mai più

C’erano le facce, chine su di lui, giovani e vecchie.
Facce preoccupate, facce incuriosite.
E c’erano le voci, alcune collegate alle facce, altre che provenivano dai margini del suo campo visivo.
Oddio, dicevano le voci, che è successo?, Qualcuno ha visto?, Chiamate un’ambulanza!, Guarda quanto sangue!, Presto, chiamate l’ambulanza!, Ma è caduto?, Forse si è sentito male, Sarà drogato, Chi chiama un’ambulanza?
Le attenzioni delle facce e il suono delle voci sembravano riscaldarlo, un abbraccio che scendeva dalla testa al collo e poi giù lungo la schiena. Sperò che non chiamassero nessuno, che lo lasciassero disteso, che nulla cambiasse, mai più.

non saprei

Le serie Tv sono i nuovi romanzi?
Negli ultimi anni se lo son chiesto in tanti, e in giro si trovano un sacco di risposte intelligenti (che non mancano di sottolineare il perfido sottinteso della domanda, ovvero: “Le serie Tv sono meglio dei romanzi?”). Comunque, alla domanda iniziale qualcuno risponde , qualcuno risponde no, qualcuno risponde non proprio (esempio recente, qui Adam Kirsch dice no e Mohsin Hamid dice non proprio, oppure non per molto). Quando le leggo, queste risposte, mi sembra di esser d’accordo un po’ con tutte. Anche se si contraddicono l’una con l’altra, guarda un po’.
Solo che quando poi ci ripenso, non so, saran limiti miei, ma io la domanda iniziale non la capisco neanche tanto bene. Prendiamo due pesi massimi, per dire: The Wire e Delitto e castigo. Mi han dato valanghe di emozioni, sian benedetti entrambi, ma me le han date in modo differenti. The Wire non sarà mai in grado di farmi vedere che succede dentro Raskolnikov, e nessuna descrizione, neanche scritta da un semidio come Dostoevskij, riuscirà a dire quel che dice uno sguardo di Omar – o almeno, non a dirlo in quel modo .
A me, sarò strano o forse solo banale, parole e immagini mi sembran linguaggi così differenti che per la domanda di partenza non credo di aver una risposta.
Un po’ come se uno mi chiedesse, Ma secondo te, la musica è la nuova scultura? Eh, non saprei.

tony

Non sono un criminale, sono un soldato.
E merito di morire come un soldato.
Non sono un soldato!
Sono solo una mosca su una montagna di merda!

 

Così Tony, davanti allo specchio, prima di gridare. Gran film.

tony

un nome aggressivo

Poi ieri sera son andato in un locale, a forza di bere delle cose alla fine ero un po’ confuso.
Il cellulare mi ha chiesto se mi volevo collegare a una rete wi-fi, la rete wi-fi aveva un nome aggressivo, si chiamava “Baciami il culo”.
E niente, ci son rimasto molto male.

stupidi e deboli

L’altro giorno mi chiedevo: ma Daltanious, che come è noto “odia gli stupidi, aiuta i deboli”, come si comporta quando ha di fronte qualcuno che è sia stupido che debole? Ovverosia, riesce a mettere da parte l’odio e lo aiuta, oppure l’odio per la stupidità ha la meglio e quindi quello deve sbrigarsela da sé?
È ben complessa, l’etica di Daltanious.

se serve, son qui

Alla fine, non senza un certo senso di inquietudine per quel che ci avrebbe trovato, aprì il profilo personale che l’agenzia delle entrate gli aveva aperto sul sito dell’agenzia delle entrate. Non trovò grosse sorprese, salvo una multa non pagata una decina di anni prima.
E allora, gonfio di solerzia, scrisse una mail per dire che sì, lui, dopo aver visto sul profilo personale che l’agenzia delle entrate gli aveva aperto sul sito dell’agenzia delle entrate, quella multa là la voleva pagare. Però ecco, scrisse, magari saper per che cos’era, vedi mai che ci sia stato un errore.
Dopo un mese l’agenzia delle entrate lo informò che ai sensi della legge tal dei tali, per ricevere informazioni sui pagamenti pendenti era necessario inviare la copia di un documento di identità ovvero una delega firmata nel caso stesse scrivendo per conto di un’altra persona.
E allora lui, che come si poteva desumere dalla prima mail che aveva spedito all’agenzia delle entrate non stava scrivendo per conto di un’altra persona, gonfio di solerzia fece una scansione della carta d’identità e la mandò all’agenzia delle entrate.
Dopo un mese l’agenzia delle entrate gli rispose che la casella in oggetto risultava già saldata, e che a suo carico, per la cartella in oggetto, risultavano da saldare solo i diritti di notifica.
E allora lui, gonfio di solerzia, scrisse all’agenzia delle entrate dicendo che sì, quei diritti di notifica là li voleva pagare, ma magari aver un bollettino, o i dati del conto corrente su cui fare il versamento, giusto per orientarsi.
Non gli rispose nessuno.
E allora lui, stufo di solerzia, scrisse all’agenzia delle entrate.
Non so come far a pagare, scrisse, quindi non posso pagare.
Se serve, scrisse, comunque son qui.
Non gli rispose nessuno.

giappo

– Io ho fame, tu?

– Chiamo il giappo?

– Prenoto dal giappo?

– Il giappo!

– Se andiamo dal giappo mi mangio di tutto.

– Dal giappo?

– Vabbe’ quindi niente giappo…

– Vabbe’.

(la signora sul tram ci teneva tanto ad andarci, dal giappo, ma quello con cui era al telefono invece lo odia, il giappo)

mondo senza male

Ma a tornare a casa alle quattro o alle cinque di notte per me c’è sempre stata quell’aria che mi sembra l’aria del mondo senza male. A quell’ora mi sembra che tutto diventi larghissimo, come se ci fosse una specie di largo che mentre lo guardi continua ad allargarsi, e io ci sono sempre rimasto con piacere ad allargarmi tranquillo in mezzo a questo largo che si slarga della notte.

roma
Ugo Cornia
Roma
Sellerio, 2004

menti, ricordo

Mi è venuto in mente che una cosa che mi affascina da sempre è come funziona la memoria umana, con quella strana abitudine che ha di cancellare quasi completamente momenti importanti della vita e di conservarne altri tutto sommato banali.
Cose del tipo ricordare solo vagamente la propria laurea ma saper ricostruire di che gusto era quel gelato là, anni e anni fa.
Però c’è una cosa della memoria umana che mi affascina ancora di più, ed è quando crea ricordi falsi, o meglio ancora, li riscrive.
Cose del tipo oggi, che volevo citare sul twitter una celeberrima scena di Alien che avrò visto manciate di volte, e poi sono andato a controllare e ho scoperto che in quella scena là non si dice affatto “Escono dalle fottute pareti”, bensì “Vengono fuori dalle fottute pareti”, che è circa la stessa cosa, ma insomma, parafrasata. E sembra che non sia solo la mia, di memoria, che c’ha sto vizio di parafrasare, perché “Escono dalle fottute pareti” su google dà più di centomila risultati, e “Vengono fuori dalle fottute pareti” meno di trentamila. Pensa un po’ te.

e ridevamo

Perché poi arrivava la fine della giornata, le sere di quel 1984, e insieme con la sera scendeva su di noi un velo, un bagliore azzurro a metterci d’accordo, a fare giustizia… […] Così li vedevi, quei comici che non facevano ridere, e ridevi lo stesso. […] «Saaaalve! – diceva il trentenne di Biella saltellando da una parte all’altra dell’inquadratura, – sono mister Tarocò, con l’accento sulla q» (e ridevamo), oppure, nei panni dell’imbonitore: «Asta Tosta! oggetti tosti per tutti i gosti, pardon, gusti…» (e ridevamo), oppure, con una protesi di gomma sulla fronte e un parrucchino di capelli bianchi svolazzanti: «Sono Zichichirichì, uno scienziato molto reclamato: infatti ogni mattina ricevo i reclami delle bollette che non ho pagato!» (e ridevamo), oppure, il comico di mezza età, in uno dei suoi monologhi di fine puntata: «Come si dice al mare: the show must gommon!» (e noi, incredibilmente, ridevamo). […] La risata che ci avrebbe dovuti seppellire tutti quanti era arrivata.

riportando
Nicola Lagioia
Riportando tutto a casa
Einaudi, 2009