la dose di menzogne

Se si mette in questione la genialità dell’incompreso, quello risponderà con la volgarità e il torrente di insulti di cui è capace. Ma se lei adula sistematicamente un mostro di amor proprio, quello che l’avrebbe uccisa alla minima provocazione, finirà per diventare un suo lacchè. L’importante è saper distribuire adeguatamente la dose di menzogne. Inventore o poeta, diventerà un servo.


Roberto ‪Arlt
I sette pazzi‬ (1929)
trad. it. di Jaime Riera Rehren
Einaudi, 2013

la puttana, la spia, l’aguzzina

«Ascoltami» aggiunse, con una torva solennità, «e ricordati: io sola sono vera e sarò finché vivo. Voi, gli altri, siete appena barlumi e finzioni che sento respirare e parlare al mio fianco. E la storia non riguarda che voi, io non so cosa vuol dire. Capiscimi: nei miliardi dei secoli passati e futuri io non so trovare evento più importante della mia morte. E tutte le carneficine e derive di continenti e scoppi di stelle sono soltanto canzonetta e commedia al confronto di questo minuscolo e irripetibile cataclisma, la morte di Marta. Cosa non farei per ritardarlo un attimo. La puttana, la spia, l’aguzzina. E chissà che non l’abbia già fatto».


Gesualdo Bufalino
Diceria dell’untore (1981)
Sellerio, 2009

imparare a sopravvivere

Sapeva che nel mondo della scuola non avrebbe fatto mai progressi, che non si sarebbe mai guadagnata una posizione inattaccabile — ammesso che esistesse. Ma non era infelice, se si esclude il problema di non poter andare in bagno. Imparare a sopravvivere, non importa a costo di quante precauzioni e vigliaccherie, di quali paure e brutti presentimenti, non è la stessa cosa che essere infelici.

chi-ti-credi
Alice Munro
Chi ti credi di essere? (1977)
trad. it. di Susanna Basso
Einaudi, 2012

uno sparato bianco

Era uomo da non cedere a niente, da non cedere a nessuno, ma più di tutto da non cedere all’opinione pubblica nei cui confronti nutriva sin da quando era giovane un disprezzo che indossava come uno sparato bianco dal quale lo si potesse riconoscere.

il-cadavere
Marcel Jouhandeau
Il cadavere rapito (1936)
trad. it. di Rosetta Signorini
Adelphi, 2016

il disastro

Non sarei partita. Avrei avuto cura di lei. Sarebbe guarita. Mi venne anche fatto di pensare che era una promessa che non potevo mantenere. Non potevo aver sempre cura di lei. Non potevo non lasciarla mai. Non era più una bambina. Era un’adulta. Nella vita accadevano delle cose che le madri non potevano né impedire né aggiustare. A meno che una di quelle cose non l’avesse uccisa prematuramente, come una volta era quasi successo al Beth Israel e un’altra volta poteva ancora succedere all’UCLA, io sarei morta prima di lei. Ricordavo discussioni in studi di avvocati durante le quali mi aveva costernato la parola «premorienza». Non era possibile usare quella parola. Dopo ognuna di queste discussioni vedevo le parole «comune disastro» in una luce nuova e favorevole. Eppure un giorno durante un volo tempestoso tra Honolulu e Los Angeles avevo immaginato un disastro del genere e lo avevo respinto. L’aereo sarebbe precipitato. Miracolosamente, lei e io saremmo scampate all’incidente e saremmo andate alla deriva nel Pacifico, aggrappate a qualche rottame. Il dilemma era questo: poiché avevo le mestruazioni e il sangue avrebbe attirato i pescicani, avrei dovuto abbandonarla, allontanarmi a nuoto, lasciarla sola.
Potevo farlo?
Tutti i genitori si sentivano così?

anno
Joan Didion
L’anno del pensiero magico (2005)
trad. it. di Vincenzo Mantovani
il Saggiatore, 2006

un palcoscenico

(Gli occhi di mia madre erano incomprensibili: un palcoscenico buio sul quale venivano rappresentate indistinte scene di folla, e tutto quello che uno poteva percepire era tumulto e dramma, né aveva importanza quanto durasse l’attesa; le luci non si accendevano mai e la scena non veniva mai spiegata.)

primo-amore
Harold Brodkey, Lo stato di grazia
in Primo amore e altri affanni (1958)
trad. it. di Grazia Rattazzi Gambelli
Fandango, 2011

con le mie sole forze

La sera mia madre mi permetteva di rimanere a lungo in cucina con lei per rimandare così i miei incubi e, quando mi addormentavo, mi portava a letto. Del tutto indifferente alle mie letture, ritenendo che qualsiasi libro fosse ugualmente utile per dimenticare (e in questo non si sbagliava), mi lasciava a volte leggere fino a tardi, perché vedeva che, grazie ai libri, a poco a poco acquistavo coraggio e cominciavo a lottare contro i miei incubi con le mie sole forze.

giardino
Danilo Kiš
Giardino, cenere
trad. it. di Lionello Costantini
Adelphi, 1986

botte da orbi

Lui nella casa di campagna ce li aveva ancora tutti i suoi lettini, allineati in una medesima stanza come un’allegoria delle età dell’uomo: e non avrebbe dovuto conservarsele sacre le sue prime letture? Non erano forse un documento – una prova! – della sua infanzia e insieme del suo angosciato dibattersi per non uscirne mai, da quella infanzia, mentre invece tutto aveva congiurato a strappargliela via a sangue a colpi di paure, di orrende prurigini, di ambigue conquiste intellettuali («Il risveglio epico»! «Il cammino dell’uomo»!), di botte da orbi? Sentiva in profondo che se la vita è corruzione ed abiura, dovrebbe essere altissimamente morale contrapporre alla sua ruina il movimento contrario del riscatto, del disseppellimento affettuoso.

sanguinosa
Michele Mari
Tu, sanguinosa infanzia (1997)
Einaudi (2009)