nuno tuno

A un certo punto il disc-jockey ossia imbonitore tra disco e disco della radio Nuno Tuno nel bel mezzo di uno sproloquio si è messo a sbavarsi in un modo che in tutta la Rai non si era mai vista una persona che si sbavasse in quel modo; venne portato in uno sgabuzzino e lì Nuno Tuno continuò a sbavarsi tra l’ammirazione generale. Questa bava che ormai lo ricopriva dalla testa ai piedi si andava intanto raffreddando e solidificando in una cuticola protettiva che lo rinchiudeva tutto intero tranne un buco per la bocca, alla maniera di una pupa. Nuno Tuno rimase in stato quiescente lì nello sgabuzzino con gli arti saldati alle pareti del corpo e la tunica sempre più sclerificata, ma dopo qualche giorno si vide che si era appeso con la testa all’ingiù mediante un complesso di uncinetti, detto cremaster, a un supporto tappezzato di seta e di fili serici come quelli che avvolgevano il suo bozzolo e lo tenevano stretto. Nei relativi comunicati invece di pupa Nuno Tuto veniva detto crisalide, il che è inesatto perché non c’è alcuna prova che
sia diventato un lepidottero. Qualunque cosa fosse diventato, alla Rai non sapevano che farsene, finché non si scoprì che la pupa di Tuno non solo parlava, ma addirittura prediceva l’avvenire. Così venne trasferito al Primo Canale della Televisione in qualità di Oracolo, categoria giornalisti; appena finito il Telegiornale, che descrive o dovrebbe descrivere i fatti del giorno, appare Nuno Tuno a testa in giù nel suo bozzolo iridescente e racconta i fatti del giorno dopo. Queste predizioni non sempre si avverano e comunque si è presto visto che alla gente non piace sapere davvero quel che succederà, soprattutto se poi non succede. Ci furono molte proteste, per esempio, perché Nuno Tuno aveva annunciato la morte del Presidente del Consiglio e poi si dovette constatare che non moriva, tutt’altro. Il direttore dei servizi ha deciso di lasciare la pupa di Tuno appesa in pace nel suo sgabuzzino, in attesa di quel che possa venirne fuori. Nel frattempo ha incaricato un inserviente di spolverarla di quando in quando con l’aspiratore automatico, il che alla lunga potrebbe rivelarsi dannoso per il futuro mostro.

mostri
J. Rodolfo Wilcock
Il libro dei mostri (1978)
Adelphi, 2019

non sorridere durante il lavoro

“Per darti un’idea di com’è fatta questa città ti dico una cosa. Quando a Genova è arrivato il McDonald’s, hai presente?” “Hamburger” annuì Stanko. “Esatto. Il personale dei McDonald’s ha un contratto particolare, uguale in tutto il mondo. Chi lavora lì deve sorridere ai clienti, c’è proprio scritto nel contratto. Le cassiere devono sorridere mentre ti servono, se non lo fanno ti puoi lamentare con il direttore e farle licenziare”. “Agli americani piace la gente sorridente”. “Ai genovesi invece molto meno. Quando McDonald’s ha aperto a Genova, per i primi giorni le cameriere, come da contratto, sorridevano. Sembrava proprio un McDonald’s normale, come quelli di Barcellona, Milano, New York, tutti sorridevano. Non avevano calcolato che i genovesi, di carattere decisamente ombroso, non amano granché che si sorrida loro in maniera così incomprensibile. Si sentivano presi per il culo. Non erano abituati, reagivano male, si incazzavano con le cameriere, che erano costrette a sorridere, che cercavano di calmare i clienti sorridendo ancora di più e facendoli quindi incazzare ancora di più. Alla fine di solito volavano le sberle. Dopo un po’, visto come andavano le cose, è arrivata una dispensa dal quartier generale del McDonald’s che consente eccezionalmente al personale del McDonad’s di Genova di non sorridere durante il lavoro”. “Fantastico”. “Adesso è diventata un’attrazione. Vengono da tutto il mondo per vedere l’unico McDonald’s in cui le cameriere non sorridono”.

rutto
Matteo Galiazzo
Il rutto della pianta carnivora
Laurana, 2014

mani avanti

Roberto arriva alle 8.40, puntuale come sempre.

Quando salgo in macchina la prima cosa che dice è «Oh, ma che faccia hai?».

«La faccia di uno che ha dormito per terra» dico io. «I gemelli hanno pianto ininterrottamente, a turno, dalle undici alle due. A un certo punto non ne potevo più di fare la spola tra un lettino e l’altro, mi sono steso un attimo, e mi sono svegliato stamattina alle sei e mezza».

«Mani avanti?» dice Roberto.

«Eh?»

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ingenuità

Ai controlli di sicurezza dell’aeroporto:

Controllora: Ehi! Ehi tu! Hai il compasso nell’astuccio?

Ragazzino: S-sì…

Controllora (girandosi e urlando): Mariaaa! Sì, è un compasso! Lo vuoi vedere? Ma no dai è solo un RAGAZZINO INGENUO! Ok! (rivolta al ragazzino) Vai pure.

FINE

bravi merli


Ieri notte dormivo per terra di fianco al letto di mia figlia che aveva un po’ di febbre e bisogno di conforto e mi ha svegliato che saranno state le tre urlando PIPÌ! ma in realtà mica le scappava solo che era sudatissima e allora mi sono alzato ho preso il pigiama pulito dall’armadio sbattendo contro le ante di faccia come una mosca instupidita perché morivo dal sonno e dopo averla cambiata mi son rimesso giù per terra e mentre provavo a riaddormentarmi mi son venuti in mente quelli che col monocolo e il ditino alzato – ma senza prole – dicono Fare figli è puro egoismo! e Ahahahaha, bravi merli, ho pensato.

almeno una telefonata, grazie

Al suicidio ho pensato solo una volta, da bambino. Facevo i capricci perché mio padre non mi voleva comprare un robot giocattolo, peraltro molto più economico della bottiglia di vino che aveva comprato per sé. Andai a rubare una cravatta dal suo armadio, me la annodai al collo e poi, in lacrime, annunciai che stavo per impiccarmi. Fu una prova d’attore così riuscita che ancora oggi mi ci rivedo benissimo. Mio padre, imperturbabile, mi degnò giusto di un’occhiata e poi si dedicò ad altro. Quando sarai morto, disse, facci almeno una telefonata, grazie.


Prabda Yoon
Penna tra parentesi, in Feste in lacrime
traduzione di Luca Fusari
add editore, 2018

una cazzo di maschera

“Sono nata nel pomeriggio. I miei non hanno avuto altri figli.”
“Che ora è?”
“Sono quasi le cinque.”
“Si preannuncia una lunga giornata.”
“Non per me. Dormirò.”
“Come tutti quelli che lavorano di notte.”
“Erano cattolici” proseguì lei, “ma probabilmente usavano qualcosa per non avere figli. In qualche modo deve essere stato così. Forse sono la figlia di un diaframma difettoso. Il più delle volte mi capita di sentire che questa è la verità.”
“E che sensazione sarebbe?”
“È come se mi fossi introdotta di nascosto in un cinema e stessi aspettando che la maschera mi venisse a prendere.”
“Puoi sempre dirgli di levarsi di torno.”
“No,” disse lei “non posso dirlo a questa maschera.”
“Stai parlando della morte?”
“No.”
“Di cosa allora?”
“Non lo so. So solo che è una cazzo di maschera.”

 

dubus
Andre Dubus
da Attesa, in Il padre d’inverno
traduzione di Nicola Manuppelli
Mattioli 1885, 2012