“peste a rotelle”

[riguardava] la vita su un pianeta morente chiamato Lingo-Tre, i cui abitanti somigliavano alle automobili americane: avevano le ruote, erano mossi da motori a combustione interna, s’alimentavano a carburanti fossili. Ma non venivano fabbricati, si riproducevano. Deponevano uova contenenti automobiline e queste si schiudevano in vasche di olio estratto dalle coppe degli adulti.
Lingo-Tre venne visitato da viaggiatori spaziali, i quali appresero che quelle creature andavano estinguendosi per il seguente motivo: avevano distrutto le risorse del pianeta, compresa l’atmosfera.
In fatto di aiuti materiali, i viaggiatori spaziali non furono in grado di offrire molto. Le creature automobili speravano di ricevere in prestito dell’ossigeno e di indurre i visitatori a trasportare almeno una delle loro uova su un altro pianeta, dove avrebbero potuto schiudersi dando così inizio a una nuova civiltà automobilistica; ma l’uovo più piccolo che avevano pesava circa ventidue chili, e i viaggiatori spaziali erano alti soltanto due centimetri e mezzo, e la loro nave spaziale era anche più piccola di una scatola da scarpe terrestre, per intenderci. Venivano dal pineta Zeltoldimar.
Rappresentante degli zeltoldimariani era Kago. Il quale disse che il massimo che poteva fare era di riferire agli altri abitanti dell’Universo quanto meravigliose fossero le creature automobili. Ecco cosa disse a tutti quei rottami arrugginiti, ormai senza più benzina: “Scomparirete, ma non sarete dimenticati”.
A quel punto, nel libro, l’illustrazione mostrava due ragazze cinesi, evidentemente gemelle omozigote, sedute a gambe spalancate su un divano.
E dunque Kago e il suo coraggioso equipaggio di piccoli zeltoldimariani, che erano tutti omosessuali, spaziarono per l’Universo mantanendo vivo il ricordo delle creature automobili. Alla fine giunsero sul pianeta Terra. In tutta inocenza, Kago parlò ai terrestri delle automobili, ignorando che gli esseri umani potevano essere travolti da una singola idea come dal colera o dalla peste bubbonica. Contro le idee parassite, sulla Terra, non c’era immunità.
E questa, secondo Trout, era la ragione per cui gli esseri umani non erano in grado di respingere le idee anche se cattive: “Sulla Terra, le idee erano simbolo di amicizia o inimicizia. Il loro contenuto non aveva importanza. Gli amici andavano d’accordo con gli amici al fine di esprimere amicizia. I nemici non andavano d’accordo con i nemici al fine di esprimere inimicizia.
“Per centinaia di migliaia di anni le idee dei terrestri, qualunque fossero, non ebbero la minima importanza, dato che in ogni caso non sapevano che farsene. Le idee erano simboli come qualunque altra cosa.
“Avevano persino un detto a proposito della futilità delle idee: ‘Se i desideri fossero cavalli, i barboni cavalcherebbero’.
“Poi i terrestri scoprirono gli utensili e improvvisamente dar ragione agli amici poteva diventare una forma di suicidio, se non peggio. Ma si continuò a farlo, non per amore del buon senso o della decenza o dell’autoconservazione, bensì dell’amicizia.
“I terrestri continuarono a esprimere amicizia, quando avrebbero dovuto invece pensare.E anche quando costruirono i calcolatori perché pensassero al posto loro,li concepirono finalizzati non tanto alla saggezza quanto all’amicizia.
Così si condannarono e i barboni omicidi cavalcarono”.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

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