ampone, ampone

“Uno dei ricordi più vecchi che ho è il mio quinto compleanno. Eravamo tutti e quattro a casa, perché mio fratello i giorni prima aveva avuto la febbre alta e la tosse, e allora i miei avevano deciso di tenere a casa anche me. Per prudenza. Ricordo che dopo aver aperto i regali abbiamo preso la macchina, siamo usciti dalla città, e più andavamo avanti più aumentava la nebbia. Ma a me piaceva, mi sembrava una gita anche se non stavamo andando in un posto piacevole. Quando siamo arrivati l’entusiasmo mi è passato, ho cominciato a piangere perché non riuscivo a sopportare l’idea che avrebbero fatto a mio fratello quella cosa odiosa che avevo subito io solo qualche mese prima. ‘Ampone, ampone!’ continuava a ripetere lui, senza neanche sapere cosa fosse. E più lo diceva, più io mi disperavo. Mi sono messa le mani sulle orecchie, per non sentirlo piangere. E invece lui non ha pianto, neanche un lamento. Nonostante le mani sulle orecchie ho sentito il dottore che diceva Bravo, abbiamo già fatto!
Siamo stati un po’ nel parcheggio, poi si è avvicinato un altro medico. Potete andare, ha detto. Negativo, ha detto. E ce ne siamo andati.”

(pagina del diario di mia figlia, scritta in un futuro imprecisato; con la speranza che “Ampone, ampone” le sembri una cosa così lontana, così scolorita)

esaurimento

Come verso certe persone, che appena le vedi ti comunicano una sensazione di antipatia prima ancora che abbiano aperto bocca, prima ancora di conoscerle anche solo superficialmente, io ho sviluppato un’avversione violentissima e immotivata – anche perché il sapore neanche mi dispiace – verso il cavolo cappuccio, e tutto per colpa di questo suo nome sghembo, doppio, non si capisce, è vegetale, è tessile, ma che cosa vuol dire, cavolo cappuccio?, ma che roba è, cavolo cappuccio!, ma come si fa. Sono esaurito. Da tutto, ma soprattutto dal cavolo cappuccio.

2-0

Era il 1993, quindi avevo 14 anni. Giocavo a calcio da quando ne avevo 7, ruolo difensore centrale, ma uno di quelli puliti, che cercano l’anticipo. Mai entrato sulle gambe di qualcuno, un solo cartellino giallo – per proteste – in carriera. E poi, in una semifinale tiratissima, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, con l’arbitro girato, il centravanti si gira e pam, mi molla un pugno nel costato. Niente di molto doloroso, credo volesse più che altro provocarmi. Al che io, ragazzino mite e privilegiato che non aveva mai fatto a botte, ci sono rimasto: malissimo. Non ho neanche detto niente, non avevo gli strumenti per quella roba vile lì. Non so perché mi sia tornato in mente proprio oggi. Chissà cosa sta facendo, adesso. Quel facciadimerda. E comunque abbiamo vinto 2-0. Fine.

chirashi

Chirashi, consolazione nei tempi bui, acquolina della mia bocca. Chi-ra-shi: la punta della lingua deglutisce per tenere a bada la saliva, poi gratta il palato e poi torna a deglutire. Era un pensiero, null’altro che un pensiero, al mattino. Era un desiderio, nel primo pomeriggio. Ora invece è deciso: stasera mi ci sfondo.

combacia

Tua figlia si sveglia con una tosse secca, raschiata, brutta.
Se fosse il 2019, tutto normale, un cucchiaio di sciroppo, due volte al giorno.
Invece è il 2020, prenota un tampone a pagamento, mettiti in macchina, mettiti in fila.
Tua figlia, in coda, si annoia; chiede un cartone animato sul telefono, quindi lo cerchi, lei si calma. Ma chiuso in macchina, senza il telefono, senza niente da leggere (segnatelo per il futuro: lascia sempre un libro in macchina, che non si sa mai), quello che si annoia adesso sei tu – per non parlare di quello che ti fa l’ansia.
Allora tiri fuori dalla tasca il tuo taccuino tascabile e la matita tascabile, ti guardi attorno e vedi che in un palazzo, non troppo distante, c’è un tizio che fuma alla finestra. Quindi scrivi, lo descrivi, un paio di paginette senza fronzoli, senza troppa immaginazione. La coda si muove, finalmente accosti, e fuori dalla macchina c’è un tizio bardato (solo quando parla capisci: una tizia) che ti fa qualche domanda. Poi ne chiama un altro, che fa il suo dovere con questo lungo cotton fioc. Tua figlia si agita, piange, quando tutto è finito il tizio le promette che adesso papà le comprerà un regalo splendido. Tizio, vorresti dire, non promettere quello che poi toccherà a me mantenere.
Mentre torni a casa, il risultato del tampone arriva via mail. Accosti, leggi. Ti aspetti che il responso sia scritto grande, in maiuscolo, in grassetto. Invece è sepolto in una minuscola riga, in fondo al file.
Negativo.
Respiri.
Passano un paio di giorni, ti stai spaccando la testa su come chiudere una scena in un romanzo che stai scrivendo. Serve qualcosa, non sai cosa, poi ti viene in mente il tizio che fuma alla finestra. Prendi il taccuino tascabile, trascrivi sul taccuino non tascabile, un tizio vero e sconosciuto che diventa un tizio immaginato e conosciuto, con il compito di prendersi sulle spalle una scena e darle un senso.
Funziona.
Combacia.

cena con geni

Ieri notte ero a cena con Bernhard e Canetti, e quando dicevo che il primo era uno dei più grandi scrittori del Novecento, il secondo – che era ancora molto giovane, e altissimo, due metri o giù di lì – se la prendeva molto. E poi mi offriva degli stupefacenti.

goccioloni

Stavo pensando: non sono uno che piange tanto spesso. Allora ho deciso di fare una lista delle cose (tragedie escluse) che mi fanno commuovere ogni volta. E mica parliamo di un po’ di umidità, ma di almeno un paio goccioloni che vengono giù. Eccola qua.

  • Don Gately che si sveglia su una spiaggia ghiacciata, “e pioveva da un cielo basso, e la marea era molto lontana”
  • Lucio quando dice “Ma come sempre in fretta non ti fermi mai” e poi, soprattutto, “Turudududu”
  • “Gilardino, cerca il due contro uno, dentro a Del Piero, Del Piero…”
  • I gesti gentili, quelli minimi, gratuiti, disinteressati, e soprattutto un po’ pudici
  • Roy Batty, quando capisce che il suo tempo è finito
  • L’uccellino che fa “Puu-tii-uiit?” alla fine di Mattatoio n 5
  • I miei figli quando si aggrappano, letteralmente e non
  • David Bowie che dice “She knooows…”
  • Gk che salta come un grillo sul letto, ebbro di gioia per una cosa trascurabile

(e basta; per ora)

he he

Un paio di anni fa sono andato da un medico per un piccolo problema intimo.
He he, ha detto il medico, nulla di grave.
He he, ha detto, scommetto che lei ha fatto un po’ il farfallone in giro e pensava a una malattia venerea, he he.
Veramente no, ho detto io, sono sposato, non faccio il farfallone, e non avevo pensato a nessuna malattia venerea.
He he, ha detto lui, certo, he he, certo.
Ieri mi è capitato in mano il biglietto da visita che mi aveva lasciato alla fine della visita, credo fosse convinto che a forza di fare il farfallone prima o poi sarei tornato da lui.
He he.

miseria

Un bel po’ di anni fa – Australia, viaggio di nozze, un balconcino affacciato sul nulla, alcune birre – mi è venuta da non so dove questa idea di scrivere una poesia. Poi me la sono dimenticata, e adesso mi è ricapitata davanti, sul taccuino dove l’avevo scritta. Miseria, cos’è brutta.

socrati

Siamo tutti d’accordo, credo, che quest’ansia contemporanea di dire la propria opinione su argomenti su cui non si è preparati sia deleteria. Che in molti casi sarebbe meglio tacere, insomma, ammettere di non avere un’opinione e chiuderla lì. Bene, io credo che sarebbe giunto il momento di fare la stessa cosa anche nei rapporti di coppia, di dimostrare questa stessa coscienza dei propri limiti, e quindi se il partner ti chiede – un esempio che, giuro, è puramente teorico – cosa ne pensi di provare a comprare frutta e ortaggi da quel noto rivenditore di frutta e ortaggi a chilometro zero, avere finalmente il coraggio di rispondere, socraticamente: Non so, davvero, non ho opinioni in merito, di frutta e ortaggi non so nulla, li mangio per inerzia o per educazione e non sono neanche tanto bravo a pelarli, quindi davvero, non so che dire. Che maturità invidiabile, dimostreremmo.