temo di sì

Il pesce rosso di Lane, che si chiamava Goldie, ormai quasi galleggiava sul fianco screziato di scaglie bianche e arancione, era lì lì, quasi arrivato allo stadio in cui l’attenzione del veterinario sarebbe potuta essere unicamente cosmetica. Lane è rimasta a fissare il mondo del suo pesce rosso sopra il comodino, illuminato dal bagliore arancione della lampada di Cenerentola: lo fissava con una specie di ingannevole indifferenza negli occhi marrone. Quella testolina di cinque anni, molto più sveglia della mia, ha domandato: “Ma si mangiano i pesci rossi?”.
Le ho risposto che io non lo facevo, anche se mi ricordavo certi goliardi universitari che li ingoiavano vivi nel corso di festicciole a base di fiumi di birra.
“Perciò morirà?”
“Temo di sì”
“E perché?”
“Tutti gli animali muoiono. Qualcuno vive più a lungo degli altri, ma tutti quanti muoiono”, le ho spiegato.*
“No, volevo dire: perché lo temi”.
Mi ci è voluto un po’ per arrivarci. “‘Temo di sì’ è solo una frase fatta, un’espressione di uso comune, è un modo di dire che sta per succedere qualcosa e noi non possiamo farci niente”.
“Forse ho dato troppo da mangiare a Goldie”. Non era una confessione, quanto una constatazione.
“Forse. Forse è quello che facciamo tutti”. Siamo rimasti a fissare il pesciolino malato ancora un po’, poi ho sollevato la palla, sentendo il vetro fresco contro il palmo delle mani. “Beh, è arrivato il momento di portare Goldie in giardino e seppellirlo. Vuoi venire anche tu?”.
Lei ha scosso la testa.
“Te ne resti qui?”.
“Temo di sì”.

* il grassetto è del mio gatto, che mentre scrivo mi pigia la pancia e, ogni tanto, il mousepad; qualcosa vorrà dire, o forse no.

la-cura-acqua
Percival Everett
La cura dell’acqua
trad. it. di Marco Rossari
Nutrimenti, 2008

soprattutto a te

Era ambientato alle isole Hawaii, cioè il posto dove i fortunati vincitori del concorso di Dwayne Hoover, lì a Midland City, sarebbero dovuti andare. Su quelle isole ogni pezzetto di terra era di proprietà di una quarantina di persone in tutto, e nel racconto Trout faceva decidere a queste persone di esercitare fino in fondo il loro diritto di proprietà. C’erano cartelli “Vietato il passaggio” praticamente dappertutto.
Questo aveva creato terribili problemi per il milione di persone che abitavano nelle isole. La legge di gravità esigeva che se ne stessero da qualche parte sulla superficie. Altrimenti non potevano fare altro che entrare in acqua e andare ad affogare al largo.
Allora il governo federale si intromise, mettendo a punto un programma d’emergenza: a ogni uomo, donna e bambino che no aveva proprietà venne consegnato un grande pallone pieno di elio.
Da ogni pallone pendeva un cavo con un gancio. Grazie a questi palloni gli hawaiani potevano abitare queste isole senza continuare a calpestare le proprietà altrui.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni
trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005