capire qualcosa di più

Così era anche per me; mi sembrava che il mondo intero fosse immerso in una luce di purezza e di pace. La morte era stata fermata, e il male era lontano; le grida degli uomini, la pazzia, il tormento scongiurati, e in quella calma, come una corrente lontana, udivo il suono di cose ancora più lontane. Perché al di là del vicino orizzonte della morte, c’è qualcos’altro; al di là del male, uno spirito intatto, libero e remoto.
Una volta, non così tanto tempo fa, gli uomini pensavano che la Terra fosse piatta e che il mondo finisse dove il mare e il cielo si incontravano. Eppure quando infine si imbarcarono verso quel luogo straordinario lo attraversarono e si ritrovarono dove erano partiti. Così capirono che la Terra era rotonda. Ma forse avrebbero potuto capire qualcosa di più.

ritratto
Robert Nathan
Ritratto di Jennie (1940)
trad. it. di Simone Caltabellota
Atlantide, 2015

“non c’è niente da ridere”

Non c’è niente da ridere doveva il titolo a quello che, nel racconto, un giudice aveva detto durante un segretissimo processo di corte marziale all’equipaggio del bombardiere americano Joy’s Pride, sull’isola di Banalulu, nel Pacifico, un mese dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Il Joy’s Pride era in condizioni perfette, dentro un hangar a Banalulu. Si chiamava così in onore di Joy Peterson, madre del pilota nonché infermiera ostetrica in un ospedale di Corpus Christi, Texas. Pride significa due cose. “Orgoglio” è la prima. E “branco” la seconda.
Eccoci al nocciolo: dopo che una bomba atomica era stata sganciata su Hiroshima, e poi un’altra su Nagasaki, all’equipaggio del Joy’s Pride era stato ordinato di sganciarne una terza su Yokoama, su un paio di milioni di “piccoli bastardi gialli”. I piccoli bastardi gialli di quell’epoca venivano chiamati “piccoli bastardi gialli”. Si era in tempo di guerra. Trout descrisse così la terza bomba atomica: “Una paonazza figlia di puttana grande quanto una caldaia nella cantina di una media scuola media”.

Era troppo grossa per essere stivata nello scomparto delle bombe, e così venne appesa sotto la pancia dell’aereo.
Quando il Joy’s Pride rullò per decollare nel cielo blu sfiorava la pista.
Mentre l’aereo si avvicinava all’obbiettivo, il pilota commentava a voce alta nell’interfono la celebrità che sarebbe derivata alla madre, l’infermiera ostetrica, una volta che loro avessero fatto ciò che si apprestavano a fare. Dopo che aveva sganciato su Hiroshima iI proprio carico, il bombardiere Enola Gay e la donna in onore della quale era stato battezzato erano diventati famosi come star del cinema. Yokoama aveva il doppio della popolazione di Hiroshima e Nagasaki messe assieme.
Tuttavia più il pilota ci pensava, più era sicuro che la sua dolce madre vedova non sarebbe mai riuscita a dire ai giornalistidi essere orgogliosa perché il figlio aveva ucciso un numero record di civili in una volta.
[…] A ogni modo.
Gli altri membri dell’equipaggio del Joy’s Pride, comunque, dissero al pilota che la pensavano come lui. Erano soli lassù nel cielo. Non avevano nessun caccia di scorta, poiché i giapponesi non avevano più aeroporti operativi. La guerra era terminata, a parte le scartoffìe da firmare: probabilmente si trattava della situazione che c’era anche prima che l’Enola Gay cremasse Hiroshima.
Per citare Kilgore Trout: “Quella non era più guerra, così come non lo era stato il bombardamento atomico su Nagasaki. Piuttosto era un: ‘Guarda che bravi che sono gli yankee!’ Puro show-business.”
In Non c’è niente da ridere, Trout scrisse che il pilota e il suo bombardiere si erano sentiti simili a dio durante le missioni precedenti, quando tutto quel che dovevano fare era sganciare sulla gente bombe incendiarie ed esplosivi convenzionali.
“Ma dio inteso con la d minuscola,” scrisse. “Si identificavano con divinità minori deputate unicamente a vendicare e distruggere. Tutti soli lassù nel cielo, con la paonazza figlia di puttana appesa sono la pancia dell’aereo, si sentivano come il Boss, Dio in persona, che aveva un’opzione che le altre volte non era stata prevista, quella di essere misericordioso.”
[…] Il pilota del Joy’s Pride fece un’inversione a U nel cielo. La paonazza figlia di puttana era ancora agganciata alla pancia dell’aereo. Il pilota puntò su Banalulu. “Lo fece,” scrisse Trout, “perché sua madre gli avrebbe chiesto di fare così.”
Durante il segretissimo processo di corte marziale che seguì, a un certo punto dell’udienza tutti si piegarono in due dalle risate. Il che indusse il giudice a picchiare furiosamente col martellone e a dichiarare che ciò che avevano fatto gli imputati non era “roba da ridere”. Quello che la gente aveva trovato così buffo era la descrizione che il procuratore aveva fatto del comportamento del personale della base quando il Joy’s Pride si era disposto all’atterraggio con la paonazza figlia di puttana a dieci centimetri dall’asfalto della pista.
Gente che si gettava dalla finestra. Che si pisciava addosso.
“Si verificarono tutti i possibili tipi di collisione tra svariati tipi di veicolo,” scrisse Kilgore Trout.
Tuttavia, quando il giudice aveva appena ristabilito faticosamente l’ordine, un’enorme crepa si era aperta sul fondo dell’Oceano Pacifico. Aveva inghiottito Banalulu, corte marziale, Joy’s Pride, bomba atomica intatta e tutto il resto.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

best of 2015

Il listone delle migliori letture del 2015: lo fan tutti, perché io non dovrei?
Difatti, eccolo qui; l’ordine è casuale, non c’è un primo, secondo, terzo.

narrativa italiana
Pincio, Panorama, NN editore
Funetta, Dalle rovine, Tunuè
Garufi, Il superlativo di amare, Ponte alle Grazie

narrativa straniera
Offill, Sembrava una felicità, NN editore (trad. Francesca Novajra)
Didion, Diglielo da parte mia, e/o (trad. Adriana Dell’Orto)
Nabokov, Lolita, Adelphi (trad. G.A. Mella)

racconti
Ligotti, Teatro grottesco, il Saggiatore (trad. Luca Fusari)
Cheever, Racconti, Feltrinelli (trad. vari)
Klay, Fine missione, Einaudi (trad. Silvia Pareschi)

non-fiction
Modeo, L’alieno Mourinho, ISBN
Agassi, Open, Einaudi (trad. Giuliana Lupi)
Singer, Cults in Our Midst, Jossey-Bass

“festa con bingo nel bunker”

Era ambientato nello spazioso bunker a prova di bomba sotto le rovine di Berlino, Germania, alla fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa. In quel racconto, Trout definisce quella guerra, che era anche la mia, “il secondo infruttuoso tentativo della civiltà occidentale di commettere suicidio”. Lo aveva fatto anche in alcune conversazioni, una volta in mia presenza, aggiungendo: “Se la prima volta non ci riesci, ritenta, ti prego, ritenta un’altra volta.”
Carrarmati e fanteria dell’Unione Sovietica sono a qualche centinaio di metri dal portone di ferro del bunker, situato a livello stradale. “Hitler, intrappolato di sotto, il più orrendo essere umano mai vissuto,” scrisse Trout, “non sa dove sbattere la resta. È lì sotto con la sua amante Eva Braun e pochi amici intimi, compreso Joseph Goebbels, il suo ministro della Propaganda, e la moglie e i figli di questi.”
Per mancanza di qualcosa anche solo remotamente risolutivo da fare, Hitler chiede a Eva di sposarlo. E lei accetta!
[…] Durante la celebrazione del matrimonio, tutti dimenticano i propri guai. Tuttavia, dopo che: lo sposo ha baciato la sposa, l’atmosfera torna ad ammosciarsi. “Goebbels è zoppo,” scrisse Trout. “Ma Goebbels zoppo lo è da sempre. Il problema non è questo.”
A Goebbels viene in mente che i suoi figli hanno portato con sé il Bingo. Era stato catturato intatto alle truppe: americane durante la battaglia della Bulge circa quattro mesi prima. Io stesso ero stato catturato “intatto” durante quella battaglia.
La Germania, al fine di conservare le proprie risorse, ha smesso di produrre in proprio il Bingo. Il che, insieme al fatto che gli adulti del bunker sono stati enormemente occupati prima durante l’ascesa di Hitler e adesso durante la sua caduta, fa sì che i figli di Goebbels siano gli unici che sappiano come si gioca a Bingo. Hanno imparato dal figlio dei vicini, la cui famiglia possedeva un Bingo autoctono prodotto prima della guerra.
Nel racconto c’è una scena stupenda: un bambino e una bambina, intenti a spiegare agli adulti le regole del Bingo, diventano il centro dell’Universo di quei nazisti con le loro spettacolari uniformi, incluso un Adolf Hitler attonito.
[…] come se tutto sommato in cielo ci fosse un Dio, è Der Fuhrer in persona a gridare: “BINGO!” Adolf Hitler ha vinto! Esclama incredulo, ovviamente in tedesco: “Non riesco a crederci. Non ho mai giocato a questo gioco, ed ecco che ho vinto. Ho vinto! Cos’altro può essere, se non un miracolo?” Hitler è cattolico.
Si alza in piedi. I suoi occhi sono ancora fissi sulla cartella vincente che ha davanti […]
Quel coglione domanda: “Cos’altro può significare, se non che la situazione non è poi così brutta come ci sembrava che fosse?”
Eva Braun rovina l’atmosfera ingerendo una capsula di cianuro. Gliel’ ha data come regalo di nozze la moglie di Goebbels.
Frau Goebbels aveva più capsule di quante gliene servissero per i propri famigliari. “Il suo unico delitto,” scrisse Trout a proposito di Eva Braun, “fu quello di aver consentito a un mostro di eiacularle nel canale riproduttivo. Sono cose che capitano anche alle donne migliori.”
Un bell’obice comunista Howitzer da 120 mm esplode sul bunker. Una pioggia di calcinacci si riversa sugli assordati inquilini. Hitler fa una battuta, per dimostrare di avere senso dell’umorismo. “Nevica,” dice. Si tratta anche di un poetico modo per dire che è ora che egli si uccida, a meno di non voler diventare l’attrazione principale di un corteo di mostri in gabbia, insieme alla donna barbuta e all’uomo-serpente.
Si punta una pistola alla tempia. Tutti strillano: “Nein, nein, nein”, Hitler persuade gli astanti del fatto che spararsi sia la cosa giusta. Quali dovrebbero essere le sue ultime parole? Dice: “Che ve ne pare di: ‘Non rimpiango niente’?”
Goebbels risponde che una frase del genere sarebbe appropriata se solo la cantante parigina Edith Piaf non vi avesse costruito su la propria fama mondiale cantandone per decenni la versione francese. “Il suo soprannome,” aggiunge Goebbels, “è ‘Passerotto’”. Suppongo che non vogliate venir ricordato come un passerotto.”
Hitler non ha ancora perduto il proprio senso dell’umorismo.
Dice: “Che ne dite di ‘BINGO’?”
Ma è stanco. Si punta nuovamente la pistola alla tempia. Dice: “Non ho chiesto io di venire al mondo.”
“BANG!” fa la pistola.

cronosisma
Un romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

bella d’inverno

uscita dal salone di bellezza
purtroppo, ahimè, non hai contezza
che il piede, con smalto e l’infradito
del freno, giammai, può esser perito
poi ci metti pure il freddo birichino
com’è ovvio, intirizzito è quel piedino
parti piano, ma il grip non è perfetto
che danno, l’auto dritta sul paletto

(true story)

il male casuale

(Ho scritto una letterina al coglionaccio che ha tirato un sasso contro il treno su cui viaggiavo. Serve a niente, ma mi serviva, eccola qua)

glass

Ciao, coglionaccio.

Sì, parlo proprio con te, coglionaccio, con te che ieri pomeriggio nei pressi della stazione di Chiari hai lanciato un sasso contro il treno su cui viaggiavo. (immagino tu non fossi solo, coglionaccio, solo che non ti voglio trattare come membro di un branco ma come singolo, per poterti appellare con il nomignolo che ti meriti, coglionaccio; nomignolo che, va da sé, si può applicare anche a tutti quelli che erano con te a lanciare sassi, o anche solo che non ti hanno dissuaso dal farlo)

Ieri, te lo racconto perché immagino tu non lo sappia, è stata una delle giornate più fortunate della tua vita. Già, perché il sasso che hai tirato contro il treno in corsa ha sfondato solo il vetro esterno, lasciando intatto quello interno. Ha fatto un bel botto (te lo sarai assaporato, immagino, prima di scappare nella nebbia ebbro di adrenalina), ma nulla di più. E la tua fortuna risiede proprio nella resistenza di quel doppio vetro, perché nei due posti lì a fianco sedevano due bambini — cinque e due anni, a occhio — e insomma, se il sasso fosse passato… Non serva che io ti descriva la scena che ho in mente, ma potrebbe farti bene pensare un po’ alla tua faccia in prima pagina su un giornale, alla sorpresa dei tuoi vicini di casa nello scoprire cosa hai fatto (sembravi così tranquillo), ai commenti su Facebook di tutti quelli che avrebbero iniziato ad augurarti una morte atroce, e così via.

E quindi, coglionaccio, adesso che si fa? Cosa devo fare con te? Non ti auguro la galera, perché mi fa orrore il concetto e magari sei anche minorenne. Una multa? Una pioggia di schiaffoni? Non lo so neanche io cosa augurarti, quindi resto sul vago, mi affido alla provvidenza anche se non ci credo: spero che ti succeda quello che sarà utile per non farti fare mai più una cosa simile. Nulla di più, nulla di meno. Lo spero per te, lo spero per me che stavo lì a sonnecchiare, per quei due bambini, per la faccia che aveva il loro padre mentre gli si svolgeva in testa lo stesso filmino raccapricciante che stavo vedendo io, lo spero un po’ per tutti.

Dice un personaggio nei Detective selvaggi di Bolaño:

Il nocciolo della questione è sapere se il male (o il delitto o il crimine o come vuole chiamarlo) è casuale o causale. Se è causale possiamo lottare contro di lui, è difficile da sconfiggere ma c’è una possibilità, più o meno come fra due pugili dello stesso peso. Se è casuale, al contrario, siamo fregati.

Ecco, ieri tu sei andato vicino, a qualche millimetro di vetro, dall’essere il male casuale. Sarebbe ora che te ne rendessi conto, coglionaccio.