nero

La vita è quella cosa complicatissima che usi la bistecchiera e resta tutta annerita, allora la pulisci con lo scovolino e quello resta tutto annerito, allora lo pulisci con la spugnetta e quella resta tutta annerita, e così via.

i figli

Tra i figli alcuni, me compreso, non si abituano ad avere a che fare col proprio padre, e passano invece tutta la loro vita a indagare l’unico modo che esista per vivere senza.

Il grande animale
Gabriele Di Fronzo
Il grande animale
nottetempo, 2016

cherchez la renard (una storiella di disillusione)

volpePer parecchi anni, quando ero bambino, noi si andava in vacanza in Toscana. Certe sere si usciva a cena e tornando verso casa, lungo stradine buie e poco frequentate, mentre io dormivo sul sedile posteriore capitava di imbattersi in una volpe. Eccola, eccola!, gridavano i miei genitori, ma quando aprivo gli occhi quella era già scomparsa. Un’estate rimasi sveglio ogni sera, della volpe nessuna traccia. L’ultima sera il sonno ebbe la meglio, ed eccola lì, puntuale, zompettare nella luce gialla dei fari.
Poi si cambiò destinazione per le vacanze, e quindi addio Toscana, addio stradine buie e poco frequentate, addio volpe, a quel punto per me una creatura quasi mitologica capace di materializzarsi solo quando dormivo.
Passano una ventina d’anni, sono seduto fuori da un pub a Londra, si muove un cespuglio nel parchetto dall’altra parte della strada e, finalmente, una volpe.
Musetto a punta, coda cotonata, pelo fulvo; bellina, non lo nego, ma insomma: la volpe non è poi sto granché.

“la poltiglia”

Vi si raccontava di uno scienziato pazzo che si chiamava Fleon Sunoco, e che stava conducendo una ricerca presso il National Institutes of Health di Bethesda, Maryland. Il dottor Sunoco era convinto che le persone molto intelligenti avessero in testa delle piccole radioriceventi, e che le loro idee geniali provenissero da altrove.
(…) Trout stesso sembrava persuaso che da qualche parte ci fosse un grosso computer che, per mezzo di impulsi radio, avesse detto a Pitagora dei triangoli retti, a Newton della gravità, a Darwin dell’evoluzionismo, a Pasteur dei germi, a Einstein della relatività, e via di seguito.
“Quel computer lì , dovunque si trovi e qualunque cosa sia, fingendo di aiutarci, potrebbe invece star cercando di ucciderci rifilandoci troppa roba a cui pensare” disse Kilgore Trout.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

mio fratello

Vai piano!, gli diceva la mamma ogni volta che usciva per una corsa.
Mamma, se vado piano tanto vale che non partecipi neanche.
Poi una volta, prima dell’ultima gara stagionale, lei era a letto con l’influenza e non l’ha salutato.
È stata quella in cui è morto, e credo che lei si senta in colpa. Però, conoscendola, sono sicuro che se anche quella mattina gli avesse detto di andar piano adesso penserebbe di avergliela tirata. Tanto, quando succedono cose brutte come queste, un motivo per sentirti in colpa lo trovi comunque.

(incipit di Mio fratello, un racconto inedito pubblicato sulla rassegna stampa di gennaio di Oblique Studio; continua qui)

i volti

A volte la terra trema. L’epicentro del sisma è a nord o è a sud, ma io sento la terra tremare. A volte ho le vertigini. A volte il terremoto dura più del normale e la gente si mette sotto le porte o sotto le scale o esce di corsa in strada. C’è soluzione a questo? Vedo la gente correre per le strade. Vedo la gente entrare nella metropolitana e nei cinema. Vedo la gente comprare il giornale. E a volte tutto trema e per un attimo si ferma ogni cosa. E allora mi domando: dov’è il giovane invecchiato?, perché se n’è andato via?, e a poco a poco la verità comincia a venire a galla come un cadavere. Un cadavere che sale dal fondo del mare o dal fondo di un burrone. Vedo la sua ombra che sale. La sua ombra vacillante. La sua ombra che sale come se risalisse la collina di un pianeta fossilizzato. E allora, nella penombra della mia malattia, vedo il suo volto feroce, il suo dolce volto, e mi domando: sono io il giovane invecchiato? È questo il vero, il grande terrore, essere io il giovane invecchiato che grida senza che nessuno lo ascolti? E se il povero giovane invecchiato fossi io? E allora passano a una velocità vertiginosa i volti che ho ammirato, i volti che ho amato, odiato, invidiato, disprezzato. I volti che ho protetto, quelli che ho attaccato, i volti da cui mi sono difeso, quelli che ho cercato invano.
E poi si scatena la tempesta di merda.

notturno
Roberto Bolaño
Notturno cileno (2000)
trad. it. di Ilide Carmignani
Adelphi, 2016

la lezione della barbabietola

(Tom Robbins secondo me è dotato del genio degli scienziati pazzi e dei predicatori da strada; in questo romanzo, che attraversa sei secoli e ci porta a spasso per l’Europa e per gli Stati Uniti, il filo conduttore sono le barbabietole, le loro proprietà olfattive e cosmetiche, la loro testarda resistenza. Saltellare con leggerezza dalla scatologia alle grandi questioni esistenziali, come nel passaggio qui sotto, credo sia espressione del genio sghembo di cui sopra)

Le barbabietole consumate a pranzo sono solite, il mattino dopo, ostruire la tazza del cesso con pesci scarlatti il cui colore dimostra la cromatica immunità della barbabietola agli attacchi dei potenti acidi digestivi e al minuzioso lavoro dei microbi capaci di tramutare il più rosso peperoncino, la carota più arancione, il melopopone più giallo in un’unica nauseabonda tonalità marrone.
Nasciamo rossi in faccia, rotondetti, profondi e puri, In noi arde il fuoco scarlatto della coscienza universale. Pian piano però ci divorano i genitori, ci inghiottono le scuole, ci masticano i nostri pari, ci trangugiano le istituzioni, ci maciullano le male abitudini, ci morde l’età; e quando poi veniamo digeriti, ruminati in quei sei stomaci, ne usciamo colorati di un’unica nauseabonda tonalità marrone.
La lezione della barbabietola perciò è questa: tienilo stretto, il tuo divin rossore, l’innata tua magia rosa, altrimenti finirai marrone.

jitterbug
Tom Robbins
Profumo di Jitterbug (1984)
trad. it. di Franco Franconeri
Baldini Castoldi Dalai, 2003