destino

«Te ci credi al destino?».
«No».
«He he».
«Cosa?».
«Cosa “cosa”?».
«Ha ridacchiato, hai fatto “He he”, perché?».
«Be’, perché era ovvio che avresti risposto così».
«No, senti, non incominciamo, ho mal di testa, davvero».
«He he».
«Ho capito che adesso qualsiasi cosa io dica o faccia tu sosterrai che era scritto nel destino anche se non credo nel destino, ma alla lunga rompi le balle».
«He he».
«Vabbe’, senti, io vado…
«H…
«… e tu non osare, non ti permettere, stai zitto! Zitto, ok? Vado».

(«He he».)

lei noi lei

«Pronto».
«Buongiorno signore, chiamo per proporle il trading online!».
«No, guardi, grazie ma non mi interessa».
«Questo lo so, altrimenti avrebbe chiamato lei noi, e non noi lei».

Non è riuscito a vendermi nulla, però devo dire che a spiazzarmi è stato bravo.

autobiografia di cose trascurabili

Provo tanta, tanta ammirazione per quelli che hanno una vita avventurosa e piena di eventi notevoli, quelli che mentre le cose gli capitano le osservano con attenzione, se ne fanno una bella mappa mentale, precisissima, con tutti i particolari al posto giusto. E poi, quando le avventure sono finite – o meglio ancora, tra un’avventura e l’altra – si siedono a un tavolo, le scrivono, descrivono, decorano, ed è fatta.
Però, il dubbio viene: e se a raccontare una vita così fossero buoni tutti? Allora mi verrebbe voglia di prenderne uno, di quelli lì che vivono senza freni e poi scrivono senza sbavature, e dirgli Prova un po’ a raccontare la vita mia, e vediamo come te la cavi.
Come me la rendi eccitante, come me la rendi unica.
Ti sfido.

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ti capita?

Ti capita mai che qualcuno provi ad avvicinarsi a te, a condividere qualcosa – un pensiero, un’idea -, e tu senza alcun motivo tiri su un muro e non gli dai nessuna possibilità di interazione?»
«No.»

di tutti

Figli che litigano per un maledetto cubetto di Lego arancione (“Ce ne saranno almeno 20 uguali a lui, ma questo è il mio”), padre che gira per la casa con addosso una maglietta di The Texas Chainsaw Massacre canticchiando in falsetto “Tutto è di tutti, tutto è di tutti” finché le parole smettono di avere senso, “Tutto è di tutti, tutto è di tutti” (a me il cavatappi, presto) “… di tutti, di tuttiiiii…”

ragione

Ciò che è successo, in breve, è che ci ha dato retta, a tutti quanti, si è presentato sul dischetto con una certa spavalderia e la testa piena di distrazioni, così facendo l’ha sparata alta, la squadra è retrocessa, la società per poco non fallisce, i tifosi lo hanno preso così di mira che ha dovuto cambiare squadra, ma anche là le cose sono andate sempre peggio, ha messo su peso e nel giro di due anni ha smesso di giocare, e adesso se sente oscene puttanate retoriche – sulla fantasia sull’altruismo sul coraggio sulle spalle strette – mentre quel che contava davvero erano quei tre punti del cazzo, be’, quando sente quelle puttanate retoriche digrigna i denti e ci maledice tutti – e ha pure ragione.

ampone, ampone

Uno dei ricordi più vecchi che ho è il mio quinto compleanno. Eravamo tutti e quattro a casa, perché mio fratello i giorni prima aveva avuto la febbre alta e la tosse, e allora i miei avevano deciso di tenere a casa anche me. Per prudenza. Ricordo che dopo aver aperto i regali abbiamo preso la macchina, siamo usciti dalla città, e più andavamo avanti più aumentava la nebbia. Ma a me piaceva, mi sembrava una gita anche se non stavamo andando in un posto piacevole. Quando siamo arrivati l’entusiasmo mi è passato, ho cominciato a piangere perché non riuscivo a sopportare l’idea che avrebbero fatto a mio fratello quella cosa odiosa che avevo subito io solo qualche mese prima. ‘Ampone, ampone!’ continuava a ripetere lui, senza neanche sapere cosa fosse. E più lo diceva, più io mi disperavo. Mi sono messa le mani sulle orecchie, per non sentirlo piangere. E invece lui non ha pianto, neanche un lamento. Nonostante le mani sulle orecchie ho sentito il dottore che diceva Bravo, abbiamo già fatto!
Siamo stati un po’ nel parcheggio, poi si è avvicinato un altro medico. Potete andare, ha detto. Negativo, ha detto. E ce ne siamo andati.

(pagina del diario di mia figlia, scritta in un futuro imprecisato; con la speranza che “Ampone, ampone” le sembri una cosa così lontana, così scolorita)

esaurimento

Come verso certe persone, che appena le vedi ti comunicano una sensazione di antipatia prima ancora che abbiano aperto bocca, prima ancora di conoscerle anche solo superficialmente, io ho sviluppato un’avversione violentissima e immotivata – anche perché il sapore neanche mi dispiace – verso il cavolo cappuccio, e tutto per colpa di questo suo nome sghembo, doppio, non si capisce, è vegetale, è tessile, ma che cosa vuol dire, cavolo cappuccio?, ma che roba è, cavolo cappuccio!, ma come si fa. Sono esaurito. Da tutto, ma soprattutto dal cavolo cappuccio.

2-0

Era il 1993, quindi avevo 14 anni. Giocavo a calcio da quando ne avevo 7, ruolo difensore centrale, ma uno di quelli puliti, che cercano l’anticipo. Mai entrato sulle gambe di qualcuno, un solo cartellino giallo – per proteste – in carriera. E poi, in una semifinale tiratissima, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, con l’arbitro girato, il centravanti si gira e pam, mi molla un pugno nel costato. Niente di molto doloroso, credo volesse più che altro provocarmi. Al che io, ragazzino mite e privilegiato che non aveva mai fatto a botte, ci sono rimasto: malissimo. Non ho neanche detto niente, non avevo gli strumenti per quella roba vile lì. Non so perché mi sia tornato in mente proprio oggi. Chissà cosa sta facendo, adesso. Quel facciadimerda. E comunque abbiamo vinto 2-0. Fine.