“addormentato al timone”

Era ambientata in una vasta anticamera del paradiso piena di computer e con uno staff composto da individui che erano stati ragionieri, consulenti finanziari, esperti di Borsa e simili, sulla Terra.
Non si poteva entrare in paradiso se prima non si era subito un esame, mirante ad accertare in che misura uno aveva approfittato delle opportunità economiche che Dio, tramite i suoi angeli, gli aveva offerta.
Da mane a sera, in ogni scomparto del salone, si potevano udire quegli esperti ripetere, con aria annoiata, a chi aveva perduto un’occasione dietro l’altra: “Appunto,! Eri di nuovo addormentato al timone”. […]
Addormentato al timone è una novella alquanto sacrilega. Ne è protagonista l’anima di Albert Einstein. Questi è tanto poco interessato alle ricchezze che neppure sta bene a sentire quel che gli dice l’esaminatore. In realtà quest’ultimo gli sta dicendo che, a un certo punto, avrebbe potuto diventare miliardario, se solo avesse acceso una seconda ipoteca sulla sua casa, a Berna, nel Millenovecentocinque, e quindi investito il denaro in miniere di uranio prima di rivelare al mondo che E=mc2.
“E invece… lei dormiva di nuovo al timone” dice l’esaminatore.
“Sì” dice Einstein, educatamente. “Direi anzi che è tipico.”
“Vede dunque,” dice l’esaminatore, “che la vita è stata equa con lei e le ha offerto un buon numero di eccellenti occasioni, che lei poteva cogliere e sfruttare.”
“Sì, me ne rendo conto” di Einstein.
“Le dispiacerebbe dirlo a chiare lettere?”
“Dire cosa?” domanda Einstein.
“Che la vita con lei è stata equa.”
“La vita è stata equa” dice Einstein.
“Se non ne fosse proprio convinto,” dice l’esaminatore, “posso offrirle numerosi altri esempi. Eccone un altro, energia atomica a parte. Se lei avesse prelevato i suoi risparmi in banca, quand’era all’Università di Princeton, e li avesse investiti, a partire dal Millenovecentocinquanta, mettiamo, in azioni IBM, Polaroid e Xerox… sebbene le restassero allora solo cinque anni di vita…” L’esaminatore alza gli occhi al cielo, per invitare Einstein a mostrare che ha capito.
“Sarei diventato ricco?” dice Einstein.
“Agiato, diciamo” dice l’esaminatore, sussiegoso. “Ma, eccola là, di nuovo … ” E di nuovo solleva le sopracciglia.
“Addormentato al timone” dice Einstein, sperando di imbroccarla.
L’esaminatore si alza e gli porge la mano, che Einstein gli strin­ge senza entusiasmo. “Vede, dunque, professor Einstein, che non possiamo dar la colpa a Dio di tutto, non le pare?” E consegna a Einstein il lasciapassare per il paradiso. “Benvenuto a bordo” gli dice.
Così Einstein entra in paradiso, portando con sé il diletto vio­lino. All’esame non pensa ormai più. Ne ha varcate tante, di fron­tiere, in vita sua. E sempre gli è toccato rispondere a domande in­sensate, fare vuote promesse, firmare inutili documenti.
Ma, una volta in paradiso, Einstein incontra un’infinità di ani­me sconvolte da quel che era saltato fuori durante l’esame. Due coniugi, che si eran suicidati dopo aver perso tutto in un alleva­mento di polli nel New Hampshire, avevano appreso di aver tra­scorso la vita sopra il maggior giacimento di nichel del mondo, senza saperlo.
Un ragazzo di Harlem, ucciso a quattordici anni in una rissa, aveva appreso di un anello di diamanti che era rimasto per settimane in fondo a un bacino di scarico davanti al quale lui passava ogni giorno. Due carati, senza magagne; non ne era mai stato denunciato il furto o lo smarrimento. Se lui l’avesse venduto anche a un decimo del suo valore, quattrocento dollari, e poi speculato alla borsa-merci, specialmente sul cacao in quel periodo – secondo l’esanimatore – avrebbe potuto trasferirsi con la madre e le sorelle da Harlem a Park Avenue, e frequentare buone scuole e poi iscriversi a Harvard.
Ecco Harvard, di nuovo.
Sono tutte storie americane, quelle che sente, poiché Einstein ha scelto di stabilirsi nella zona americana del paradiso. Comprensibilmente, ha qualche perplessità nei confronti degli europei, in quanto ebreo. Ma non solo gli americani venivano esaminati all’ingresso. Allo steso trattamento erano sottoposti pakistani e pigmei delle Filippine e persino i comunisti.
È in carattere con Einstein ch􀁀’egli si senta offeso dalla meccanicità del sistema, cui tutti quanti – secondo quegli esaminatori – dovrebbero mostrarsi tanto grati. Egli calcola che, se ogni persona sulla Terra sfruttasse pienamente ogni opportunità, divenendo milionaria e poi miliardaria e così via, la ricchezza cartacea del pia­neta supererebbe il valore di tutti i minerali dell’universo nel giro di tre mesi. Eppoi, non resterebbe più nessuno da adibire ai lavori indispensabili.
Quindi manda un biglietto a Dio. In questa lettera si pre­sume che il Padreterno sia all’oscuro delle sciocchezze di cui parlano i Suoi esaminatori. E si accusano questi ultimi, non Dio, di ingannare crudelmente i nuovi arrivati circa le opportunità da essi avute sulla Terra. Einstein cerca di indovinare i motivi per cui gli esaminatori si comportano così. Saranno mica dei sadici?
La novella finisce bruscamente. Einstein non arriva a vedere Dio. Questi però gli manda un arcangelo, arrabbiatissimo, il qua­le dice a Einstein che, se avesse seguitato a distruggere il rispetto dei trapassati nei confronti dell’esame d’ammissione, gli avrebbero tolto il violino per tutta l’eternità. Così, Einstein non parla più con nessuno degli esami. Il violino, per lui, è più importante di qual­siasi altra cosa.
Questa novella è certo uno schiaffo a Dio, in quanto suggeri­sce che Egli è capace di usare un meschino sotterfugio come quegli gli esami affinché non venga data a Lui la colpa per com’è dura la vita economica sulla Terra.

Un pezzo
Una novella di Kilgore Trout citata in
Kurt Vonnegut
Un pezzo da galera
trad. it. di Pier Francesco Paolini
Feltrinelli, 2004

“the elders of tralfamadore”

It was about intelligent threads of energy trillions of light-years long. They wanted mortal, self-reproducing life forms to spread out through the Universe. So several of them, the Elders in the title, held a meeting by intersecting near a planet called Tralfamadore. The author never said why the Elders thought the spread of life was such a hot idea. I don’t blame him. I can’t think of any strong arguments in favor of it. To me, wanting every habitable planet to be inhabited is like wanting everybody to have athlete’s foot.
The Elders agreed at the meeting that the only practical way for life to travel great distances through space was in the form of extremely small and durable plants and animals hitching rides on meteors that ricocheted off their planets.
But no germs tough enough to survive a trip like that had yet evolved anywhere. Life was too easy for them. They were a bunch of creampuffs. Any creature they infected, chemically speaking, was as challenging as so much chicken soup.
There were people on Earth at the time of the meeting, but they were just more hot slop for the germs to swim in. But they had extra-large brains, and some of them could talk. A few could even read and write! So the Elders focused in on them, and wondered if people’s brains might not invent survival tests for germs which were truly horrible.
They saw in us a potential for chemical evils on a cosmic scale. Nor did we disappoint them.
What a story!
It so happened, according to this story, that the legend of Adam and Eve was being written down for the first time. A woman was doing it. Until then, that
charming bunkum had been passed from generation to generation by word of mouth.
The Elders let her write down most of the origin myth just the way she had heard it, the way everybody told it, until she got very close to the
end. Then they took control of her brain and had her write down something which had never been part of the myth before.
It was a speech by God to Adam and Eve, supposedly. This was it, and life would become pure hell for microorganisms soon afterward: “Fill
the Earth and subdue it; and have dominion over the fish of the sea and over the birds of the air and over every living thing that moves on the Earth.” Cough.
So the people on Earth thought they had instructions from the Creator of the Universe Himself tb wreck
the joint. But they were going at it too slowly to satisfy the Elders, so the Elders put it into the people’s heads that they themselves were the life forms that were supposed to spread out through the Universe. This was a preposterous idea, of course. In the words of the nameless author: “How could all that meat, needing so much food and water and oxygen, and with bowel movements so enormous, expect to survive a trip of any distance whatsoever through the limitless void of outer space? It was a miracle that such ravenous and cumbersome giants could make a roundtrip for a 6-pack to the nearest grocery store.”
The Elders, incidentally, had given up on influencing the humanoids of Tralfamadore, who were right below where they were meeting. The Tralfamadorians had senses of humor and so knew themselves for the severely limited lunkers, not to say crazy lunkers, they really were. They were immune to the kilovolts of pride the Elders jazzed their brains with. They laughed right away when the idea popped up in their heads that they were the glory of the Universe, and that they were supposed to colonize other planets with their incomparable magnificence. They knew exactly how clumsy and dumb they were, even though they could talk and some of them could read and write and do math. One author wrote a series of side-splitting satires about Tralfamadorians arriving on other planets with the intention of spreading enlightenment.
But the people here on Earth, being humorless, found the same idea quite acceptable.
It appeared to the Elders that the people here would believe anything about themselves, no matter how preposterous, as long as it was flattering. To make sure of this, they performed an experiment. They put the idea into Earthlings’ heads that the whole Universe had been created by one big male animal who looked just like them. He sat on a throne with a lot of less fancy thrones all around him. When people died they got to sit on those other thrones forever because they were such close relatives of the Creator.
The people down here just ate that up!
Another thing the Elders liked about Earthlings was that they feared and hated other Earthlings who did not look and talk exactly as they did. They made life a hell for each other as well as for what they called “lower animals.” They actually thought of strangers as lower animals. So all the Elders had to do to ensure that germs were going to experience really hard times was to tell us how to make more effective weapons by studying Physics and Chemistry. The Elders lost no time in doing this.
They caused an apple to fall on the head of Isaac Newton.
They made young James Watt prick up his ears when his mother’s teakettle sang.
The Elders made us think that the Creator on the big throne hated strangers as much as we did, and that we would be doing Him a big favor if we tried to exterminate them by any and all means possible.
That went over big down here.
So it wasn’t long before we had made the deadliest poisons in the Universe, and were stinking up the air and water and topsoil. In the words of the author, and I wish I knew his name, “Germs died by the trillions or failed to reproduce because they could no longer cut the mustard.”
But a few survived and even flourished, even though almost all other life forms on Earth perished. And when all other life forms vanished, and this planet became as sterile as the Moon, they hibernated as virtually indestructible spores, capable of waiting as long as necessary for the next lucky hit by a meteor. Thus, at last, did space travel become truly feasible.
If you stop to think about it, what the Elders did was based on a sort of trickle-down theory. Usually when people talk about the trickle-down theory, it has to do with economics. The richer people at the top of a society become, supposedly, the more wealth there is to trickle down to the people below. It never really works out that way, of course, because if there are 2 things people at the top can’t stand, they have to be leakage and overflow.
But the Elders’ scheme of having the misery of higher animals trickle down to microorganisms worked like a dream.
There was a lot more to the story than that. The author taught me a new term, which was “Finale Rack.” This was apparently from the vocabulary of pyrotechnicians, specialists in loud and bright but otherwise harmless nighttime explosions for climaxes of patriotic holidays. A Finale Rack was a piece of milled lumber maybe 3 meters long and 20 centimeters wide and 5 centimeters thick, with all sorts of mortars and rocket launchers nailed to it, linked in series by a single fuse.
When it seemed that a fireworks show was over, that was when the Master Pyrotechnician lit the fuse of the Finale Rack.
That is how the author characterized World War II and the few years that followed it. He called it “the Finale Rack of so-called Human Progress.”
If the author was right that the whole point of life on Earth was to make germs shape up so that they would be ready to ship out when the time came, then even the greatest human being in history, Shakespeare or Mozart or Lincoln or Voltaire or whoever, was nothing more than a Petri dish in the truly Grand Scheme of Things.
In the story, the Elders of Tralfamadore were indifferent, to say the least, to all the suffering going on. When 6,000 rebellious slaves were crucified on either side of the Appian Way back in good old 71 B.C., the Elders would have been delighted if a crucified person had spit into the face of a Centurion, giving him pneumonia or TB.

Hocus
Un racconto, attribuito a Kilgore Trout, citato in
Kurt Vonnegut
Hocus Pocus
G.P. Putnam’s Sons, 1990

“the planet gobblers”

Kilgore Trout wrote a science-fiction story called The Planet Gobblers one time. It was about us, and we were the terrors of the universe. We were sort of interplanetary termites. We would arrive on a planet, gobble it up, and die. But before we died, we always sent out spaceships to start tiny colonies elsewhere. We were a disease, since it was not necessary to inhabit planets with such horrifying destructiveness. It is easy to take good care of a planet.

Palm
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Palm Sunday
Dial Press, 2001

“empire state”

Per citare dal racconto di Kilgore Trout intitolato Empire State, che narra di una meteora di forma e dimensioni identiche all’omonimo grattacielo di Manhattan, che si avvicina dritta sparata alla Terra a centoventidue chilometri l’ora: “La scienza non ha mai rallegrato nessuno. La verità sulla condizione umana è semplicemente troppo orrenda”.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“albert hardy”

Un racconto su un tizio con la testa tra le gambe e il ciufolo in cima al collo, (…) disintegrato mentre faceva il proprio dovere di soldato nella seconda battaglia delle Somme, Prima Guerra Mondiale.
La sua targhetta di identificazione non veniva ritrovata. Le parti del suo cadavere erano risistemate come quelle di qualunque altro cadavere, cioè con la testa in cima al collo. Non gli veniva restituito il ciufolo. A essere sinceri, il suo ciufolo non era stato quel che si potrebbe definire “oggetto di una ricerca minuziosa”.
Albert Hardy veniva sepolto sotto una fiamma eterna in Francia, nella tomba del Milite Ignoto, “finalmente normale”.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“il vecchio e rugoso domestico”

Il vecchio e rugoso domestico narra di un matrimonio. La sposa è Mirabile Dictu, una vergine. Lo sposo è Flagrante Delictu, un donnaiolo senza cuore. Sotto Voce, un ospite che rimane ai bordi della cerimonia, bisbiglia al tipo che gli sta accanto: “Non mi interessano queste cose. Quello che mi interessa è trovare una donna che mi odi, e darle una casa.”
E l’altro gli dice, mentre lo sposo bacia la sposa: “Le donne sono tutte psicotiche, gli uomini sono tutti coglioni.”
L’eponimo e vecchio rugoso domestico, che sta piangendo celandosi gli occhi con una mano, è Scrotum.

cronosisma
Un dramma di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“dottor schadenfreude”

Non era ambientato su un altro pianeta, ma nello studio di uno psichiatra, a St. Paul, Minnesota.
Il nome dello strizzacervelli dà il titolo al racconto, cioè Dottor Schadenfreude. Questo dottore ha sì l’abitudine di fare sdraiare i suoi pazienti su un divano e parlare, a li costringe a parlare unicamente di fesserie capitate a estranei, come le hanno lette sui giornalacci popolari o viste nei talk-show in televisione.
Sa a un paziente scappava detto “io” o “me” o “mio”, il dottor Schadenfreude andava fuori di testa. Balzava su dalla sua poltrona superimbottita. Pestava i piedi per terra. Vorticava le braccia.
Piazzava la sua facciona livida a un pelo dal naso del paziente. Sbraitava e latrava roba del genere: “Quando ti ficcherai in quella testa malata che a nessuno gliene frega assolutamente niente di te, te, te, noioso e insignificante pezzo di merda? Il tuo vero e solo problema è il fatto che tu ti creda qualcosa! Renditene conto, altrimenti trascina fuori di qua il tuo culone imbottito!”.
A rigor di termini, molti dei racconti di Trout, a parte l’implausibilità dei personaggi, non erano affatto racconti di fantascienza. Dottor Schadenfreude non lo era, a meno che non si sia tonti al punto di considerare scienza la psichiatria.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“la poltiglia”

Vi si raccontava di uno scienziato pazzo che si chiamava Fleon Sunoco, e che stava conducendo una ricerca presso il National Institutes of Health di Bethesda, Maryland. Il dottor Sunoco era convinto che le persone molto intelligenti avessero in testa delle piccole radioriceventi, e che le loro idee geniali provenissero da altrove.
(…) Trout stesso sembrava persuaso che da qualche parte ci fosse un grosso computer che, per mezzo di impulsi radio, avesse detto a Pitagora dei triangoli retti, a Newton della gravità, a Darwin dell’evoluzionismo, a Pasteur dei germi, a Einstein della relatività, e via di seguito.
“Quel computer lì , dovunque si trovi e qualunque cosa sia, fingendo di aiutarci, potrebbe invece star cercando di ucciderci rifilandoci troppa roba a cui pensare” disse Kilgore Trout.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“non c’è niente da ridere”

Non c’è niente da ridere doveva il titolo a quello che, nel racconto, un giudice aveva detto durante un segretissimo processo di corte marziale all’equipaggio del bombardiere americano Joy’s Pride, sull’isola di Banalulu, nel Pacifico, un mese dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Il Joy’s Pride era in condizioni perfette, dentro un hangar a Banalulu. Si chiamava così in onore di Joy Peterson, madre del pilota nonché infermiera ostetrica in un ospedale di Corpus Christi, Texas. Pride significa due cose. “Orgoglio” è la prima. E “branco” la seconda.
Eccoci al nocciolo: dopo che una bomba atomica era stata sganciata su Hiroshima, e poi un’altra su Nagasaki, all’equipaggio del Joy’s Pride era stato ordinato di sganciarne una terza su Yokoama, su un paio di milioni di “piccoli bastardi gialli”. I piccoli bastardi gialli di quell’epoca venivano chiamati “piccoli bastardi gialli”. Si era in tempo di guerra. Trout descrisse così la terza bomba atomica: “Una paonazza figlia di puttana grande quanto una caldaia nella cantina di una media scuola media”.

Era troppo grossa per essere stivata nello scomparto delle bombe, e così venne appesa sotto la pancia dell’aereo.
Quando il Joy’s Pride rullò per decollare nel cielo blu sfiorava la pista.
Mentre l’aereo si avvicinava all’obbiettivo, il pilota commentava a voce alta nell’interfono la celebrità che sarebbe derivata alla madre, l’infermiera ostetrica, una volta che loro avessero fatto ciò che si apprestavano a fare. Dopo che aveva sganciato su Hiroshima iI proprio carico, il bombardiere Enola Gay e la donna in onore della quale era stato battezzato erano diventati famosi come star del cinema. Yokoama aveva il doppio della popolazione di Hiroshima e Nagasaki messe assieme.
Tuttavia più il pilota ci pensava, più era sicuro che la sua dolce madre vedova non sarebbe mai riuscita a dire ai giornalistidi essere orgogliosa perché il figlio aveva ucciso un numero record di civili in una volta.
[…] A ogni modo.
Gli altri membri dell’equipaggio del Joy’s Pride, comunque, dissero al pilota che la pensavano come lui. Erano soli lassù nel cielo. Non avevano nessun caccia di scorta, poiché i giapponesi non avevano più aeroporti operativi. La guerra era terminata, a parte le scartoffìe da firmare: probabilmente si trattava della situazione che c’era anche prima che l’Enola Gay cremasse Hiroshima.
Per citare Kilgore Trout: “Quella non era più guerra, così come non lo era stato il bombardamento atomico su Nagasaki. Piuttosto era un: ‘Guarda che bravi che sono gli yankee!’ Puro show-business.”
In Non c’è niente da ridere, Trout scrisse che il pilota e il suo bombardiere si erano sentiti simili a dio durante le missioni precedenti, quando tutto quel che dovevano fare era sganciare sulla gente bombe incendiarie ed esplosivi convenzionali.
“Ma dio inteso con la d minuscola,” scrisse. “Si identificavano con divinità minori deputate unicamente a vendicare e distruggere. Tutti soli lassù nel cielo, con la paonazza figlia di puttana appesa sono la pancia dell’aereo, si sentivano come il Boss, Dio in persona, che aveva un’opzione che le altre volte non era stata prevista, quella di essere misericordioso.”
[…] Il pilota del Joy’s Pride fece un’inversione a U nel cielo. La paonazza figlia di puttana era ancora agganciata alla pancia dell’aereo. Il pilota puntò su Banalulu. “Lo fece,” scrisse Trout, “perché sua madre gli avrebbe chiesto di fare così.”
Durante il segretissimo processo di corte marziale che seguì, a un certo punto dell’udienza tutti si piegarono in due dalle risate. Il che indusse il giudice a picchiare furiosamente col martellone e a dichiarare che ciò che avevano fatto gli imputati non era “roba da ridere”. Quello che la gente aveva trovato così buffo era la descrizione che il procuratore aveva fatto del comportamento del personale della base quando il Joy’s Pride si era disposto all’atterraggio con la paonazza figlia di puttana a dieci centimetri dall’asfalto della pista.
Gente che si gettava dalla finestra. Che si pisciava addosso.
“Si verificarono tutti i possibili tipi di collisione tra svariati tipi di veicolo,” scrisse Kilgore Trout.
Tuttavia, quando il giudice aveva appena ristabilito faticosamente l’ordine, un’enorme crepa si era aperta sul fondo dell’Oceano Pacifico. Aveva inghiottito Banalulu, corte marziale, Joy’s Pride, bomba atomica intatta e tutto il resto.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

“festa con bingo nel bunker”

Era ambientato nello spazioso bunker a prova di bomba sotto le rovine di Berlino, Germania, alla fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa. In quel racconto, Trout definisce quella guerra, che era anche la mia, “il secondo infruttuoso tentativo della civiltà occidentale di commettere suicidio”. Lo aveva fatto anche in alcune conversazioni, una volta in mia presenza, aggiungendo: “Se la prima volta non ci riesci, ritenta, ti prego, ritenta un’altra volta.”
Carrarmati e fanteria dell’Unione Sovietica sono a qualche centinaio di metri dal portone di ferro del bunker, situato a livello stradale. “Hitler, intrappolato di sotto, il più orrendo essere umano mai vissuto,” scrisse Trout, “non sa dove sbattere la resta. È lì sotto con la sua amante Eva Braun e pochi amici intimi, compreso Joseph Goebbels, il suo ministro della Propaganda, e la moglie e i figli di questi.”
Per mancanza di qualcosa anche solo remotamente risolutivo da fare, Hitler chiede a Eva di sposarlo. E lei accetta!
[…] Durante la celebrazione del matrimonio, tutti dimenticano i propri guai. Tuttavia, dopo che: lo sposo ha baciato la sposa, l’atmosfera torna ad ammosciarsi. “Goebbels è zoppo,” scrisse Trout. “Ma Goebbels zoppo lo è da sempre. Il problema non è questo.”
A Goebbels viene in mente che i suoi figli hanno portato con sé il Bingo. Era stato catturato intatto alle truppe: americane durante la battaglia della Bulge circa quattro mesi prima. Io stesso ero stato catturato “intatto” durante quella battaglia.
La Germania, al fine di conservare le proprie risorse, ha smesso di produrre in proprio il Bingo. Il che, insieme al fatto che gli adulti del bunker sono stati enormemente occupati prima durante l’ascesa di Hitler e adesso durante la sua caduta, fa sì che i figli di Goebbels siano gli unici che sappiano come si gioca a Bingo. Hanno imparato dal figlio dei vicini, la cui famiglia possedeva un Bingo autoctono prodotto prima della guerra.
Nel racconto c’è una scena stupenda: un bambino e una bambina, intenti a spiegare agli adulti le regole del Bingo, diventano il centro dell’Universo di quei nazisti con le loro spettacolari uniformi, incluso un Adolf Hitler attonito.
[…] come se tutto sommato in cielo ci fosse un Dio, è Der Fuhrer in persona a gridare: “BINGO!” Adolf Hitler ha vinto! Esclama incredulo, ovviamente in tedesco: “Non riesco a crederci. Non ho mai giocato a questo gioco, ed ecco che ho vinto. Ho vinto! Cos’altro può essere, se non un miracolo?” Hitler è cattolico.
Si alza in piedi. I suoi occhi sono ancora fissi sulla cartella vincente che ha davanti […]
Quel coglione domanda: “Cos’altro può significare, se non che la situazione non è poi così brutta come ci sembrava che fosse?”
Eva Braun rovina l’atmosfera ingerendo una capsula di cianuro. Gliel’ ha data come regalo di nozze la moglie di Goebbels.
Frau Goebbels aveva più capsule di quante gliene servissero per i propri famigliari. “Il suo unico delitto,” scrisse Trout a proposito di Eva Braun, “fu quello di aver consentito a un mostro di eiacularle nel canale riproduttivo. Sono cose che capitano anche alle donne migliori.”
Un bell’obice comunista Howitzer da 120 mm esplode sul bunker. Una pioggia di calcinacci si riversa sugli assordati inquilini. Hitler fa una battuta, per dimostrare di avere senso dell’umorismo. “Nevica,” dice. Si tratta anche di un poetico modo per dire che è ora che egli si uccida, a meno di non voler diventare l’attrazione principale di un corteo di mostri in gabbia, insieme alla donna barbuta e all’uomo-serpente.
Si punta una pistola alla tempia. Tutti strillano: “Nein, nein, nein”, Hitler persuade gli astanti del fatto che spararsi sia la cosa giusta. Quali dovrebbero essere le sue ultime parole? Dice: “Che ve ne pare di: ‘Non rimpiango niente’?”
Goebbels risponde che una frase del genere sarebbe appropriata se solo la cantante parigina Edith Piaf non vi avesse costruito su la propria fama mondiale cantandone per decenni la versione francese. “Il suo soprannome,” aggiunge Goebbels, “è ‘Passerotto’”. Suppongo che non vogliate venir ricordato come un passerotto.”
Hitler non ha ancora perduto il proprio senso dell’umorismo.
Dice: “Che ne dite di ‘BINGO’?”
Ma è stanco. Si punta nuovamente la pistola alla tempia. Dice: “Non ho chiesto io di venire al mondo.”
“BANG!” fa la pistola.

cronosisma
Un romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998