incipit al cubo

Le storie, se ci fate caso, iniziano tutte più o meno nella stessa maniera.
Certo, ognuna ha le sue caratteristiche, le sue peculiarità – il suo tempo il suo luogo, il suo come e il suo cosa – eppure tutte quante, vere o inventate che siano, quando cominciano ti illudono che andranno a parare da qualche parte, che alla fine ci sarà un motivo per cui sono state raccontate. Altrimenti, perché raccontarle?
Nel caso delle storie vere, di solito questo ha a che fare con il motivo per cui, tra miliardi di storie realmente accadute, proprio quella sia stata considerata degna di evolvere, di meritarsi la promozione a qualcosa che valga la pena di tramandare a qualcuno.
Nel caso delle storie inventate, invece, il senso è se possibile ritenuto ancora più necessario: perché perdere tempo ed energie ad architettare una storia che non va da nessuna parte? Nessuno sano di mente vorrebbe dedicare il suo tempo a un vicolo cieco, giusto?
E invece no, sbagliato.
Perché anche un vicolo cieco, angusto, infestato dalla puzza di piscio e immondizia, sprofondato tra palazzi che incombono su di lui e lo soffocano, un vicolo privo di nome e di numeri civici, anche quel vicolo cieco per qualcuno può essere un luogo a cui ritornare, qualcosa di simile a casa.
E lo stesso può capitare con una storia priva delle caratteristiche che comunemente si considerano indispensabili per suscitare interesse.
Sono come barzellette che fanno ridere solo chi le racconta, come amplessi in cui uno arriva all’orgasmo prima ancora che l’altro cominci a scaldarsi. Sono insoddisfacenti, forse, eppure esistono. Sono fallimenti in potenza, sono potenzialità inespresse, l’alunno che sarebbe intelligente ma non si impegna, il bonsai cresciuto rigoglioso per venticinque anni che nel giro di venticinque giorni viene stroncato da un parassita invisibile.
Se questa storia sia proprio una di quelle, non lo saprei dire: sono troppo coinvolto, mi manca la prospettiva per giudicare.
Quindi, giudicate voi.