accidenti a te, john cheever

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Compro la raccolta completa dei racconti di John Cheever, pubblicata da Feltrinelli. In quarta di copertina (e nella bella postfazione della traduttrice, Adelaide Cioni) si cita un passo tratto dall’ultimo racconto della raccolta, ovvero I gioielli dei Cabot. Dice così:

I bambini annegano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affondano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini, ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra.

La prendo come una bussola, un’indicazione di massima, sì, ma su cui fare affidamento. Poi inizio a leggere, arrivo al quinto racconto, Gli Hartley. Sin dall’inizio respiro un’aria di minaccia incombente, ma mi dico di star tranquillo, l’ha detto John, la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati. L’ultimo paragrafo degli Hartley – quel che è successo prima, come è successo, scopritelo da voi – è questo qui:

Gli Hartley partirono per New York qualche ora dopo il tramonto. Avrebbero viaggiato per tutta la notte dietro il carro mortuario dell’agenzia di pompe funebri. Alcuni ospiti dell’albergo avevano suggerito al signor Hartley di lasciar lì la macchina, offrendosi di portarla loro a New York l’indomani, ma il signor Hartley aveva risposto che aveva voglia di guidare, e la moglie sembrava d’accordo con lui. Quando tutto fu pronto, i due genitori affranti uscirono sulla veranda e si guardarono attorno, storditi dallo splendore della notte. L’aria era gelida e tersa, e le stelle sembravano più luminose delle luci dell’albergo e del villaggio. Il signor Hartley aiutò la moglie a salire in macchina, e, dopo averle sistemato una coperta sulle gambe, partirono per il loro lungo, lungo viaggio.

Quindi, leggete questi racconti perché sono probabilmente tra i migliori mai scritti, ma non vi fidate di quella maledetta quarta di copertina.
E accidenti a te, John Cheever.

stock up

carver
INTERVIEWER
Did you ever feel that alcohol was in any way an inspiration? I’m thinking of your poem “Vodka,” published in Esquire.

CARVER
My God, no! I hope I’ve made that clear. Cheever remarked that he could always recognize “an alcoholic line” in a writer’s work. I’m not exactly sure what he meant by this but I think I know. When we were teaching in the Iowa Writers’ Workshop in the fall semester of 1973, he and I did nothing but drink. I mean we met our classes, in a manner of speaking. But the entire time we were there—we were living in this hotel they have on campus, the Iowa House—I don’t think either of us ever took the covers off our typewriters. We made trips to a liquor store twice a week in my car.

INTERVIEWER
To stock up?

CARVER
Yes, stock up. But the store didn’t open until 10:00 a.m. Once we planned an early morning run, a ten o’clock run, and we were going to meet in the lobby of the hotel. I came down early to get some cigarettes and John was pacing up and down in the lobby. He was wearing loafers, but he didn’t have any socks on. Anyway, we headed out a little early. By the time we got to the liquor store the clerk was just unlocking the front door. On this particular morning, John got out of the car before I could get it properly parked. By the time I got inside the store he was already at the checkout stand with a half gallon of Scotch. He lived on the fourth floor of the hotel and I lived on the second. Our rooms were identical, right down to the same reproduction of the same painting hanging on the wall. But when we drank together, we always drank in his room. He said he was afraid to come down to drink on the second floor. He said there was always a chance of him getting mugged in the hallway! But you know, of course, that fortunately, not too long after Cheever left Iowa City, he went to a treatment center and got sober and stayed sober until he died.

(da qui)

“gilgongo!”

Trattava di un pianeta che era sgradevole perché vi avveniva troppa procreazione. Cominciava con una gran festa in onore di un uomo che aveva spazzato via l’intera specie di certi deliziosi piccoli panda. Aveva dedicato la vita a questo scopo. Per la festa erano stati fabbricati dei piatti speciali perché gli ospiti li portassero a casa come ricordo. Ognuno recava la riproduzione di un orsacchiotto, con la data della festa. Sotto la riproduzione c’era questa parola: GILGONGO!
Nella lingua di quel pianeta significava “Estinto!”.
La gente era contenta che quegli orsacchiotti fossero gilgongo, perché ce n’erano già troppe di specie sul pianeta e altre ancora ne venivano fuori ogni ora. Nessuno poteva in nessun modo essere preparato alla strabiliante varietà di creature e piante nelle quali poteva imbattersi.
La gente faceva del proprio meglio per eliminare quante più specie era possibile, affinché la vita fosse più prevedibile. Ma la natura era troppo creativa per loro. Ogni forma di vita sul pianeta fu infine completamente soffocata da una coltre viva spessa un centinaio di spanne. Quella coltre era composta da piccioni viaggiatori, aquile delle Bermude e gru gigantesche.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

faglie

Una coppia è un mondo, un mondo autonomo e compatto che si sposta all’interno di un mondo più vasto, senza esserne realmente toccato; da solo, invece, ero attraversato da faglie.

sottomissione
Michel Houellebecq
Sottomissione
trad. it. Vincenzo Vega
Bompiani, 2015

non dopo, lo capisci?

E non ascoltare i tuoi genitori che ti dicono che devi divertirti, che è importante lo studio, che non devi farti male, che devi rispettare gli avversari, essere leale, sportivo, che conta partecipare, che non si può sempre vincere, beati gli ultimi che saranno primi e i secondi che saranno penultimi e così via, Borghetti, tutte queste stronzate inventate dai perdenti per i perdenti, inventate dai perdenti di oggi per i perdenti di domani per generare altre generazioni di perdenti e sentirsi meno perdenti, queste stronzate demoralizzanti, anestetizzanti, queste stronzate psicologiche per attutire il dolore del trauma prima ancora di sapere se ci sarà un trauma, questo preoccuparsi continuamente di conservarsi, di pensare al dopo, al dopo, al dopo, di rinviare tutto, Borghetti, quando la tua occasione è adesso, il trauma è adesso, il dolore è adesso, non dopo, lo capisci?

il dolore
Mauro Zucconi
Il dolore è adesso
ebook autoprodotto, 2014

la regola

Siamo in guerra e non abbiamo un codice per le emergenze […] usiamo il codice delle leggi e dell’amministrazione. In questo c’è dell’ironia: siamo da sempre in guerra, dice questa nostra usanza, e l’emergenza è la regola, è inutile approntare un codice specifico.

la calligrafia
Andrea Tarabbia
La calligrafia come arte della guerra
Transeuropa, 2010

sali e fallo

Buon compleanno. È un gran giorno, grande quanto la volta dell’intero cielo sudorientale. Ci hai pensato e ripensato. C’è l’alto trampolino. Loro se ne vorranno andare da un momento all’altro. Sali su e fallo. […]
La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dentro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti piede nella pelle e scompari.
Ciao.

brevi
David Foster Wallace
Per sempre lassù, da Brevi interviste con uomini schifosi (1999)
trad. it. di Ottavio Fatica e Giovanna Granato
Einaudi, 2000

soltanto teoria

Mio nonno mi aveva illustrato tutti i modi possibili per far saltare in aria il ponte. Con la dinamite tutto poteva essere annientato, bastava volerlo. In teoria io anniento tutto, capisci, tutto ogni giorno, diceva. In teoria, ogni giorno e in ogni momento, a piacere, era possibile distruggere, far crollare, estinguere tutto. Questo egli sentiva come il più straordinario dei suoi pensieri. Io a mia volta me ne sono appropriato e con esso mi sono baloccato vita natural durante. Uccido quando mi pare, faccio crollare quando mi pare. Anniento quando mi pare. Ma la teoria è soltanto teoria, diceva mio nonno, e subito dopo si accendeva la pipa.

un bambino
Thomas Bernhard
Un bambino (1982)
trad. it. di Renata Colorni
Adelphi, 1994