lasciamo perdere

Come si fa a non raccontare ex post? Possibile che niente possa mai essere realmente espresso, reso nel suo neutro divenire, possibile che non si riesca a riprodurre il balbettio dell’attimo nascente? Come mai noi, nati dal caos, non possiamo entrarci in contatto e non facciamo in tempo a vederlo che subito sotto gli occhi ci spuntano ordine.. e forma… Pazienza. Lasciamo perdere.


Witold Gombrowicz
Cosmo (1965)
traduzione di Vera Verdiani
il Saggiatore, 2017

un problema

È ormai tempo che mi dedichi al mio problema. Chi non ce l’ha, un problema – ciascuno ne ha uno e perfino più d’uno. Hanno valori diversi: il problema principale invade il centro dell’esistenza, rimuove gli altri. Senza sosta ci accompagna come un’ombra e incupisce la mente. È lì anche quando ci svegliamo di notte; ci balza addosso come un animale.
Un uomo di tanto in tanto ha mal di testa; non è piacevole, ma esistono dei rimedi. Il caso si fa serio se un giorno egli sospetta che ci sia sotto qualcosa – forse un piccolo tumore. Ora l’ansia fugace diventa permanente; diventa l’ansia principale.
Eppure anche un’ansia principale come questa è cosa di tutti i giorni. Ce ne convinciamo pensando alla statistica – infatti, mentre il nostro uomo rimugina sul suo tumore, nello stesso momento un’ansia identica opprime sul pianeta molte migliaia d’altri. Egli dunque la divide con loro? Certamente, e tuttavia rimane il suo problema privato e indivisibile. È in gioco l’insieme – sotto il mal di testa si nascondeva il tumore, ma ancor più sotto forse c’è dell’altro, per esempio un carcinoma.
Va anche considerata l’eventualità che non ci sia sotto NIENTE – il problema si fonda sull’immaginazione. Anche l’angoscia ha le sue mode – oggi predilige la guerra atomica e il carcinoma, dunque la rovina collettiva e quella personale.
Un tempo, quando infieriva la paralisi, specie negli strati superiori e lì in particolare fra gli artisti, molti s’immaginavano di esser colpiti da questo male, e più d’uno per questo si uccise. Ma è proprio quando sotto non c’è niente che il problema diventa più inquietante.

Il problema di Aladino
Ernst Jünger
Il problema di Aladino (1983)
traduzione di Bruna R. Bianchi
Adelphi, 1985

la dose di menzogne

Se si mette in questione la genialità dell’incompreso, quello risponderà con la volgarità e il torrente di insulti di cui è capace. Ma se lei adula sistematicamente un mostro di amor proprio, quello che l’avrebbe uccisa alla minima provocazione, finirà per diventare un suo lacchè. L’importante è saper distribuire adeguatamente la dose di menzogne. Inventore o poeta, diventerà un servo.


Roberto ‪Arlt
I sette pazzi‬ (1929)
trad. it. di Jaime Riera Rehren
Einaudi, 2013

la puttana, la spia, l’aguzzina

«Ascoltami» aggiunse, con una torva solennità, «e ricordati: io sola sono vera e sarò finché vivo. Voi, gli altri, siete appena barlumi e finzioni che sento respirare e parlare al mio fianco. E la storia non riguarda che voi, io non so cosa vuol dire. Capiscimi: nei miliardi dei secoli passati e futuri io non so trovare evento più importante della mia morte. E tutte le carneficine e derive di continenti e scoppi di stelle sono soltanto canzonetta e commedia al confronto di questo minuscolo e irripetibile cataclisma, la morte di Marta. Cosa non farei per ritardarlo un attimo. La puttana, la spia, l’aguzzina. E chissà che non l’abbia già fatto».


Gesualdo Bufalino
Diceria dell’untore (1981)
Sellerio, 2009

imparare a sopravvivere

Sapeva che nel mondo della scuola non avrebbe fatto mai progressi, che non si sarebbe mai guadagnata una posizione inattaccabile — ammesso che esistesse. Ma non era infelice, se si esclude il problema di non poter andare in bagno. Imparare a sopravvivere, non importa a costo di quante precauzioni e vigliaccherie, di quali paure e brutti presentimenti, non è la stessa cosa che essere infelici.

chi-ti-credi
Alice Munro
Chi ti credi di essere? (1977)
trad. it. di Susanna Basso
Einaudi, 2012

uno sparato bianco

Era uomo da non cedere a niente, da non cedere a nessuno, ma più di tutto da non cedere all’opinione pubblica nei cui confronti nutriva sin da quando era giovane un disprezzo che indossava come uno sparato bianco dal quale lo si potesse riconoscere.

il-cadavere
Marcel Jouhandeau
Il cadavere rapito (1936)
trad. it. di Rosetta Signorini
Adelphi, 2016

il disastro

Non sarei partita. Avrei avuto cura di lei. Sarebbe guarita. Mi venne anche fatto di pensare che era una promessa che non potevo mantenere. Non potevo aver sempre cura di lei. Non potevo non lasciarla mai. Non era più una bambina. Era un’adulta. Nella vita accadevano delle cose che le madri non potevano né impedire né aggiustare. A meno che una di quelle cose non l’avesse uccisa prematuramente, come una volta era quasi successo al Beth Israel e un’altra volta poteva ancora succedere all’UCLA, io sarei morta prima di lei. Ricordavo discussioni in studi di avvocati durante le quali mi aveva costernato la parola «premorienza». Non era possibile usare quella parola. Dopo ognuna di queste discussioni vedevo le parole «comune disastro» in una luce nuova e favorevole. Eppure un giorno durante un volo tempestoso tra Honolulu e Los Angeles avevo immaginato un disastro del genere e lo avevo respinto. L’aereo sarebbe precipitato. Miracolosamente, lei e io saremmo scampate all’incidente e saremmo andate alla deriva nel Pacifico, aggrappate a qualche rottame. Il dilemma era questo: poiché avevo le mestruazioni e il sangue avrebbe attirato i pescicani, avrei dovuto abbandonarla, allontanarmi a nuoto, lasciarla sola.
Potevo farlo?
Tutti i genitori si sentivano così?

anno
Joan Didion
L’anno del pensiero magico (2005)
trad. it. di Vincenzo Mantovani
il Saggiatore, 2006

un palcoscenico

(Gli occhi di mia madre erano incomprensibili: un palcoscenico buio sul quale venivano rappresentate indistinte scene di folla, e tutto quello che uno poteva percepire era tumulto e dramma, né aveva importanza quanto durasse l’attesa; le luci non si accendevano mai e la scena non veniva mai spiegata.)

primo-amore
Harold Brodkey, Lo stato di grazia
in Primo amore e altri affanni (1958)
trad. it. di Grazia Rattazzi Gambelli
Fandango, 2011

con le mie sole forze

La sera mia madre mi permetteva di rimanere a lungo in cucina con lei per rimandare così i miei incubi e, quando mi addormentavo, mi portava a letto. Del tutto indifferente alle mie letture, ritenendo che qualsiasi libro fosse ugualmente utile per dimenticare (e in questo non si sbagliava), mi lasciava a volte leggere fino a tardi, perché vedeva che, grazie ai libri, a poco a poco acquistavo coraggio e cominciavo a lottare contro i miei incubi con le mie sole forze.

giardino
Danilo Kiš
Giardino, cenere
trad. it. di Lionello Costantini
Adelphi, 1986