la sindrome dell’anticipatore

Una volta, son passati tanti anni, parlavo con uno scrittore.
Cosa stai leggendo?, mi chiese.
Il romanzo tal dei tali, risposi io, non lo conoscevo ma poi l’ho trovato in una di quelle collane in allegato a un quotidiano, e mi sa che mi sono innamorato.
Ero giovane, ero tendente al romanticismo, sapete com’è.
Lo scrittore mi guardò con disgusto.
Gli allegati non li devi leggere, disse, lasciando intendere che quella era mercificazione, moda e merda del demonio, che lui l’autore lo conosceva già, da anni, ci mancherebbe, pfui.
Fino a quel momento era stato cordiale, da lì poi iniziò a trattarmi con odiosissima sufficienza.
E invece io, da lì in poi, non posso più sopportare quelli che hanno letto/visto/ascoltato qualcosa prima di te e te lo fan pesare col sopracciglio alzato, come se non ci fosse una miriade di cose che qualcun altro ha letto/visto/ascoltato prima di loro.

FINE

guarda là!

Mi è venuto in mente di quando con un mio amico, che non nomino per non coinvolgerlo in questa risacca di idiozia adolescenziale, ci si fermava sul marciapiede guardando in su, e Guarda là, si diceva, Pazzesco, si diceva, si indicava per aria e Mai visto niente di simile, si diceva, finché dopo un po’ c’era un capannello di persone che si fermava di fianco a noi e guardava su, tutti zitti, nessuno che chiedeva niente, e dopo un po’ Ah no, si diceva, non è niente, e si andava via lasciando lì il capannello a stabilire che sì, eravamo due cojoni. Ma contenti.

Primo amore e altri affanni

brodkeySu Altri animali, il blog di Racconti Edizioni, provo a spiegare perché Primo amore e altri affanni di Harold Brodkey è uno di quei libri che quando li finisci, come diceva Holden, ti piacerebbe che l’autore fosse un tuo amico per potergli telefonare e chiedergli cosa sia successo ai personaggi dopo l’ultima parola del racconto.
Click.

la cosa strana

Mi son reso conto che la sera, prima di dormire, faccio una cosa strana.
Leggo un po’, poi quando sento che arriva il sonno spengo la luce, mi distendo e assumo una posizione poco confortevole: un braccio schiacciato sotto il corpo o una gamba piegata in modo innaturale, il collo storto, mi creo un fastidio fisico, insomma.
E me ne sto lì due, tre, quattro minuti, sempre più scomodo, sempre più stanco, il braccio che si informicola e la gamba anchilosata.
Basterebbe sfilare il braccio, stendere la gamba, ma non lo faccio, come se il corpo si rifiutasse si muoversi.
Aspetto.
Dopo un po’ mi libero, mi metto su un fianco e per sei o sette ore, come diceva quello, non ci sono più.
Perché lo faccio? Non so.
È una cosa strana, vi avevo avvertito.

lista delle cose “YEAH”che poi “mah…”

Lista di cose che all’inizio pensi “YEAH!!!”, ma poi finisci per abbandonare quando capisci che invece sono più “mah…”:

– Le scarpe rosse
– Molti utensili da cucina, tra cui: i cestelli in bambù giapponesi per cucinare a vapore, lo snocciolaolive, l’attrezzo che taglia le patate frisè
– Gli attrezzi da palestra da mettere in casa
– La GoPro
– La placchetta che andava immersa in acqua con l’argenteria e la lucidava
– I dildo spropositati
– La salsa al tartufo
– I cappelli bislacchi
– I set base per dare avvio a un nuovo hobby di qualsiasi tipo (ma in particolar modo: di genere sportivo e artistico)
– Le liste di cose che all’inizio pensi “YEAH!!!”, ma poi ecc. ecc.

(continua, forse)

il topo

topo

Curiosa però, la vita del topo.
Usato come vezzeggiativo per le persone a cui si vuole bene (topina, topolino ecc. ecc.) poi appena se ne vede uno dal vivo son trappole, veleni, lanciafiamme.
Il topo odia noi, e la nostra ipocrisia.

stanco

– Son stanco.
– Eddai però non ti posso vedere così, fai qualcosa…
– Cosa vuoi che faccia, ti ho detto che son stanco.
– Ma non lo so, reagisci!
– Non riesco, son stanco.
– Potresti…
– Stanco.
– E quindi?
– …
– …

FINE

arturo is my co-pilot

Quindi ho una figlia di cinque mesi, e com’è ovvio, piagnucola.
Siamo lì sul divano, e lei, giustamente, piagnucola.
Allora per farla smettere prendo un pupazzetto – per esempio, il coniglio Arturo – e lo faccio salire a un’altezza di crociera pari al mio braccio.
Alice spalanca gli occhi, guarda, me, guarda Arturo che nel frattempo inizia a volteggiare, affronta planate, giravolte, picchiate, ma non ci sono SOS né scatole nere, solo un volo spericolato ma sicuro sul mare del divano.
Alice sorride il suo sorriso sdentato, io penso che in vita mia non ho mai donato uno stupore così puro a nessuno.
Ora, il cinico professionista penserà che io lo faccia solo per farla smettere di piagnucolare, o addirittura perché regalare quello stupore è inebriante, e dopo un po’ ti fa sentire necessario.
Il che è in parte vero, certo che lo è.
Ma il motivo per cui lo faccio, il motivo profondo, è che spero quello stupore sia il primo di una lunga serie.
Continua a stupirti, alla faccia del mondo cattivo.
Continua a farlo, piccola mia.

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calze

Alle calze uno non ci pensa quasi mai, e invece.

Se uno si infila le calze sulle orecchie e le lascia penzolare assomiglia un po’ a un buffo cane. Gli adulti lo compatiscono, ma i bambini ridono.

Andare a letto con le calze è come usare due contraccettivi. Capisco la prudenza, ma non esageriamo.

Le calze entrano in lavatrice in coppia, troppo spesso ne escono singole. Qualche tempo fa c’era un sito che le vendeva tre a tre. Era una buona idea, ma credo sia fallito. Forse perché al secondo lavaggio era tutto da rifare.

Se trovi delle calze appallottolate e gettate sopra l’armadio in camera del tuo figlio adolescente, non fare domande. Potrebbe essere imbarazzante.

Un uomo con le calze è sessualmente respingente. Una donna – stando a certi filmatini zozzi che io non ho mai visto, giuro, ma me li han raccontati – a quanto pare no.

Un metodo per evitare l’incresciosa disparità delle calze dopo il lavaggio – a patto che non vi spaventi la monotonia – è comprarne dieci paia identici. Quando nel cassetto hai un gomitolo di calze tutte uguali non fai più caso se sono dispari o pari.

Se uno è molto, molto povero, la notte della Befana avrà freddo a un piede.

Il nome che fa più ridere per le calze è pedalini.

Le calze son l’unico indumento col contrappasso. Ovvero, se per tutto l’inverno tieni le calze tirate su fino al polpaccio, passerai l’estate coi polpacci denudati anche dei peli.

Relativismo culturale: le calze con le dita sono inutili, così come i guanti senza dita. Se sei un giapponese che mette gli zoccolini infradito di legno, invece, posson essere molto comode.

Il fantasmino è la più altruista tra le calze. Rinuncia a una parte di sé per la salvezza tua e di chi ti sta intorno.

Le cose cambiano. Quando giocavo a calcio da bambino e faceva molto freddo mi obbligavano a mettere la calzamaglia sotto i pantaloncini. Ero l’unico, mi vergognavo parecchio. Qualche anno dopo ha iniziato a farlo Ronaldo, poco avvezzo alle rigide temperature centroeuropee. Tutto a un tratto avere la calzamaglia sotto i pantaloncini era cool, ma per me ormai era troppo tardi.

Un adulto che porta calze sgargianti è uno che vuole essere eccentrico ma gli manca il coraggio per andare fino in fondo, quindi nasconde colori e disegnetti e li mostra solo da seduto.

Il baseball è lo sport che più di tutti tiene le calze in grande considerazione, difatti ci fa i nomi delle squadre.

Dice che le calze sportive/tecniche non hanno cuciture. Come le facciano, mah.

Il consiglio della nonna: quando fa freddo, prima di entrare in doccia metti le calze sul termosifone. A fine doccia, infilandotele, ringrazierai la nonna.