Julio & The Chocolate Dandies

The Chocolate Dandies, Blue Interlude

 

Che sbornia mi son preso, fratello. Me ne vado a casa.
Ma gli costava rinunciare alla coperta eschimese cosí calda, alla contemplazione lontana e quasi indifferente di Gregorovius in piena intervista sentimentale con la Maga. Strappandosi da tutto questo, come se spiumasse un vecchio gallo cadaverico che resiste da quel maschio che fu, sospirò sollevato nel riconoscere il tema di Blue Interlude, un disco che doveva aver avuto a Buenos Aires. Non si ricordava piú come era composta l’orchestra, ma che c’erano Benny Carter e forse anche Chu Berry, e udendo il difficilissimo semplice a solo di Teddy Wilson decise che era meglio restare fino alla fine della sessione di dischi. Wong aveva detto che stava piovendo.

Julio Cortázar, Il gioco del mondo (Rayuela)

for more

Everything in the universe is everything else. A man is a killer is a saint is a monkey is a cockroach is a goldfish is a whale, and the Devil is just the angel who asked for More.

dermaphoria
Craig Clevenger
Dermaphoria
MacAdam/Cage, 2005

eroe

Quando l’auto rischia di uccidere sia lui che la ragazzina sconosciuta, Topeca sta pensando che è innaturale non siano ancora stati inventati pantaloni con l’elastico in vita abbastanza eleganti per poter essere indossati anche in ufficio, liberando l’umanità dalla costrizione delle cinture e delle bretelle. Pantaloni autoreggenti che in questo momento avrebbero anche il vantaggio di preservare gli orli dalle pozzanghere che lucidano i marciapiedi, e che la pioggia battente continua ad alimentare.
L’auto, come si suol dire, sbuca fuori dal nulla – e sia Topeca che la ragazzina sarebbero disposti a giurare che l’espressione non sia in questo caso da intendersi in senso metaforico: stanno attraversando la strada, lei un passo avanti a lui, e dove prima c’era solo aria si materializzano metallo, vetro, gomme, il rombo di un motore.
La ragazzina ha la prontezza di fare il salto indietro che forse le salva la vita, finendo di slancio addosso alla statua di Topeca. Poi inizia ad aspirare aria emettendo un suono che ricorda una foca, e che Topeca trova parecchio buffo, forse solo per contrasto con lo scampato pericolo. Sghignazzerebbe, Topeca, se solo la faccia gli si liberasse dalla paralisi dello shock.
Le sue braccia, molli e scollegate, sono finite nel frattempo attorno alle spalle della ragazzina, che adesso respira, piagnucola, ride.
Graziegraziegrazie, dice.
Ma di cosa, non ho fatto nulla, si immagini, balbetta Topeca.
Gli applausi della gente che nel frattempo è accorsa, una dozzina di persone eccitate dal rumore della frenata, deluse dalla mancanza di sangue e infine contagiate dalla gratitudine della ragazzina, non fanno poi molta fatica a coprire il suo pigolìo.
Eroe, dice a voce bassa una signora male in arnese, coi piedi infilati dentro due sacchetti di plastica per ripararli dalla pioggia.
Indica Topeca.
Eroe, ripete.
Eroe.

(l’incipit di Topeca)

“bone”

You discover one day—while everyone else is doing whatever it is that makes them happy—that you can almost pop one of the bones in your hand right out of the skin. It’s awesome. First, you practice in secret, when you’re bored or exasperated by school. But one day, you are practicing out in the open when someone notices the little bit of white sticking out, and they say, Wow, how cool, and they ask you to do it again. Look at this guy, they say—when formerly you were ignored or marginalized or made to feel you were odd or would at any rate never to amount to much—and it occurs to you: maybe you’re on to something.

You get good at it, the bone popping, and in college you realize there’s a whole department devoted to the study of it: how they did it in the old days, how it became different when the boats came to North America. Yet, on the musty college campus, everything seems safe and no one’s trying hard enough. In fact, it’s difficult to find anyone doing a good or brave job of bone popping.

Tratto dal racconto Bone di Nathan Deuel.
Continua qui su the Paris Review.