nella stessa direzione

Mi ricordo come incontrai quella zingara per la prima volta, era verso la fine della guerra, mentre ritornavo dall’osteria, mi si affiancò e restò con me, parlavo con lei al di sopra della spalla, si reggeva sempre alla mia schiena e mai restava indietro o mi oltrepassava, sgambettava dietro di me in scarpine che non si sentivano, sì, ero uscito da U Horkých e al bivio dico, addio, io devo andare, ma lei disse che doveva andare nella stessa direzione che avevo preso io, così camminavo verso via Ludmila e alla fine dico, allora addio, io devo andare a casa, e lei disse che andava anche lei in quella stessa direzione, e così volutamente arrivai fino a Žertva e le porsi la mano dicendo che dovevo andare a casa, e lei disse che andava in quella stessa direzione mia, e così camminammo e giù alla Barriera dell’eternità dissi che ormai ero nella mia via e che mi congedavo da lei, e lei disse che andava in quella stessa direzione mia, e così giunsi sotto le lanterne a gas del nostro palazzo e dico, allora addio, io ormai sono davanti a casa mia, e lei disse che anche lei abitava lì, e così aprii e la feci passare per prima, ma lei non volle, dovevo entrare per primo io nel corridoio scuro, e così entrai, e abitavano lì altre tre famiglie di pigionanti, e così salii per le scale in cortile e andai alla mia porta, e mentre aprivo mi girai e dico, allora addio, io sono a casa, e lei disse che era a casa anche lei, e entrò da me e dormì con me sull’unico letto, e quando mi svegliai era già andata via, solo la sponda del letto era calda di lei.

una solitudine
Bohumil Hrabal
Una solitudine troppo rumorosa
trad. it. di Sergio Corduas
Einaudi, 2014

“l’albero dei soldi”

Un libro su un albero che faceva i soldi. Aveva come foglie biglietti da 20 dollari. I suoi fiori erano titoli di stato. I suoi frutti erano diamanti. Attirava gli esseri umani, che si ammazzavano tra loro intorno alle sue radici e così diventavano un ottimo fertilizzante.
Così va la vita.

Mattatoioun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Mattatoio n° 5 (1969)
Trad. it. di Luigi Brioschi
Feltrinelli, 2005

passala a destra, bolaño!

bolano

“Da piccolo giocavo a calcio. Avevo la maglia numero 11, quella di Pepe e Zagalo ai Mondiali di Svezia, ed ero un giocatore entusiasta ma mediocre, anche se calciavo con il sinistro e pare che chi calcia con il sinistro non stoni durante la partita. Nel mio caso non era vero: stonavo quasi sempre, anche se talvolta, diciamo ogni sei mesi, mi capitava di giocare una buona partita e di recuperare almeno in parte l’enorme credito perduto. La sera, com’è naturale, prima di addormentarmi pensavo e ripensavo alle mie penose doti di calciatore. Fu allora che intuii consapevolmente per la prima volta la mia dislessia. Calciavo con il sinistro ma scrivevo con la destra. Era un dato di fatto. Mi sarebbe piaciuto scrivere con la sinistra, ma usavo la destra. Ed eccolo lì, il problema. Per esempio, quando l’allenatore diceva ‘Passala a destra, Bolaño’, non sapevo dove passarla. E a volte capitava perfino che quando giocavo sulla fascia sinistra e sentivo il mio allenatore sgolarsi, dovessi fermarmi a pensare: sinistra – destra. Destra era il campo di calcio, sinistra era calciare fuori, verso i pochi spettatori, bambini come me, o verso i miseri pascoli che circondavano i campi di calcio di Quilpue, o Cauquenes, o della provincia di Bío-Bío. Con il tempo, naturalmente, imparai ad avere un punto di riferimento ogni volta che mi chiedevano indicazioni o mi informavano su una via che stava a destra o a sinistra, e quel riferimento non era la mano con cui scrivevo ma il piede con cui calciavo il pallone.”


(dal “Discorso di Caracas” di Roberto Bolaño, pronunciato durante la consegna del Premio Rómulo Gallegos per I detective selvaggi; il resto del discorso qui)

coscienza professionale

Quel signore che ha acquistato un impermeabile usato, un cappello floscio, che fuma nervosamente, e cammina avanti e indietro per una squallida camera d’albergo che ha dovuto pagare in anticipo, ha deciso, dieci anni fa, che da grande avrebbe fatto il killer. Ora è grande, e nessun fatto nuovo, non amori, non sane colazioni al mattino, non inni chiesastici, hanno modificato in alcun modo la sua decisione, che non era un capriccio infantile, ma una scelta savia e avveduta. Ora, un killer ha bisogno di poche cose, ma si tratta di cose peculiari. Deve possedere un’arma insieme prestigiosa ed elusiva, una mira perfetta, un committente, ed una persona da uccidere; il committente, per conto suo, deve possedere odio e interesse, e molto denaro. Il difficile è procurarsi tutte queste condizioni contemporaneamente. Poiché il suo temperamento oscilla tra il fatalista e il superstizioso, egli è persuaso che un vero killer non potrà non trovarsi nella situazione prevista, ma che, essendo quella una situazione complessa ed altamente improbabile, può succedere non se il killer è competente, se l’arma è esatta, se esiste da qualche parte un grande odio o un interesse terribile, se c’è denaro per uccidere, ma se qualcosa nei cieli, nelle stelle, forse in Dio stesso, se esiste, interviene ed agglomera quegli eventi sparsi e sovente lontani tanto da non potersi incontrare.
Egli vuole essere degno di una scelta cui non esita ad attribuire un carattere fatale. Dunque, dopo essersi scelto un vestito come una tonaca, ha deciso di diventare una mira perfetta. È un novizio, ma ha la vocazione dell’asceta. Si è accorto subito di un errore in cui incorrono tutti gli aspiranti killer; si allenano con bersagli finti. Il bersaglio finto non mette alla prova l’ascetismo del killer. Questo principio, di per sé inattaccabile, ha indotto il killer ad alcune conclusioni: egli ha stabilito che deve imparare la mira perfetta in condizioni perfettamente ascetiche. Non deve colpire, deve uccidere. Non animali, che vogliono essere uccisi. Uomini? Ma uccidere un uomo non per denaro è fatuo esibizionismo. Gli resta un’unica soluzione, questa veramente ascetica. Deve esercitarsi alla mira sopra se stesso. Ora ha disposto l’arma in un angolo della stanza, in alto, e ha legato il grilletto ad una corda. Il killer medita. Ora prenderà la mira di sé. E poi? Se sbaglierà, sarà salvo, ma squalificato come killer; se coglierà, qualcuno resterà ucciso: il killer. Esita a lungo: ma sappiamo che alla fine prevarrà la sua coscienza professionale.

Centuria
Giorgio Manganelli
Centuria numero 18, in Centuria
Adelphi, 1995

niente da fare

Ieri ho preso un treno che in poco più di un’ora di viaggio ha accumulato quaranta minuti di ritardo, e mentre stavamo finalmente entrando in stazione una ragazza è andata dal controllore, a lamentarsi che col ritardo lei perdeva la coincidenza e tutto diventava un gran casino, sì, un gran casino. Il controllore le ha risposto che il treno successivo in effetti non ci aveva aspettati, ma che c’era già pronto un taxi  che l’avrebbe portata dove doveva andare senza ulteriori addebiti. E poco dopo, quando è venuto fuori che un ragazzo aveva lo stesso problema con la stessa coincidenza, al controllore non è sembrato vero di risparmiare una corsa, e così gli ha detto di accodarsi alla ragazza e salire anche lui sul taxi – tanto dovete andare nello stesso posto, no?

Quando siamo scesi dal treno i due compagni di viaggio forzati mi camminavano davanti, e stai a vedere, ho pensato, che questa gran rottura di balle del ritardo si rivela provvidenziale, perché i due salgono sul taxi, chiacchierano, si innamorano, e finiscono a fare le cose che fanno abitualmente quelli che si innamorano. Nasce un figlio, che si rivela un pezzo d’asino fino al liceo, ma poi si appassiona alla scienza e nel 2066 scopre la cura per una malattia che sta mietendo milioni di vittime.

Oppure, ho pensato, stai a vedere che i due non fanno neanche in tempo a salire sul taxi e già non si sopportano, una di quelle antipatie tanto feroci quanto immotivate, e  quando dopo due ore di odio muto arrivano a destinazione a entrambi sembra di tornare a respirare. Mentre scende dal taxi a lui scivola il portafoglio dalla tasca. Lei se ne accorge ma fa finta di nulla, raccoglie il portafoglio dal sedile, lo infila nella borsetta, e sulla via di casa lo getta in un cestino, senza un perché. E insomma, per via del fatto che quei due non si son piaciuti affatto, quando scoppia la malattia non c’è niente, proprio più niente da fare.

10 cose

Una lista di cose che mi piacerebbe mi piacessero – ovvero, di cui intuisco il valore – ma invece no:

• la musica classica
• la boxe
• gli scacchi
• il free jazz
• i Beatles
• il rugby
• lo spumante
• i film muti
• i sigari
• le passeggiate in montagna

bamf!

Ieri sera ho preso un treno e appena mi son seduto è passato un ragazzo coi pantaloni bassi, che ha attraversato il vagone e si è chiuso in bagno. Dopo un po’, saranno stati due o tre minuti, è passato un controllore, mi ha vidimato il biglietto con malcelata delusione, poi ha spalancato la porta del bagno per stanare qualcuno, ma il bagno era vuoto, e del ragazzo coi pantaloni bassi non c’era traccia.
Allora mi è venuto in mente di qualche anno fa, quando coi miei amici si stava facendo il tipico interail post maturità, e di una notte che si è a bordo di un treno che incide l’Europa dal basso in alto diretto all’immortalità, e noi si è in sei o sette, buttati per terra tra un vagone e l’altro su dei sacchi a pelo, a imballare il passaggio e a dir scemenze. E a un certo punto si apre la porta del vagone seguente e spunta un tizio con la camicia e il cravattino e il carrello delle bevande. Noi si sbuffa, ci si alza per farlo passare, forse lo si sbertuccia anche un po’ – ma con maturità.
Poi siam di nuovo per terra e ricominciamo a parlare, che il filo delle scemenze non lo perdevamo mai, e a un certo punto si apre la porta tra i vagoni, la stessa di prima, e spunta un tizio con la camicia e il cravattino e il carrello delle bevande, ed è lo stesso tizio di prima. Solo che il treno nel frattempo non si è mai fermato, e quindi io coi miei amici ci guardiamo stupiti di come abbia fatto il tizio a tornare in coda al treno senza ripassarci davanti e farci alzare.
E insomma, tra il ragazzo coi pantaloni bassi e il tizio che vendeva le bevande, mi vien da pensare che o son io che sul treno ho come dei blackout – e i miei amici, quella volta, con me – oppure in giro c’è tanta gente che sa la magia.
Propendo per la prima ipotesi, che mi fa stare più tranquillo.
Credo.