camminare da solo, di notte

Uscivo di notte, camminavo con una lattina di birra in mano lungo strade e stradoni dove non passava nessuno, parchi vuoti e deserti dove si aggiravano solo spacciatori e drogati e povere, dolci puttane bambine, perché avevo perduto la mia vita, non avevo una strada, stavo solo conficcando la mia povera testa cieca nell’infinito buio del mondo. Se per caso passavo davanti a un bar vuoto che stava chiudendo, comperavo un’altra lattina di birra e la bevevo continuando a camminare. Sentivo il fragore della saracinesca che si chiudeva alle mie spalle. I contorni delle strade si sfuocavano, le luci dei lampioni e delle insegne si espandevano di fronte ai miei occhi annebbiati, sentivo solo che ero da qualche parte ma non sapevo dove, che non ero da nessuna parte ma che forse c’ero.
Ho continuato a camminare di notte anche quando sono arrivato nella casa dove ancora adesso vivo, allora con i pavimenti concavi su cui i mobili non stavano bene in piedi, con una stufetta a gas nell’ingresso. Facevo fatica a digerire, bevevo, lo stomaco mi bruciava, di notte non riuscivo a dormire, solo l’amore fisico continuamente cercato mi regalava momenti di oblio e perdita di conoscenza, ero pieno di ferite, non riuscivo a sopportare il buio della mia vita e tutto il dolore e il male che avevo vissuto, di notte picchiavo i pugni contro la parete che divideva il mio appartamento da quello del vicino, per fargli spegnere quel cazzo di televisore. Adesso ero meno lontano dal centro di Milano. Uscivo di notte e camminavo per ore. All’inizio avevo fatto fatica. Dopo una mezz’ora che camminavo così, al buio, da solo, mi domandavo improvvisamente: “Ma che cosa sto facendo? Dove sto andando?” E allora le mie gambe si fermavano, rimanevo paralizzato. Mi vedevo dall’esterno e mi pareva che non avesse senso quello che stavo facendo, che mi ostinavo a tenere accesa una piccola, inutile luce in un mondo dove non c’erano occhi che potessero vederla.
Ma poi il momento passava, il terrore passava. Riprendevo a camminare, un passo dopo l’altro, non so verso dove. Le strade erano ancora lì, il mondo era ancora lì, il mondo o la sua visione. Mi assalivano vertigini, cefalee oftalmiche, e allora, quando il sangue non affluiva più ai capillari dell’occhio per l’improvvisa vasocostrizione, tutto diventava buio, non vedevo più le strade, non vedevo più niente, dovevo tastare i muri con la mano per poter ritornare a casa. “Ma non lo sa che se queste crisi durano troppo a lungo, se il sangue non irrora per troppo tempo l’occhio, potrebbe perdere la vista?” mi ha detto un giorno un medico psicosomatico a cui mi ero stupidamente rivolto. Come se fosse colpa mia, come se dovessi vivere come una colpa il fatto che non volevo più vedere il mondo.

Granta n. 4
Antonio Moresco
Camminare da solo, di notte in Granta Italia n. 4 – Dipendenze
Rizzoli, 2013
online su Il primo amore

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