che ci faccio qui

Mi fanno male i piedi.
Qua dentro c’è un caldo assassino.
E c’è puzza di sudore giovane, mescolata a un odore dolciastro che non capisco bene cos’è.
Il cantante esce sul palco, ha addosso una giacca e dei pantaloni dorati, ricoperti di lustrini. Nella luce dei fari sembra vestito di scintille da saldatore.
Ha un paio di occhiali da sole con la montatura bianca, enormi, che gli coprono mezza faccia.
Quando alza un braccio e saluta, tutti urlano il suo nome.
Urla anche mia moglie, in piedi davanti a me, solo che invece del nome d’arte lei urla quello di battesimo.
Se mi avessero detto che un giorno sarei stato sotto un palco ad ascoltare musica come questa, e che sul palco ci sarebbe stato mio figlio, vestito come un cioccolatino, avrei risposto Voi siete pazzi.
E invece.
Passo le prime tre canzoni a chiedermi che ci faccio qui.

(incipit di un racconto inedito dal titolo Che ci faccio qui; continua sul nuovo numero di retabloid, qui)

cesso

La moglie di Sabatini è un cesso.
Fu la prima cosa che pensai quando me la presentò alla cena di Natale dell’azienda.
Lui: unghie curate, abiti su misura, giovane, affascinate, profumato.
Lei: un cesso.
Mia moglie, pur con tutte le sue imperfezioni e con vent’anni in più, è decisamente più desiderabile, pensai; e non era certo l’amore a parlare, perché di quello, dopo tutto il tempo passato insieme, ho l’impressione che non ce ne resti granché.
Comunque, la disparità tra Sabatini e signora mi aveva fatto piacere, devo ammetterlo, perché da uno come lui ti saresti aspettato una partner all’altezza, e invece… Finalmente una crepa che rischia di mandare la sua perfezione in frantumi, mi dissi mentre le stringevo la mano dopo essermi provvidenzialmente asciugato la mia sui pantaloni, e mentre con la coda dell’occhio vedevo il fastidiosissimo biancore dei denti di Sabatini.
Sabatini infatti, non c’è neanche bisogno di specificarlo, sorrideva.
Sabatini sorride sempre, sorride a tutti.
E secondo me quando uno sorride così, senza ritegno e senza motivo, è perché ha qualcosa da nascondere; quindi proprio in quel momento, mentre lasciavo la mano moscia di sua moglie e stringevo un bicchiere di vino bianco ormai tiepido nell’altra mano, mi ripromisi di smascherarlo.
«A me non la fai, damerino del cazzo,» pensai verso la fine della cena natalizia, con qualche altro bicchiere di bianco che mi risuonava come una risacca in testa «a me non la fai».

(incipit di un racconto nuovo, che uscirà in un raccolta nuova, quando?, chissà)

mani avanti

Roberto arriva alle 8.40, puntuale come sempre.

Quando salgo in macchina la prima cosa che dice è «Oh, ma che faccia hai?».

«La faccia di uno che ha dormito per terra» dico io. «I gemelli hanno pianto ininterrottamente, a turno, dalle undici alle due. A un certo punto non ne potevo più di fare la spola tra un lettino e l’altro, mi sono steso un attimo, e mi sono svegliato stamattina alle sei e mezza».

«Mani avanti?» dice Roberto.

«Eh?»

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ingenuità

Ai controlli di sicurezza dell’aeroporto:

Controllora: Ehi! Ehi tu! Hai il compasso nell’astuccio?

Ragazzino: S-sì…

Controllora (girandosi e urlando): Mariaaa! Sì, è un compasso! Lo vuoi vedere? Ma no dai è solo un RAGAZZINO INGENUO! Ok! (rivolta al ragazzino) Vai pure.

FINE

bravi merli


Ieri notte dormivo per terra di fianco al letto di mia figlia che aveva un po’ di febbre e bisogno di conforto e mi ha svegliato che saranno state le tre urlando PIPÌ! ma in realtà mica le scappava solo che era sudatissima e allora mi sono alzato ho preso il pigiama pulito dall’armadio sbattendo contro le ante di faccia come una mosca instupidita perché morivo dal sonno e dopo averla cambiata mi son rimesso giù per terra e mentre provavo a riaddormentarmi mi son venuti in mente quelli che col monocolo e il ditino alzato – ma senza prole – dicono Fare figli è puro egoismo! e Ahahahaha, bravi merli, ho pensato.

polaroid a sorpresa dei tempi infami

Vai in un negozio per comprare una cosa che ti serve con una certa urgenza, il tizio davanti a te chiede al commesso la stessa cosa. Mentre il commesso va a prenderla dal magazzino gli chiedi Ne prende due, che serve anche a me?
Il commesso torna, dice che gliene resta solo una; controlla sul computer, non ce ne sono di disponibili in nessun altro negozio della città.
Il tizio davanti a te intercetta la tua urgenza, dice Be’ per qualche giorno io mi posso arrangiare, prendila pure tu.
Ringrazi, ringrazi, ringrazi.
E dire che ormai non ti aspettavi quasi più nulla, da nessuno.
Ringrazi, ringrazi, ringrazi.

il karma del volume

Per anni ho ascoltato la musica a un volume giudicato troppo alto da mio padre, che infastidito mi cazziava.
Adesso lui ascolta la tv a un volume che giudico troppo alto, e infastidito lo cazzio.
Si noti il geniale meccanismo a chiasmo con cui il karma sta punendo entrambi, semplicemente scambiando i ruoli di cazziato e infastidito.

la sindrome dell’anticipatore

Una volta, son passati tanti anni, parlavo con uno scrittore.
Cosa stai leggendo?, mi chiese.
Il romanzo tal dei tali, risposi io, non lo conoscevo ma poi l’ho trovato in una di quelle collane in allegato a un quotidiano, e mi sa che mi sono innamorato.
Ero giovane, ero tendente al romanticismo, sapete com’è.
Lo scrittore mi guardò con disgusto.
Gli allegati non li devi leggere, disse, lasciando intendere che quella era mercificazione, moda e merda del demonio, che lui l’autore lo conosceva già, da anni, ci mancherebbe, pfui.
Fino a quel momento era stato cordiale, da lì poi iniziò a trattarmi con odiosissima sufficienza.
E invece io, da lì in poi, non posso più sopportare quelli che hanno letto/visto/ascoltato qualcosa prima di te e te lo fan pesare col sopracciglio alzato, come se non ci fosse una miriade di cose che qualcun altro ha letto/visto/ascoltato prima di loro.

FINE

guarda là!

Mi è venuto in mente di quando con un mio amico, che non nomino per non coinvolgerlo in questa risacca di idiozia adolescenziale, ci si fermava sul marciapiede guardando in su, e Guarda là, si diceva, Pazzesco, si diceva, si indicava per aria e Mai visto niente di simile, si diceva, finché dopo un po’ c’era un capannello di persone che si fermava di fianco a noi e guardava su, tutti zitti, nessuno che chiedeva niente, e dopo un po’ Ah no, si diceva, non è niente, e si andava via lasciando lì il capannello a stabilire che sì, eravamo due cojoni. Ma contenti.

la cosa strana

Mi son reso conto che la sera, prima di dormire, faccio una cosa strana.
Leggo un po’, poi quando sento che arriva il sonno spengo la luce, mi distendo e assumo una posizione poco confortevole: un braccio schiacciato sotto il corpo o una gamba piegata in modo innaturale, il collo storto, mi creo un fastidio fisico, insomma.
E me ne sto lì due, tre, quattro minuti, sempre più scomodo, sempre più stanco, il braccio che si informicola e la gamba anchilosata.
Basterebbe sfilare il braccio, stendere la gamba, ma non lo faccio, come se il corpo si rifiutasse si muoversi.
Aspetto.
Dopo un po’ mi libero, mi metto su un fianco e per sei o sette ore, come diceva quello, non ci sono più.
Perché lo faccio? Non so.
È una cosa strana, vi avevo avvertito.