a rovescio

Avevano l’aria di uomini cui la vita si fosse presentata come una giacca rivoltabile: sempre a rovescio, da qualunque parte la si infili.

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O. Henry, Il nascondiglio di Bill il Nero

in Memorie di un cane giallo

Traduzione di Giorgio Manganelli; Adelphi, 2021

la faccia

Anche a voi capita di chiedervi se la vostra faccia vi assomiglia? Cioè, se corrisponde all’immagine “interna” che vi siete fatti di voi stessi? A me sì, e sempre più spesso.

novissimo corso di lingua inglese

Lezione 1: impara nomi (e cognomi) dei cibi con un treenne

«Adesso spegniamo la luce e si dorme».
«…»
«…»
«Papà».
«Dimmi».
«Ma le patatine del McDonald’s come si chiamano?».
«Sono patatine, non hanno nome, se le devi chiamare le chiami patatine».
«Sì, ma di cognome?».
«Patatine McDonald’s».
«Papà».
«DIMMIH».
«E in inglese come si chiamano?».
«Chips, fries, non lo so, come ti pare».
«Sì, ma di cognome?».

“Consolazione” al Covo della Ladra

Il video della presentazione di Consolazione al Covo della Ladra
con Mariana Marenghi

il falegname

Ch’ing, il falegname di corte, iniziò a costruire un supporto di legno per una campana. Una volta terminato, risultò un’opera d’arte tanto mirabile da sembrare addirittura soprannaturale. Anche il Duca di Lu lo vide e chiese a Ch’ing: «Quale tecnica hai usato per produrre una meraviglia del genere?».
«Sono solo un artigiano» rispose Ch’ing. «Non conosco arti particolari. Ma tengo a dire che quando devo iniziare a lavorare al supporto per una campana, cerco di non dilapidare il mio spirito. Digiuno per preservare la serenità della mente. Dopo tre giorni smetto di nutrire ogni desiderio di premi, benefici o lodi ufficiali. Dopo cinque giorni l’idea di ricevere lodi o biasimo e ogni questione relativa all’esecuzione dell’opera mi abbandonano. Dopo sette giorni raggiungo uno stato di serenità assoluta, dimenticando che possiedo un corpo e quattro arti. In quel momento dimentico di lavorare per la corte. La mia unica preoccupazione è l’opera, e nessun fattore esterno mi disturba. Mi reco quindi nel bosco e scelgo l’albero più adatto, quello la cui struttura naturale è in armonia con la mia natura interiore. In quel momento so che posso portare a termine il mio supporto per la campana e mi metto all’opera. Se tutte queste condizioni non vengono soddisfatte, allora non lavoro».

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citato in Daisetz T. Suzuki, Lo Zen e la cultura giapponese

Traduzione di Gino Scatasta

Adelphi, 2014

novissimo corso di scrittura

Lezione 1: impara il dialogo non sequenziale grazie a un treenne

– Adesso si spegne la luce e si dorme.
– Papà. Ma gli elefanti esistono?
– Sì. Non qui. E adesso…
– … i piccoli, dico, come le tigri…
– Esistono anche le tigri. Adesso chiudi gli occhi e…
– … allora, pensavo: ma quale è il mio talento?
– Ma non lo so, sei bravo a costruire le cose coi Lego.
-… a me piacciono molto i salvataggi, comunque…
– Va bene, silenzio, però. È tardi.
– Tu-tuu…
– Cosa?
– Tu-tuuu. Ha-haaa!
– Basta parlare, basta cantare. Mi arrabbio eh…
– L’ultima cosa. Sei noiosino.
– Shhht!
– …
– …
– Etcì.

FINE

la battuta

Nel momento in cui questo vivido, concreto incubo in cui siamo tutti immersi ha cominciato a prendere forma, diciamo sei settimane fa, nella mia bolla – che per ragioni varie è una bolla per lo più letteraria – ha iniziato a farsi strada una battuta: «Dio ci scampi dai romanzi sulla pandemia che usciranno tra quattro mesi» (o cinque, o dodici: la battuta conteneva in sé il germe dell’incertezza su quando – se? – le cose torneranno come prima).

La battuta, devo ammetterlo, non mi è sembrata divertente; se mai c’è stato un periodo in cui la mia voglia di ridere è andata scemando è questo – e io adoro ridere, anche per le cose più stupide. Ultimamente fatico a sostenere quello che ho sempre pensato, ovvero che non ci sia quasi nessun argomento su cui non sia lecito scherzare. Compressi in quel quasi ci ho sempre messo il contesto, il tempismo, l’opportunità. Quel quasi era l’eccezione, il motivo per cui, pensavo, si può anche scherzare sulla malattia, ma non è consigliabile farlo durante il funerale di qualcuno che di quella malattia è morto. E il presente, per me, ha iniziato ad assumere proprio questi contorni: un lugubre funerale, diffuso e quotidiano. Il presente ha fatto emergere aspetti del mio carattere di cui mi vergogno – non ultima una iniziale, spasmodica ricerca di informazioni rassicuranti, dal raggio sempre più ristretto: la speranza che il virus non arrivasse nel paese in cui vivo, e poi nella regione, e poi nella città; qui mi sono fermato, ma solo perché non erano disponibili informazioni sulla via, il condominio, la scala.

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consolazione

Dal 1° febbraio Consolazione è in libreria. È il mio primo romanzo, lo ha pubblicato Rizzoli, l’illustrazione in copertina è di Diego Fernandez, e io sono molto felice. Qui c’è l’incipit. Buona lettura.

crescere

Crescere funziona più o meno così: alle medie c’era una prof di eccezionale bruttezza e altrettanta cattiveria, che ci metteva addosso un terrore senza nome. Pretendeva che si comprassero i materiali tennici che diceva lei – bella sfiga per una che insegna educazione tecnica, avere sto problema del non riuscire a pronunciare CN. Comunque, se compravi i materiali tennici sbagliati: umiliazione e reprimenda. Se sbagliavi a fare un disegno: umiliazione e reprimenda. Se quel giorno si era svegliata storta, il che era suppergiù la norma: umiliazione e reprimenda. Quando alzava la voce noi ci facevamo piccoli piccoli, tzarn come i conigli di Richard Adams. Poi una volta, credo fosse in terza media, mi ha chiamato alla lavagna. Io ho fatto qualcosa di sbagliato, e lei stava attaccando con l’umiliazione e la reprimenda, solo che ha commesso un errore: per puntarmi addosso quel suo odioso ditino indice, per sventolarmelo bene sotto il naso, si è alzata in piedi ed è scesa da quella specie di pedana su cui era appoggiata la cattedra. E così si è resa conto che nel frattempo io ero cresciuto, parecchio, e che anche volendo quel suo ditino del cazzo sarebbe riuscita al massimo a sventolarmelo all’altezza dello sterno (era minuscola, lei sì, ancor più minuscola di quanto fosse in grado di farci sentire con le umiliazioni e le reprimende). La cosa l’ha colpita, si è visto dall’espressione. Ha fatto un passo indietro, è risalita sulla cattedra, ha provato a riconquistare un po’ di autorità. Ma il gioco si era rotto. Sono finita, deve aver pensato, questo qua è troppo alto, è andato. Quello che non sapeva, e che con grande sforzo ho cercato di non lasciar trasparire, è che se anche il ditino ora mi arrivava allo sterno, lei mi terrorizzava comunque. Ecco, crescere credo sia grossomodo questa roba qui. E, infine, per quanto sia improbabile: prof, se mi sta leggendo, ecco il libretto, mi metta una nota spietata come quelle che scriveva allora, e poi mi perdoni, non lo faccio più, promesso, non lo faccio più.

aggiungere altro

«Papà, ma tu vuoi che io abbia paura del buio o no? Non ho ancora capito».
«No… e sí. Un po’ no e un po’ sí».
«Perché un po’ sí? Non mi vuoi bene?».
«Certo che ti voglio bene, è proprio per questo che un po’ è sí».
«Ma perché?».
«Perché finché hai paura del buio, non hai paura della luce, e non farmi aggiungere altro».

978880625060HIG

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Michele Mari, Il buio

in Le maestose rovine di Sferopoli

Einaudi, 2021