’ultima sera il sonno ebbe la meglio, ed eccola lì, puntuale, zompettare nella luce gialla dei fari.
Poi si cambiò destinazione per le vacanze, e quindi addio Toscana, addio stradine buie e poco frequentate, addio volpe, a quel punto per me una creatura quasi mitologica capace di materializzarsi solo quando dormivo.
Passano una ventina d’anni, sono seduto fuori da un pub a Londra, si muove un cespuglio nel parchetto dall’altra parte della strada e, finalmente, una volpe.
Musetto a punta, coda cotonata, pelo fulvo; bellina, non lo nego, ma insomma: la volpe non è poi sto granché.

mio fratello

Vai piano!, gli diceva la mamma ogni volta che usciva per una corsa.
Mamma, se vado piano tanto vale che non partecipi neanche.
Poi una volta, prima dell’ultima gara stagionale, lei era a letto con l’influenza e non l’ha salutato.
È stata quella in cui è morto, e credo che lei si senta in colpa. Però, conoscendola, sono sicuro che se anche quella mattina gli avesse detto di andar piano adesso penserebbe di avergliela tirata. Tanto, quando succedono cose brutte come queste, un motivo per sentirti in colpa lo trovi comunque.

(incipit di Mio fratello, un racconto inedito pubblicato sulla rassegna stampa di gennaio di Oblique Studio; continua qui)

l’educazione musicale

A casa dei miei cugini c’era una stanza con un tavolo da ping pong. Così, a fine anni 90, noi si passavano le eterne giornate estive a giocare a ping pong. Ero il più piccolo, perdevo quasi sempre.
In quella stanza c’era anche uno stereo con a fianco una pila di CD – a me, che ancora riavvolgevo le cassette con la matita, i CD sembravano un prodigio fantascientifico.
Nella pila c’erano Clash, Cure, Joy Division, Pixies, Sonic Youth, U2, il Boss, Cramps, Mudhoney, Velvet Undeground, Jesus and Mary Chain, Jane’s Addiction, Red Hot Chili Peppers. C’era anche la prima edizione americana di Bleach dei Nirvana, non ancora marchiata Geffen. E c’era Bowie.
Forse è grazie a quella pila di CD se adesso non ascolto Justin Bieber. Forse non lo avrei ascoltato lo stesso, ma per altre vie.
Poi è morto Cobain, poi è morto Reed, poi è morto Bowie. Gli U2 è come se. Altri tengono botta, più o meno, ma quel pantheon si sta sbriciolando, un pezzetto alla volta, e io ho un po’ di capelli bianchi, e i CD sono in declino. Sto per avere una figlia, tocca trovare un modo di non farle ascoltare il Justin Bieber di domani. O almeno, provarci. Smettiamo di esplorare lo spazio, reinvestiamo nella clonazione anticipata di Smith e del Boss, in quella postuma di tutti quelli che non ci sono più. O almeno, proviamoci.