crescere

Crescere funziona più o meno così: alle medie c’era una prof di eccezionale bruttezza e altrettanta cattiveria, che ci metteva addosso un terrore senza nome. Pretendeva che si comprassero i materiali tennici che diceva lei – bella sfiga per una che insegna educazione tecnica, avere sto problema del non riuscire a pronunciare CN. Comunque, se compravi i materiali tennici sbagliati: umiliazione e reprimenda. Se sbagliavi a fare un disegno: umiliazione e reprimenda. Se quel giorno si era svegliata storta, il che era suppergiù la norma: umiliazione e reprimenda. Quando alzava la voce noi ci facevamo piccoli piccoli, tzarn come i conigli di Richard Adams. Poi una volta, credo fosse in terza media, mi ha chiamato alla lavagna. Io ho fatto qualcosa di sbagliato, e lei stava attaccando con l’umiliazione e la reprimenda, solo che ha commesso un errore: per puntarmi addosso quel suo odioso ditino indice, per sventolarmelo bene sotto il naso, si è alzata in piedi ed è scesa da quella specie di pedana su cui era appoggiata la cattedra. E così si è resa conto che nel frattempo io ero cresciuto, parecchio, e che anche volendo quel suo ditino del cazzo sarebbe riuscita al massimo a sventolarmelo all’altezza dello sterno (era minuscola, lei sì, ancor più minuscola di quanto fosse in grado di farci sentire con le umiliazioni e le reprimende). La cosa l’ha colpita, si è visto dall’espressione. Ha fatto un passo indietro, è risalita sulla cattedra, ha provato a riconquistare un po’ di autorità. Ma il gioco si era rotto. Sono finita, deve aver pensato, questo qua è troppo alto, è andato. Quello che non sapeva, e che con grande sforzo ho cercato di non lasciar trasparire, è che se anche il ditino ora mi arrivava allo sterno, lei mi terrorizzava comunque. Ecco, crescere credo sia grossomodo questa roba qui. E, infine, per quanto sia improbabile: prof, se mi sta leggendo, ecco il libretto, mi metta una nota spietata come quelle che scriveva allora, e poi mi perdoni, non lo faccio più, promesso, non lo faccio più.

aggiungere altro

«Papà, ma tu vuoi che io abbia paura del buio o no? Non ho ancora capito».
«No… e sí. Un po’ no e un po’ sí».
«Perché un po’ sí? Non mi vuoi bene?».
«Certo che ti voglio bene, è proprio per questo che un po’ è sí».
«Ma perché?».
«Perché finché hai paura del buio, non hai paura della luce, e non farmi aggiungere altro».

978880625060HIG

Michele Mari, Il buio

in Le maestose rovine di Sferopoli

Einaudi, 2021

l’abbreviatore

Tutti sanno la favola di quel re che voleva conoscere la storia degli uomini. Diede l’incarico di scriverla ai suoi sapienti, che dopo molti anni arrivarono con sessanta cammelli carichi di libri. «Quando mai potrò leggerli!» disse il re sgomento. «I nemici attaccano lo Stato e devo continuamente occuparmi del governo. Andate e tornate, ma fate presto. Raccogliete tutto in pochi libri, in modo che possa leggerli e conoscere così la storia degli uomini». Dopo alcuni anni – i sapienti erano diventati vecchi – tornarono con una decina di volumi. «State lieto, Maestà,» dissero «adesso potrete conoscere la storia degli uomini». Ma anche stavolta il re era talmente immerso negli affari del regno che non gli restava tempo. E ancora una volta egli raccomandò che facessero presto. Solo un vecchio sapiente tornò dopo alcuni anni, e nelle mani tremanti portava un unico volume. «Maestà, Maestà» gridava… Ma il re era morente. «Morrò senza sapere la storia degli uomini» sussurrava con le ultime forze, e i suoi occhi si volgevano supplichevoli. «Maestà, gli soffiò all’orecchio il sapiente «eccovi la storia degli uomini…». Ma si sa quel che gli disse (in tre sole parole), e non staremo a ripeterlo. Si narra che il vecchio re morì contento perché finalmente aveva conosciuto la storia degli uomini. È qui che emerge l’importanza dell’abbreviatore. Se non ci fosse stato l’abbreviatore, il re non avrebbe saputo nulla della storia degli uomini. Fin quando tutto va a meraviglia, non c’è bisogno dell’abbreviatore. Ma c’è un momento in cui non ne puoi fare a meno e sei tu stesso a chiederlo con il tuo ultimo respiro. «Cercatemi l’abbreviatore, voglio l’abbreviatore» implori.

Manlio Sgalambro
La consolazione
Adelphi (1995)

una piccola fortuna

Chi è originale, chi ha paura di salire su un treno, chi salva i piccioni, chi crede di essere sempre malato, chi vive un amore immaginario, chi sviene quando vede partire una aereo, consente all’altro di accedere all’insondabile senza riconoscerlo come proprio. Una piccola fortuna.

Sara Gamberini
Maestoso è l’abbandono
Hacca (2018)

di nuovo

Il bambino mi guardò, stava piangendo.
«Guarda,» disse «ho le mani sporche».
«Perché sono sporche?» chiesi.
«Stavo scavando per cercare mio padre» disse.
«Tuo padre è morto?» chiesi.
«L’hanno impiccato» disse.
«Perché l’hanno impiccato?» chiesi.
«Perché era vivo» disse.
«E allora perché stai cercando di tirarlo fuori?» chiesi.
«Perché adesso è morto» disse «e non possono impiccarlo di nuovo».


Shirley Jackson, Ritratto
in La luna di miele di Mrs. Smith
Traduzione di Simona Vinci
Adelphi (2020)

polvere

Vede, – disse l’uomo seduto di fronte a me nel treno, – io mi occupo di polvere, nient’altro che di polvere. […] Immagino che per lei la polvere sia soltanto un fastidio, trascuratezza e invecchiamento del mondo, invece è piena di novità. […] C’è una buona parte di polvere che arriva dallo spazio, pulviscolo cosmico, infinitesimi granelli di comete e meteoriti che ricadono sulla terra, così il pianeta aumenta di peso ogni anno, ogni anno la terra pesa diecimila tonnellate in più, diecimila tonnellate di polvere. Ma questa è polvere nobile, o almeno la parte nobile del mio mestiere, e ogni tanto noi che facciamo questo mestiere ci ritroviamo a Edimburgo e per qualche giorno parliamo delle novità che la polvere ha portato, come se una voce dal cosmo lanciasse notizie attraverso un afflato di polvere. […] Naturalmente c’è una polvere meno nobile, e una parte meno nobile del mio mestiere. È la polvere che si aggomitola sotto i letti, dietro gli armadi, lungo le prominenze dei muri. La polvere delle case è più difficile da decifrare perché più multiforme, ma quante notizie ci sono lì, notizie di chi vi abita; inconfondibili come un’impronta digitale. […] Molta polvere non appartiene alla casa, viene da vulcani che eruttano o foreste che bruciano in altri continenti, la porta il vento, ma il resto la produciamo noi, lei e io e tutti gli altri facciamo migliaia di tonnellate di polvere, e io mi occupo anche di questa, ogni fiocco lanuginoso è diverso da un altro, dipende dalle abitudini dei padroni di casa, basta saperla leggere la polvere, ingrandita migliaia di volte è come un bosco con tronchi liane e rocce, e una miriade di animali. È il mondo degli acari, vivono lì a milioni, senza occhi, con zampette acuminate, un unico blocco che forma il tronco e la testa. Se ne stanno lì, in attesa delle squame della nostra pelle. […] Lo so, avete tutti la mania delle pulizie di casa, non fate che spolverare e tirare a lucido, voi italiani più di tutti. Non potreste acquietarvi in un altro modo? Per fortuna la polvere non si distrugge, la si sposta soltanto con ingenui strumenti come il suo, e appena uscita dalla casa o dal camion che la scarica da qualche parte ritorna in circolo. Mi creda, della polvere non ci si libera mai. […] Nemmeno degli acari ci si libera. Le nostre camere da letto sono linde e curate, freschi i materassi, lenzuola alla lavanda, eppure nel suo letto come nel mio ci sono comunque un paio di milioni di acari, lei non li vede e loro non le danno disturbo, mangiano le squame di pelle morta che lei lascia ogni notte, migliaia di piccola squame si staccano da lei e finiscono nello stomaco degli acari, e poi ne escono, e lei può vederle al cinema, sono quei granelli che brillano nel fascio di luce del proiettore, o in un sottile raggio di sole che sguscia dalle persiane della sua camera da letto, quelle particelle sospese non sono polvere, sono escrementi, la sua pelle digerita e liberata dagli animaletti.

 

Daniele Del Giudice, da L’orecchio assoluto
in Racconti
Einaudi, 2016

paradiso

Ora vi spiego un paio di cose. La gente prende alla lettera il linguaggio figurato e le allegorie della Bibbia, e quando arrivano in cielo le prime cose che chiedono sono l’aureola, l’arpa, e insomma tutte queste cose qui. Da queste parti, se qualcuno lo chiede con lo spirito giusto, nessuno nega niente a nessuno se si tratta di una richiesta innocua e ragionevole. Così, senza fiatare, gli consegnano tutta quella roba. Quelli se ne vanno, e cantano e suonano ma solo per un giorno al massimo, e quella è la prima e l’ultima volta che li vedete nel coro. Non hanno bisogno che nessuno gli dica che questo genere di cose non è mica che fanno il paradiso… almeno non un paradiso dove un individuo sano di mente riesca a resistere una settimana senza uscire pazzo. Quel banco di nuvole è situato in modo tale che il baccano non disturbi gli anziani abitanti del posto, e quindi non crea nessun problema lasciare che, non appena arrivati, tutti vadano là in cima e si facciano passare la smania per certe cose.
Ricordate bene questo, ora… Il paradiso è il luogo più bello e felice che ci sia; ma è anche il posto più trafficato di cui sentirete mai parlare. Dopo il primo giorno, qui non ce n’è di gente oziosa. Cantare inni e sventolare rami di palma per tutta l’eternità andrà pure bene quando se ne sente parlare dal pulpito, ma è anche il peggior modo per impiegare il proprio tempo, proprio il più stupido che si possa immaginare. Il paradiso diventerebbe un luogo di ignorantoni che gorgheggiano, mi capite? A sentirlo dal pulpito, anche l’Eterno Riposo sembra passabile. Beh, provatelo una sola volta, e vedrete come vi sembrerà di non farcela più, a sopportarlo. Perbacco, Stormfield, un uomo come voi, che tutta la vita è sempre stato attivo e irrequieto, dopo sei mesi uscirebbe matto in un paradiso dove non avesse nulla da fare. Il paradiso è l’ultimo posto al mondo dove venire a riposare…. Ci potete scommettere sopra, sicuro come la morte!

Mark Twain
Visite in paradiso e istruzioni per l’aldilà (1909)
Traduzione di Livio Crescenzi
Mattioli 1885, 2014

vecchie che cadono

Una vecchia, per la troppa curiosità, si sporse troppo dalla finestra, cadde e si sfracellò.
Dalla finestra si affacciò un’altra vecchia e si mise a guardare giù quella che si era sfracellata, ma, per la troppa curiosità, si sporse troppo anche lei dalla finestra, cadde e si sfracellò. Poi dalla finestra cadde una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta.
Quando cadde la sesta vecchia mi stancai di stare a guardarle, e me ne andai al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un cieco avevano regalato uno scialle fatto ai ferri.

casi


Daniil Charms
Casi (1933-1939)
trad. it. di Rosanna Giaquinta
Adelphi, 1990

fesso

In pratica, Clevinger era un fesso. Spesso a Yossarian sembrava uno di quei tizi appesi sulle pareti dei musei moderni che hanno tutt’e due gli occhi su un lato della faccia. Era un’illusione, ovviamente, provocata dalla tendenza di Clevinger a fissare solo un lato dei problemi e non vederne mai quello opposto. Politicamente era un filantropo che sapeva distinguere la destra dalla sinistra e si trovava scomodamente intrappolato tra l’una e l’altra. Prendeva sempre le parti dei suoi amici comunisti con i suoi nemici destrorsi e quelle dei suoi amici destrorsi con i suoi nemici comunisti, ed era cordialmente detestato da entrambi i gruppi, che non prendevano le sue parti con nessuno perché lo giudicavano un fesso.
Era un serissimo, onestissimo e coscienziosissimo fesso. Era impossibile andare al cinema con lui senza poi trovarsi coinvolti in una discussione sull’empatia, Aristotele, le categorie universali, i messaggi e i doveri del cinema come forma d’arte nella società materialista. Le ragazze che portava a teatro dovevano aspettare fino al primo intervallo per scoprire se la pièce cui stavano assistendo fosse bella o brutta, e a quel punto lo scoprivano in un baleno. Era un idealista militante le cui crociate contro l’intolleranza razziale consistevano nel perdersi d’animo in sua presenza. Sapeva tutto sulla letteratura fuorché come trarne piacere.

Joseph Heller
Comma 22
Traduzione di Sergio Claudio Perroni
Bompiani (2019)

voglio sapere

Voglio sapere ciò che dice la gente di quello che ho scritto, disse, lo voglio sapere in ogni momento e da tutti, e invece dico in continuazione, non mi interessa quello che dice la gente, dico, non mi interessa, mi lascia indifferente, e intanto non faccio altro tutto il tempo che bruciare dal desiderio di saperlo, e non c’è niente che io aspetti con altrettanta trepidazione, disse. Mento quando dico, a me non interessa l’opinione del pubblico, a me non interessano i miei lettori, mento quando dico che non voglio assolutamente sapere quello che si pensa di ciò che io scrivo, che non leggo quanto si scrive in proposito, mento quando dico queste cose, mento in un modo assolutamente meschino, disse, perché invece brucio incessantemente dal desiderio di sapere che cosa dice la gente di quello che ho scritto, voglio saperlo sempre, in ogni momento, e qualunque cosa dica la gente dei miei scritti, io ne rimango colpito, la verità è questa.

Antichi maestri


Thomas Bernhard, Antichi Maestri (1985)
Traduzione di Anna Ruchat
Adelphi, 1992