“gilgongo!”

Trattava di un pianeta che era sgradevole perché vi avveniva troppa procreazione. Cominciava con una gran festa in onore di un uomo che aveva spazzato via l’intera specie di certi deliziosi piccoli panda. Aveva dedicato la vita a questo scopo. Per la festa erano stati fabbricati dei piatti speciali perché gli ospiti li portassero a casa come ricordo. Ognuno recava la riproduzione di un orsacchiotto, con la data della festa. Sotto la riproduzione c’era questa parola: GILGONGO!
Nella lingua di quel pianeta significava “Estinto!”.
La gente era contenta che quegli orsacchiotti fossero gilgongo, perché ce n’erano già troppe di specie sul pianeta e altre ancora ne venivano fuori ogni ora. Nessuno poteva in nessun modo essere preparato alla strabiliante varietà di creature e piante nelle quali poteva imbattersi.
La gente faceva del proprio meglio per eliminare quante più specie era possibile, affinché la vita fosse più prevedibile. Ma la natura era troppo creativa per loro. Ogni forma di vita sul pianeta fu infine completamente soffocata da una coltre viva spessa un centinaio di spanne. Quella coltre era composta da piccioni viaggiatori, aquile delle Bermude e gru gigantesche.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

“il figlio di jimmy valentine”

Jimmy Valentine era un famoso personaggio inventato nei libri di un altro scrittore […], si passava la carta vetrata sulla punta delle dita perché fossero ipersensibili. Era uno scassinatore di casseforti, e il suo senso del tatto era così delicato da poter aprire qualsiasi cassaforte del pianeta solo avvertendo gli scatti sotto le dita.
Kilgore Trout aveva dunque inventato un figlio per Jimmy Valentine, e lo aveva chiamato Ralston Valentine. Ralston Valentine si passava anche lui la carta vetrata sulla punte delle dita, ma non era uno scassinatore di casseforti. Era invece così bravo nel toccare le donne nel modo in cui volevano essere toccate che a decine di migliaia erano volontariamente diventate sue schiave. Nel racconto di Trout abbandonavano i mariti e gli amanti per lui, che alla fine diventava il presidente degli Stati Uniti grazie al voto delle donne.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

“ora si può dire”

Ecco la premessa del libro. La Vita era un esperimento del Creatore dell’Universo, il Quale desiderava collaudare una nuova specie di creatura che intendeva appunto introdurre nell’Universo. Trattavasi di una creatura con con la capacità di prendere decisioni da sola. Tutte le altre creature erano robot completamente programmati. Il libro era strutturato come una lunga lettera del Creatore dell’Universo alla Creatura sperimentale. Il Creatore si congratulava con la creatura e si scusava per tutti i disagi da essa incontrati. La invitava inoltre a un banchetto in suo onore nell’Empire Roon del Waldorf Astoria di New York, dove un robot nero di nome Sammy Davis Jr. avrebbe cantato e ballato.

Dopo il banchetto, la creatura sperimentale non veniva uccisa, veniva invece trasferita su un pianeta vergine. Mentre era in stato di incoscienza, dalle palme delle mani le venivano prelevate delle cellule vive. Un’operazione che non provocava alcun dolore fisico.
Dopodiché le cellule venivano immerse in un mare denso sul pianeta vergine, dove, col passare delle ere, si evolvevano in forma di vita sempre più complicate. Qualunque forma assumessero godevano di libero arbitrio.
Trout non aveva data alla creatura sperimentale un nome proprio, l’aveva chiamata semplicemente L’Uomo. Sul pianeta vergine L’Uomo era Adamo e il mare Eva.

L’Uomo bighellonava spesso lungo il mare. A volte s’inoltrava nella sua Eva, altre vi nuotava dentro, ma era troppo densa per una vigorosa nuotata. Dopo si sentiva sonnolento e viscido per cui si tuffava in un corso d’acqua gelida appena scaturito da una montagna.
Quando si tuffava in quell’acqua gelida lanciava u urlo e un altro ne lanciava quando riemergeva per respirare. Si graffava a sangue le gambe, e ne rideva, quando s’arrampicava sulla roccia per uscire dall’acqua. Sbuffava e rideva ancora un po’ e pensava a qualcosa di straordinario da urlare. Il Creatore intanto non sapeva mai cosa avrebbe urlato perché non esercitava alcun controllo sull’Uomo. Doveva decidere lui quel che avrebbe fatto… e perché. U giorno, per esempio, dopo un tuffo L’Uomo ebbe a urlare questa parola: “Formaggio!”. Un’altra volta urlò: “non preferireste guidare una Buick?”.

L’unico altro grosso animale sul pianeta vergine era un angelo che ogni tanto si recava a visitare L’Uomo. In effetti era un messaggero-investigatore assunto dal Creatore dell’Universo. Quest’angelo assumeva la forma di un orso bruno del peso di quattrocento chili. Era anche lui un robot, come il Creatore del resto, secondo Kilgore Trout.
L’orso cercava appunto di arrivare a capire perché L’Uomo faceva quel che faceva. Così per esempio chiedeva: “Perché hai urlato ‘Formaggio’?”.
E L’uomo gli diceva, schernendolo: “Perché avevo voglia di farlo, macchina sciocca”.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

“il buttafuori di bagnialto”

Il nome del pianeta sul quale si svolgeva la vicenda del libro di Trout era Bagnialto, e il Buttafuori era il funzionario governativo che faceva andare la ruota della fortuna una volta l’anno.
I cittadini sottoponevano al giudizio del governo le operazioni d’arte, alle quali veniva assegnato un numero e quindi una cifra in contanti secondo le estrazioni della ruota del Buttafuori.
L’io narrante della storia non era il Buttafuori ma un umile ciabattino di nome Gooz. Questo Gooz viveva solo e aveva dipinto un ritratto del proprio gatto. Era l’unico quadro che avesse mai dipinto. Lo portò al Buttafuori che gli assegnò un numero e lo mise in un deposito stipato d’opere d’arte.
Il dipinto di Gooz ebbe una fortuna senza precedenti nell’estrazione sulla ruota del Buttafuori: gli venne assegnato il valore di diciottomila lambos, corrispondenti a un miliardo di dollari sulla Terra.
Il Buttafuori consegnò a Gooz un assegno per quella cifra , buona parte della quale gli fu subito portata via dall’esattore delle tasse.
Al quadro venne assegnato anche il posto d’onore nella Galleria Nazionale e la gente faceva code di chilometri per vedere quel quadro che valeva un miliardo di dollari.
C’era anche un enorme rogo di tutti i quadri e statue e libri e così via che la ruota della fortuna aveva stabilito essere privi di valore.
Poi si venne a scoprire che la ruota era truccata e il Buttafuori si suicidò.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

soprattutto a te

Era ambientato alle isole Hawaii, cioè il posto dove i fortunati vincitori del concorso di Dwayne Hoover, lì a Midland City, sarebbero dovuti andare. Su quelle isole ogni pezzetto di terra era di proprietà di una quarantina di persone in tutto, e nel racconto Trout faceva decidere a queste persone di esercitare fino in fondo il loro diritto di proprietà. C’erano cartelli “Vietato il passaggio” praticamente dappertutto.
Questo aveva creato terribili problemi per il milione di persone che abitavano nelle isole. La legge di gravità esigeva che se ne stessero da qualche parte sulla superficie. Altrimenti non potevano fare altro che entrare in acqua e andare ad affogare al largo.
Allora il governo federale si intromise, mettendo a punto un programma d’emergenza: a ogni uomo, donna e bambino che no aveva proprietà venne consegnato un grande pallone pieno di elio.
Da ogni pallone pendeva un cavo con un gancio. Grazie a questi palloni gli hawaiani potevano abitare queste isole senza continuare a calpestare le proprietà altrui.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni
trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

senza titolo

Trattava di un astronauta terrestre che arriva su un pianeta nel quale ogni forma di vita animale e vegetale è stata eliminata dall’inquinamento, tranne quella degli umanoidi. Gli umanoidi si cibano di prodotti derivati dal petrolio e dal carbone.
Viene data una festa in onore dell’astronauta, che si chiama Don. Il cibo è schifoso. L’argomento principale della conversazione è la censura. Le città sono infestate da cinema che proiettano unicamente film osceni. Gli umanoidi vorrebbero farli chiudere ma non sanno come farlo senza violare la libertà di parola.
Chiedono a Don se anche sulla Terra i film osceni sono un problema, e Don dice: “Sì”. Gli chiedono se il film sono veramente osceni e Don risponde: “I più osceni che si possano fare”.
Il che suona come una sfida per gli umanoidi, i quali sono convinti che i loro film osceni battano tutti quelli della Terra. E così salgono tutti a bordo di un hovercraft e filano verso un cinema del centro.
V’arrivano durante l’intervallo e così Don ha il tempo di chiedersi che cosa mai può essere più osceno di quanto ha visto sulla Terra. Ma ancora prima che le luci si spengano è già eccitato sessualmente. Le donne della compagnia che è con lui si agitano e si dimenano tutte.
Poi la sala piomba nel buio e il sipario s’apre. Sulle prime non si vede niente. Dagli altoparlanti escono gemiti e grugniti. Poi compare un’inquadratura. Si tratta di un film di alta qualità su un umanoide maschio che mangia quel che sembra una pera. C’è un primo piano di labbra, lingua e denti dell’umanoide, tutti lucidi di saliva. L’umanoide mangia la pera con calma. Quando l’ultimo pezzetto è scomparso nella bocca grugnente l’obiettivo si fissa sul pomo d’Adamo. Il pomo d’Adamo s’agita oscenamente. Poi l’umanoide rutta soddisfatto e sullo schermo compare, nella lingue del pianeta, questa parola:

FINE

Naturalmente è tutto un trucco: le pere non esistono più. E, del resto, quella scorpacciata di pera non è l’avvenimento principale della serata, è un cortometraggio per mettere a suo agio il pubblico. Poi comincia il film vero e proprio. E’ su un maschio, una femmina, i loro due figli, più il gatto e il cane. Mangiano continuamente per un’ora e mezzo: minestra, carne, fette tostate, burro, verdure, purè di patate con sugo, frutta, dolci e torta. Poche volte l’obiettivo si allontana più d’un due palmi da quelle labbra lucide e da quei pomi d’Adamo sobbalzanti. Poi il padre mette il cane e il gatto sul tavolo perché anche loro partecipino all’orgia.
Dopo un po’ gli attori non ce la fanno più a mangiare. Sono così sazi che hanno gli occhi di fuori, quasi non riescono a muoversi. Dicono che non potranno mangiare altro per almeno una settimana e così via. Sgomberano la tavola lentamente. Si trascinano in cucina e buttano nella spazzatura qualcosa come un dieci chili di avanzi.
Il pubblico a questo punto impazzisce.

Quando Don e i suoi amici escono dal cinema, vengono avvicinati da prostitute umanoidi che offrono loro uova, arance, latte, burro di arachidi e così via. In realtà le prostitute non sono in grado si offrire queste leccornie, naturalmente.
Gli umanoidi spiegano a Don che se si portasse a casa una prostituta, questa gli cucinerebbe un pasto a base di petrolio e carbone a prezzi pazzeschi. E poi, mentre lui mangia, gli direbbe paroline sconce su quel cibo fresco e succulento, che in realtà è cibo sintetico.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

“peste a rotelle”

[riguardava] la vita su un pianeta morente chiamato Lingo-Tre, i cui abitanti somigliavano alle automobili americane: avevano le ruote, erano mossi da motori a combustione interna, s’alimentavano a carburanti fossili. Ma non venivano fabbricati, si riproducevano. Deponevano uova contenenti automobiline e queste si schiudevano in vasche di olio estratto dalle coppe degli adulti.
Lingo-Tre venne visitato da viaggiatori spaziali, i quali appresero che quelle creature andavano estinguendosi per il seguente motivo: avevano distrutto le risorse del pianeta, compresa l’atmosfera.
In fatto di aiuti materiali, i viaggiatori spaziali non furono in grado di offrire molto. Le creature automobili speravano di ricevere in prestito dell’ossigeno e di indurre i visitatori a trasportare almeno una delle loro uova su un altro pianeta, dove avrebbero potuto schiudersi dando così inizio a una nuova civiltà automobilistica; ma l’uovo più piccolo che avevano pesava circa ventidue chili, e i viaggiatori spaziali erano alti soltanto due centimetri e mezzo, e la loro nave spaziale era anche più piccola di una scatola da scarpe terrestre, per intenderci. Venivano dal pineta Zeltoldimar.
Rappresentante degli zeltoldimariani era Kago. Il quale disse che il massimo che poteva fare era di riferire agli altri abitanti dell’Universo quanto meravigliose fossero le creature automobili. Ecco cosa disse a tutti quei rottami arrugginiti, ormai senza più benzina: “Scomparirete, ma non sarete dimenticati”.
A quel punto, nel libro, l’illustrazione mostrava due ragazze cinesi, evidentemente gemelle omozigote, sedute a gambe spalancate su un divano.
E dunque Kago e il suo coraggioso equipaggio di piccoli zeltoldimariani, che erano tutti omosessuali, spaziarono per l’Universo mantanendo vivo il ricordo delle creature automobili. Alla fine giunsero sul pianeta Terra. In tutta inocenza, Kago parlò ai terrestri delle automobili, ignorando che gli esseri umani potevano essere travolti da una singola idea come dal colera o dalla peste bubbonica. Contro le idee parassite, sulla Terra, non c’era immunità.
E questa, secondo Trout, era la ragione per cui gli esseri umani non erano in grado di respingere le idee anche se cattive: “Sulla Terra, le idee erano simbolo di amicizia o inimicizia. Il loro contenuto non aveva importanza. Gli amici andavano d’accordo con gli amici al fine di esprimere amicizia. I nemici non andavano d’accordo con i nemici al fine di esprimere inimicizia.
“Per centinaia di migliaia di anni le idee dei terrestri, qualunque fossero, non ebbero la minima importanza, dato che in ogni caso non sapevano che farsene. Le idee erano simboli come qualunque altra cosa.
“Avevano persino un detto a proposito della futilità delle idee: ‘Se i desideri fossero cavalli, i barboni cavalcherebbero’.
“Poi i terrestri scoprirono gli utensili e improvvisamente dar ragione agli amici poteva diventare una forma di suicidio, se non peggio. Ma si continuò a farlo, non per amore del buon senso o della decenza o dell’autoconservazione, bensì dell’amicizia.
“I terrestri continuarono a esprimere amicizia, quando avrebbero dovuto invece pensare.E anche quando costruirono i calcolatori perché pensassero al posto loro,li concepirono finalizzati non tanto alla saggezza quanto all’amicizia.
Così si condannarono e i barboni omicidi cavalcarono”.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

“l’albero dei soldi”

Un libro su un albero che faceva i soldi. Aveva come foglie biglietti da 20 dollari. I suoi fiori erano titoli di stato. I suoi frutti erano diamanti. Attirava gli esseri umani, che si ammazzavano tra loro intorno alle sue radici e così diventavano un ottimo fertilizzante.
Così va la vita.

Mattatoioun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Mattatoio n° 5 (1969)
Trad. it. di Luigi Brioschi
Feltrinelli, 2005

“pazzi nella quarta dimensione”

Parlava di persone le cui malattie mentali non potevano essere curate perché la cause delle malattie erano tutte nella quarta dimensione, e i medici tridimensionali della Terra non potevano assolutamente scoprire quelle cause, e nemmeno immaginarle.
Trout diceva […] che vampiri, licantropi, folletti, angeli e così via esistevano veramente, ma si trovavano nella quarta dimensione.
Nella quarta dimensione si trovava, stando a Trout, anche William Blake […]
E il paradiso e l’inferno.

Mattatoioun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Mattatoio n° 5 (1969)
Trad. it. di Luigi Brioschi
Feltrinelli, 2005

“la macchina del tempo”

[…] parlava di un uomo che aveva costruito una macchina del tempo per poter tornare indietro e vedere Gesù. La macchina funzionava, e lui vide Gesù quando aveva appena dodici anni. Gesù stava imparando da suo padre a fare il falegname.
Due soldati romani entrarono nel negozio col disegno, su papiro, di un congegno che doveva essere costruito entro l’alba del giorno dopo. Si trattava di una croce da usare per l’esecuzione di un agitatore. Gesù e suo padre la costruirono. Erano contenti di avere del lavoro. E l’agitatore fu inchiodato a quella croce.
Così va la vita.

Mattatoioun racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Mattatoio n° 5 (1969)
Trad. it. di Luigi Brioschi
Feltrinelli, 2005