sali su e fallo

Buonasera a tutti.

Il motivo per cui sono qui è per provare a dire qualcosa su uno dei miei racconti preferiti.

Lo ha scritto, indovinate un po’?,  David Foster Wallace, si intitola Per sempre lassù ed è contenuto in Brevi interviste con uomini schifosi (tradotto da Ottavio Fatica e Giovanna Granato).

Ora, se siete qui, è abbastanza probabile che lo conosciate già; per chi non l’avesse ancora letto ecco la trama, ridotta all’osso: Un ragazzino, nel giorno del suo tredicesimo compleanno, va in piscina con la sua famiglia, sale sul trampolino, e lì si blocca.

O, per lo meno, questo è quello che vedrebbe un ipotetico osservatore seduto a bordo piscina. Quello che però succede davvero nel racconto, il nostro osservatore a bordo piscina non lo potrebbe vedere, perché succede o è successo dentro al ragazzino, o comunque sul confine tra dentro e fuori, cioè sulla sua pelle.

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buona dissoluzione

Un cazzone ridicolo». Uno che dovrebbe ringraziare chi gli ha fatto il favore di registrare la sua «trascurabile esistenza», facendolo uscire dal suo misero «cono d’ombra».

Questo, modestamente, sarei io. Per capire da dove venga questa lusinghiera descrizione mi vedo però costretto a chiedervi un passo indietro. Andiamo.

Nel 2018 pubblico una raccolta di racconti con una piccola, agguerrita, coraggiosissima casa editrice. Nonostante le circostanze (il semi-esordiente, con una raccolta di racconti, in Italia: sembra una versione editoriale di Cluedo, e la vittima, scontata, è il successo) il libro va piuttosto bene.

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un lago

C’era un lago – piccolo ma pieno di vita –, e di fianco al lago c’era un piccola casa di legno, e nella piccola casa di legno c’era un uomo.
L’uomo sopravviveva grazie al lago, che ogni giorno gli forniva quello di cui aveva bisogno per sopravvivere: acqua e cibo.
Ma il lago – almeno così sembrava all’uomo – era costantemente minacciato: predatori che nuotavano sul fondo, siccità improvvise, strane alghe marroni che ne infestavano i bordi.
E così le giornate dell’uomo scorrevano in bilico tra i due estremi, quello salvifico e quello traboccante d’ansia, che il lago portava con sé.

(e questo è tutto quello che ho da dire sull’essere genitori, in generale ma più in particolare nell’anno 2021)

destino

«Te ci credi al destino?».
«No».
«He he».
«Cosa?».
«Cosa “cosa”?».
«Ha ridacchiato, hai fatto “He he”, perché?».
«Be’, perché era ovvio che avresti risposto così».
«No, senti, non incominciamo, ho mal di testa, davvero».
«He he».
«Ho capito che adesso qualsiasi cosa io dica o faccia tu sosterrai che era scritto nel destino anche se non credo nel destino, ma alla lunga rompi le balle».
«He he».
«Vabbe’, senti, io vado…
«H…
«… e tu non osare, non ti permettere, stai zitto! Zitto, ok? Vado».

(«He he».)

lei noi lei

«Pronto».
«Buongiorno signore, chiamo per proporle il trading online!».
«No, guardi, grazie ma non mi interessa».
«Questo lo so, altrimenti avrebbe chiamato lei noi, e non noi lei».

Non è riuscito a vendermi nulla, però devo dire che a spiazzarmi è stato bravo.

autobiografia di cose trascurabili

Provo tanta, tanta ammirazione per quelli che hanno una vita avventurosa e piena di eventi notevoli, quelli che mentre le cose gli capitano le osservano con attenzione, se ne fanno una bella mappa mentale, precisissima, con tutti i particolari al posto giusto. E poi, quando le avventure sono finite – o meglio ancora, tra un’avventura e l’altra – si siedono a un tavolo, le scrivono, descrivono, decorano, ed è fatta.
Però, il dubbio viene: e se a raccontare una vita così fossero buoni tutti? Allora mi verrebbe voglia di prenderne uno, di quelli lì che vivono senza freni e poi scrivono senza sbavature, e dirgli Prova un po’ a raccontare la vita mia, e vediamo come te la cavi.
Come me la rendi eccitante, come me la rendi unica.
Ti sfido.

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ti capita?

Ti capita mai che qualcuno provi ad avvicinarsi a te, a condividere qualcosa – un pensiero, un’idea -, e tu senza alcun motivo tiri su un muro e non gli dai nessuna possibilità di interazione?»
«No.»

di tutti

Figli che litigano per un maledetto cubetto di Lego arancione (“Ce ne saranno almeno 20 uguali a lui, ma questo è il mio”), padre che gira per la casa con addosso una maglietta di The Texas Chainsaw Massacre canticchiando in falsetto “Tutto è di tutti, tutto è di tutti” finché le parole smettono di avere senso, “Tutto è di tutti, tutto è di tutti” (a me il cavatappi, presto) “… di tutti, di tuttiiiii…”

ragione

Ciò che è successo, in breve, è che ci ha dato retta, a tutti quanti, si è presentato sul dischetto con una certa spavalderia e la testa piena di distrazioni, così facendo l’ha sparata alta, la squadra è retrocessa, la società per poco non fallisce, i tifosi lo hanno preso così di mira che ha dovuto cambiare squadra, ma anche là le cose sono andate sempre peggio, ha messo su peso e nel giro di due anni ha smesso di giocare, e adesso se sente oscene puttanate retoriche – sulla fantasia sull’altruismo sul coraggio sulle spalle strette – mentre quel che contava davvero erano quei tre punti del cazzo, be’, quando sente quelle puttanate retoriche digrigna i denti e ci maledice tutti – e ha pure ragione.