lei noi lei

– Pronto.
– Buongiorno signore, chiamo per proporle il trading online!
– No, guardi, grazie ma non mi interessa.
– Questo lo so, altrimenti avrebbe chiamato lei noi, e non noi lei.

Non è riuscito a vendermi nulla, però devo dire che a spiazzarmi è stato bravo.

autobiografia di cose trascurabili

Provo tanta, tanta ammirazione per quelli che hanno una vita avventurosa e piena di eventi notevoli, quelli che mentre le cose gli capitano le osservano con attenzione, se ne fanno una bella mappa mentale, precisissima, con tutti i particolari al posto giusto. E poi, quando le avventure sono finite – o meglio ancora, tra un’avventura e l’altra – si siedono a un tavolo, le scrivono, descrivono, decorano, ed è fatta.
Però, il dubbio viene: e se a raccontare una vita così fossero buoni tutti? Allora mi verrebbe voglia di prenderne uno, di quelli lì che vivono senza freni e poi scrivono senza sbavature, e dirgli Prova un po’ a raccontare la vita mia, e vediamo come te la cavi.
Come me la rendi eccitante, come me la rendi unica.
Ti sfido.

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l’abbreviatore

Tutti sanno la favola di quel re che voleva conoscere la storia degli uomini. Diede l’incarico di scriverla ai suoi sapienti, che dopo molti anni arrivarono con sessanta cammelli carichi di libri. «Quando mai potrò leggerli!» disse il re sgomento. «I nemici attaccano lo Stato e devo continuamente occuparmi del governo. Andate e tornate, ma fate presto. Raccogliete tutto in pochi libri, in modo che possa leggerli e conoscere così la storia degli uomini». Dopo alcuni anni – i sapienti erano diventati vecchi – tornarono con una decina di volumi. «State lieto, Maestà,» dissero «adesso potrete conoscere la storia degli uomini». Ma anche stavolta il re era talmente immerso negli affari del regno che non gli restava tempo. E ancora una volta egli raccomandò che facessero presto. Solo un vecchio sapiente tornò dopo alcuni anni, e nelle mani tremanti portava un unico volume. «Maestà, Maestà» gridava… Ma il re era morente. «Morrò senza sapere la storia degli uomini» sussurrava con le ultime forze, e i suoi occhi si volgevano supplichevoli. «Maestà, gli soffiò all’orecchio il sapiente «eccovi la storia degli uomini…». Ma si sa quel che gli disse (in tre sole parole), e non staremo a ripeterlo. Si narra che il vecchio re morì contento perché finalmente aveva conosciuto la storia degli uomini. È qui che emerge l’importanza dell’abbreviatore. Se non ci fosse stato l’abbreviatore, il re non avrebbe saputo nulla della storia degli uomini. Fin quando tutto va a meraviglia, non c’è bisogno dell’abbreviatore. Ma c’è un momento in cui non ne puoi fare a meno e sei tu stesso a chiederlo con il tuo ultimo respiro. «Cercatemi l’abbreviatore, voglio l’abbreviatore» implori.

Manlio Sgalambro
La consolazione
Adelphi (1995)

la banca dell’ansia

Ero lì che stavo decidendo cosa fare per cena quando mi è squillato il telefono.
Numero sconosciuto, Maledetti tafanatori, ho pensato.
E poi, ancora in piedi e in mutande davanti al frigo aperto, ho risposto.
«Parlo con B.?» ha detto una voce.
Tafanatori che si prendono confidenze, i peggiori in assoluto, ho pensato.
E «Sì, chi è?», ho detto.
«Buonasera, la chiamo dalla Banca dell’Ansia» ha detto la voce. «Mi spiace disturbarla ma mi risulta che ci siano problemi col suo conto» ha detto.
«Quale conto?».
«Il suo Conto dell’Ansia, che domande».
«Non ho nessun Conto dell’Ansia, mai aperto niente di simile».
«È naturale, non è così che funziona. Se aspettassimo che uno apra il conto di sua spontanea volontà saremmo già falliti, he he he».
«Continuo a non capire».
«Niente paura, sono qui apposta. Allora, quando individuiamo clienti che ci possano assicurare un buon ritorno, noi apriamo automaticamente un conto a loro nome. Ed è quello che abbiamo fatto anche con lei. Ora, come le dicevo, purtroppo c’è un problema con il suo conto e l’ho chiamata perché spero di poterlo risolvere quanto prima».
«Ma è legale questa cosa?».
«Certo che sì, anzi noi offriamo un servizio preziosissimo. Conserviamo l’ansia in modo che il cliente possa depositarla e poi usufruirne nel momento che preferisce. Sì, so quello che sta per dire: più che una banca questo sembra un servizio di cassette di sicurezza. E ha ragione, sapesse quanto se n’è discusso internamente ai tempi della fondazione! Ma non vorrei tediarla, torniamo a lei: dunque, come potrà forse immaginare, in casi come il suo dobbiamo tutelarci in qualche modo. Il suo comportamento dell’ultimo periodo è stato sorprendente, al di fuori da qualunque previsione. Non le nascondo che il nostro team di analisti ci si sta spaccando la testa da giorni, e non riesce a venirne a capo. Lei è stato un cliente impeccabile per anni, sempre puntuale nei prelievi, e proprio adesso, fra l’altro nel bel mezzo di una situazione così drammatica per tutto il pianeta, mi si tira indietro così?».
«E quindi? Posso chiudere questo conto che neanche sapevo di aver aperto?».
«Non c’è motivo per essere così drastici, anche perché è molto probabile che finisca per pentirsene in futuro. La cosa migliore da fare sarebbe che lei prelevasse stasera stessa almeno una parte del suo deposito. Per alleggerire un po’ la pressione sul suo conto, che è in sofferenza anche per colpa degli interessi maturati».
«Senta, io avrei fame…».
«Perfetto, perfetto. Allora, vediamo, cosa pensava di mangiare per cena?».
«Ero indeciso, ma credo che finirò un avanzo di carbonara che ho in frigo da ieri».
«Ahia. Lei come la fa di solito? Bella cremosa?».
«Be’, sì abbastanza».
«Lo sa che ci sono oltre duecento possibili infezioni alimentari? E che molte passano proprio dalle uova, soprattutto se non sono ben cotte? Parliamo di salmonella, mica roba con cui si può scherzare».
«Capito. Allora magari mi sgelo un po’ di pizza».
«Fatta da lei?».
«No, comprata».
«Lo sa che spesso le pizzerie usano ingredienti congelati, e quindi ricongelare la pizza significa esporsi a un aumento esponenziale di batteri in alcuni ingredienti?».
«Senta, abbia pazienza, è dall’inizio della telefonata che non capisco bene dove lei voglia andare a parare, ma adesso la cosa sta diventando davvero surreale e…».
«Mi scusi ma ho una chiamata interna, la metto in attesa un minutino e torno subito da lei».
«…».
«Rieccomi, e con ottime notizie. A quanto pare salmonella e batteri hanno funzionato, il suo conto è di nuovo sotto controllo. Però, sia gentile, non si rilassi troppo d’accordo? Pensi alla pandemia, pensi al riscaldamento globale, pensi a quel che vuole ma mi eviti di doverla richiamare di nuovo tra qualche settimana, sarebbe una seccatura per entrambi. Intesi?».
«Ma io…».
«È un piacere avere clienti come lei. La saluto».
Click.

ti capita?

Ti capita mai che qualcuno provi ad avvicinarsi a te, a condividere qualcosa – un pensiero, un’idea -, e tu senza alcun motivo tiri su un muro e non gli dai nessuna possibilità di interazione?»
«No.»

di tutti

Figli che litigano per un maledetto cubetto di Lego arancione (“Ce ne saranno almeno 20 uguali a lui, ma questo è il mio”), padre che gira per la casa con addosso una maglietta di The Texas Chainsaw Massacre canticchiando in falsetto “Tutto è di tutti, tutto è di tutti” finché le parole smettono di avere senso, “Tutto è di tutti, tutto è di tutti” (a me il cavatappi, presto) “… di tutti, di tuttiiiii…”

ragione

Quel che è successo, in breve, è che ci ha dato retta, a tutti quanti, si è presentato sul dischetto con una certa spavalderia e la testa piena di distrazioni, così facendo l’ha sparata alta, la squadra è retrocessa, la società per poco non fallisce, i tifosi lo hanno preso così di mira che ha dovuto cambiare squadra, ma anche là le cose sono andate sempre peggio, ha messo su peso e nel giro di due anni ha smesso di giocare, e adesso se sente oscene puttanate retoriche – sulla fantasia sull’altruismo sul coraggio sulle spalle strette – mentre quel che contava davvero erano quei tre punti del cazzo, be’, quando sente quelle puttanate retoriche digrigna i denti e ci maledice tutti – e ha pure ragione.

ampone, ampone

Uno dei ricordi più vecchi che ho è il mio quinto compleanno. Eravamo tutti e quattro a casa, perché mio fratello i giorni prima aveva avuto la febbre alta e la tosse, e allora i miei avevano deciso di tenere a casa anche me. Per prudenza. Ricordo che dopo aver aperto i regali abbiamo preso la macchina, siamo usciti dalla città, e più andavamo avanti più aumentava la nebbia. Ma a me piaceva, mi sembrava una gita anche se non stavamo andando in un posto piacevole. Quando siamo arrivati l’entusiasmo mi è passato, ho cominciato a piangere perché non riuscivo a sopportare l’idea che avrebbero fatto a mio fratello quella cosa odiosa che avevo subito io solo qualche mese prima. ‘Ampone, ampone!’ continuava a ripetere lui, senza neanche sapere cosa fosse. E più lo diceva, più io mi disperavo. Mi sono messa le mani sulle orecchie, per non sentirlo piangere. E invece lui non ha pianto, neanche un lamento. Nonostante le mani sulle orecchie ho sentito il dottore che diceva Bravo, abbiamo già fatto!
Siamo stati un po’ nel parcheggio, poi si è avvicinato un altro medico. Potete andare, ha detto. Negativo, ha detto. E ce ne siamo andati.

(pagina del diario di mia figlia, scritta in un futuro imprecisato; con la speranza che “Ampone, ampone” le sembri una cosa così lontana, così scolorita)

esaurimento

Come verso certe persone, che appena le vedi ti comunicano una sensazione di antipatia prima ancora che abbiano aperto bocca, prima ancora di conoscerle anche solo superficialmente, io ho sviluppato un’avversione violentissima e immotivata – anche perché il sapore neanche mi dispiace – verso il cavolo cappuccio, e tutto per colpa di questo suo nome sghembo, doppio, non si capisce, è vegetale, è tessile, ma che cosa vuol dire, cavolo cappuccio?, ma che roba è, cavolo cappuccio!, ma come si fa. Sono esaurito. Da tutto, ma soprattutto dal cavolo cappuccio.