buona dissoluzione

Un cazzone ridicolo». Uno che dovrebbe ringraziare chi gli ha fatto il favore di registrare la sua «trascurabile esistenza», facendolo uscire dal suo misero «cono d’ombra».

Questo, modestamente, sarei io. Per capire da dove venga questa lusinghiera descrizione mi vedo però costretto a chiedervi un passo indietro. Andiamo.

Nel 2018 pubblico una raccolta di racconti con una piccola, agguerrita, coraggiosissima casa editrice. Nonostante le circostanze (il semi-esordiente, con una raccolta di racconti, in Italia: sembra una versione editoriale di Cluedo, e la vittima, scontata, è il successo) il libro va piuttosto bene.

Vende un buon numero di copie, e su alcuni quotidiani escono recensioni più benevole di quanto mi sarei aspettato. Poi, ne esce una su una nota rivista. Loda alcuni racconti, ne critica altri, e si conclude con lo spietato giudizio dei pallini: 3 su 5.

La condivido sui social, accompagnata da un post che forse adesso non scriverei: è sincero ma un po’ ingenuo, e a distanza di anni faccio un po’ meno fatica di quanta ne feci allora a spiegarmi quello che scatena.

Tra i miei contatti ce n’è uno che già in passato mi ha lasciato commenti caustici ma tutto sommato innocui. Non so bene chi sia – usa una foto generica e una sigla come nome – tranne che è (o meglio, si presenta come) una donna. Per comodità chiamiamola Lisa.

Sotto a quel post, Lisa attacca a testa bassa: mi attribuisce intenzioni che il post non aveva, in buona sostanza mi dipinge come un narcisista e un bugiardo.

Ci resto: malissimo.

Rispondo con sarcasmo (meno di quello che mi verrebbe spontaneo), le faccio notare che non conoscendomi di persona forse sta esagerando con le deduzioni su come sono fatto.

Nel frattempo i contatti che in effetti mi conoscono di persona – perlopiù amici di vecchissima data – iniziano a difendermi, i toni si fanno sempre più accesi, l’algoritmo si sfrega le mani.

Quando la futile polemichetta del giorno tenderebbe naturalmente a sgonfiarsi, Lisa le dà una nuova spinta, stavolta sul suo profilo. Scrive un post, ed è da lì che vengono i virgolettati che avete letto all’inizio di questa storia. E ce n’è anche per altri scrittori, che avevano commentato il mio post e adesso si beccano la loro dose di veleno. Anche qui i toni si accendono, volano offese, vola di tutto.

Non è un bello spettacolo.

Ed è uno spettacolo a cui comunque da un certo punto in poi non posso più assistere, perché Lisa mi blocca e non posso più leggere i suoi post.

Mi viene in mente quel detto, dall’attribuzione incerta, secondo cui “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre.”. E mi dico anche che essendomi trattenuto dall’offendere Lisa – anzi, dal mandarla platealmente affanculo – tutto sommato gentile lo sono stato davvero.

Nei giorni seguenti, evaporato il nervosismo e acquisita la distanza necessaria a essere un po’ più obiettivi, continuo a ripensare a tutta la faccenda.

Anche ammesso che il mio post potesse risultare fastidioso, cosa ha spinto una persona che non mi conosce a farsi un’idea così sbagliata di me? E, di riflesso, che idea mi sono fatto io di lei? Sarebbe comodo bollarla come troll e non pensarci più (o meglio ancora, usare la scorciatoia dell’invidia, che tanto ormai sta bene su tutto), e allora perché non ci riesco?

Ho la tentazione di provare a scriverle in privato, ma non sapendo nulla di lei ed essendo bloccato non so come fare. E in ogni caso, anche se ci riuscissi, cosa spero di ottenere?

*

Qualche anno prima, a una cena, mi viene presentata una ragazza, amica di amici. A un certo punto, e non so spiegarmi quale sia la molla che l’ha fatta scattare, questa ragazza inizia a provocarmi. Incasso una frecciatina, ne incasso una seconda, poi perdo la pazienza. Rispondo, provoco a mia volta, mi imbufalisco.

Finisce: malissimo.

Sono una persona molto mite, ma ci in rari casi (credo starebbero tutti sulle dita di una mano, o comunque al massimo di due) perdo il controllo. Il segnale che sta per succedere è che la voce, normalmente piuttosto profonda, mi sale di tono – la cosa più simile a una possessione che mi sia capitato di sperimentare. E quella sera, a cena, a un certo punto raggiungo un orrendo falsetto.

Torno a casa a piedi per sbollire, e funziona. Ma al posto della rabbia adesso c’è una specie di triste malcontento. Non sono così ingenuo da non sapere che là fuori ci sia un buon numero di persone a cui sto antipatico, ma quella lite ben presto diventa un tarlo. Là fuori da stasera c’è una persona ben precisa che non mi sopporta, e non so neppure esattamente perché.

Passano parecchi mesi, un giorno ricevo un messaggio. È la ragazza, mi propone di uscire a pranzo, io e lei. Spiazzato, accetto. Ne viene fuori un pranzo molto piacevole. Ci studiamo un po’, chiacchieriamo, non facciamo nessuna menzione al nostro burrascoso primo incontro. E quando ci salutiamo, arriva: una specie di diffusa, strana beatitudine, come se qualcosa fosse stato finalmente risolto.

Avete presente le stronze buccette di popcorn che si infilano tra i denti? Spesso sono così minuscole che neanche ti accorgi di loro, ma una volta che ne scopri una con la lingua non c’è modo di smettere di pensarci finché non te ne liberi. La sua maledizione non risiede tanto nel fastidio che dà, ma nella tua consapevolezza che esiste.

La lite durante la cena era la mia stronza buccetta di popcorn. E me n’ero appena liberato.

*

Era questo il motivo per cui avrei voluto mettermi in contatto con Lisa? Tentare la via della riconciliazione, della tregua, per provare di nuovo quella beatitudine? Non lo sapevo, e quale che fosse la ragione, come detto, non mi era possibile neppure provarci.

Tutti quanti, nella nostra vita social, prima o poi benediciamo la possibilità di bloccare o bannare qualcuno, è il sacro utensile che ci permette di tenere alla larga i tafanatori. Eppure in quel periodo mi ritrovavo a vederlo in una luce nuova, come un ostacolo a un eventuale, disperato tentativo di riappacificazione.

«Buona dissoluzione» aveva scritto Lisa in calce a un commento in cui sottolineava la mia irrilevanza. Una sprezzatura che poteva anche essere letta come un augurio: in breve tempo lei avrebbe smesso di pensare a me, io a lei, e ognuno per la sua strada. Ed è stato così, in effetti: non ho più pensato a Lisa per due anni o giù di lì.

Poi mi è arrivato un messaggio su Messenger.

*

Chi mi scrive è un uomo che non fa parte dei miei contatti. Nome e cognome apparentemente veri, nessuna foto profilo.

Vuole sapere se mi ricordo di Lisa, e informarmi che Lisa non c’è più; si è suicidata qualche mese fa.

L’uomo mi contatta perché a quanto pare Lisa scriveva molto, e da qualche parte, tra le pagine che ha lasciato, si parla di me con toni molto benevoli. Per questo l’uomo vorrebbe sapere in che rapporti fossimo, e se per caso io abbia qualche ricordo di lei da condividere con chi la conosceva.

Scriverlo mi pesa almeno tanto quanto mi vergogno di averlo pensato, ma la parte più paranoica di me inizia subito a dubitare che sia tutto uno scherzo, o una trappola. Quel profilo potrebbe essere di chiunque, anche della stessa Lisa. Il riferimento al fatto che si parli bene di me, poi, sembra un’esca perfetta per il narcisismo che mi rimproverava.

Non so cosa rispondere, decido di lasciar perdere, cambio idea.

Scrivo e cancello una risposta dopo l’altra, alla fine ne invio una un po’ interlocutoria. Glisso sui nostri trascorsi non proprio pacifici, dico che sì, mi ricordo di Lisa ma non c’è molto che sapessi di lei. Poi cerco notizie sulla base delle informazioni contenute nel messaggio (il vero nome di Lisa, l’età, alcuni cenni biografici).

Non era una trappola, non era uno scherzo.

Trovo alcune foto di Lisa, mi illudo di intravedere alcuni segni del malessere nell’espressione degli occhi, in un sorriso mai del tutto disteso. Più o meno quello che Lisa aveva provato a fare con me, leggendo il non scritto tra le righe del mio post, io lo sto facendo frugando tra i pixel di una fotografia.

Una caccia ai fantasmi delle intenzioni, per quanto possibile.

*

Quando ho iniziato a scrivere questa storia, pensavo sarebbe stato un tentativo, l’ultimo disponibile, di tregua e riconciliazione. O una specie di omaggio, di sbilenco ringraziamento per qualcosa che non ero neppure in grado di mettere a fuoco. Arrivato alla fine, non ne sono più così sicuro. Non sono più sicuro di niente. Forse il motivo per cui mi sono messo a scriverla altro non è che una beffarda conferma di quello che Lisa pensava di (sapere di) me: che ho un ego molto più ingombrante di quanto sia disposto ad ammettere, e che non si è fatto nessuno scrupolo a usare una tragedia altrui per riempire qualche pagina. Ho sempre pensato che la mitezza fosse la norma e il falsetto l’eccezione. E se fosse il contrario?  

Buona dissoluzione, buone intenzioni.

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