giocattoli rotti per bambini rotti

Ci accomodammo in sala d’attesa. Quando fu il turno della mamma e di Mal io ne approfittai per gettare un’occhiata furtiva all’interno dello studio. Era marrone e di pelle e mi fece venire in mente Sherlock Holmes. Un falangio in vaso dall’aria tristissima faceva la guardia a soprammobili in ottone che vibravano lucidi di cera. C’erano dettagliate immagini anatomiche di bambini alla parete e un vetro smerigliato con una scritta sopra la porta. Tremò quando l’uomo coi baffi e l’aria importante la chiuse dietro di sé e continuò a vibrare come se avesse divorato la mamma e Mal e li stesse masticando trasformandoli in un impasto, per poi sputarli fuori e restituirmeli.
Mi spostai nell’angolo della stanza, dove le sedie allineate lungo le due pareti si incontravano in un mucchio di giocattoli buttati lì a casaccio per prevenire i capricci dei piccoli pazienti. […]
E l’automobilina radiocomandata era senza il telecomando. E la bambola di plastica aveva una gamba spezzata da cui usciva un frammento così acuminato che ti ci potevi tagliare la gola. Giocattoli rotti per bambini rotti. […]
Il terzo bambino si chiamava Ron. Era tutto un «Siediti, Ron!», «Calmati, Ron!», «Fa’ il bravo Ronald, per favore fa’ il bravo!». Sua madre si torceva la pelle delle mani mentre colonie di formiche invisibili le si radunavano tra le dita. Era rigida, le spalle dei nodi colossali e il cervello un tiro alla fune.
Ronald fa’-il-bravo stava sfondando il mucchio di giocattoli. Li calpestò, sollevando bene i piedi e marciando come un generale vittorioso che festeggia la fine di una terribile battaglia sanguinosa aprendosi un varco tra le ossa rotte dei nemici. Prese tra le manine paffute il grande camion rosso dei pompieri che aveva perso da tempo i suoi piccoli pompieri, lo issò sopra la testa e lo scaraventò con forza sul pavimento, dove si schiantò in mille pezzi. Le guance gli si gonfiarono di gioia. Sua madre si tastò i contorni del viso con dita tremanti. E poi Ronald, quel piccolo furfante di Ronald-fa’-il-bravo, rese la scheggia aguzza di una piccola recinzione gialla una volta appartenuta al cortile di una fattoria di plastica senza animali e con forza straordinaria la piantò nella mia coscia. Mi perforò i pantaloni, mi lacerò la carne e quando poi la estrasse si trascinò dietro il mio sangue. Cercai di non piangere. […]
Quando tornammo a casa gettai i pantaloni direttamente nella lavatrice e mi misi seduto sul letto in mutande, stuzzicando per ore il lembo di pelle sulla coscia. Poi Mal venne a prendermi. Io guardai in basso, aveva ricominciato a sanguinare.
«Vieni» disse. «Ti faccio conoscere la mia ragazza».

Malcolm

David Whitehouse
Buon compleanno Malcolm
trad. it. di Valentina Zaffagnin
ISBN Edizioni, 2011

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