l’invasione

«L’invasione dei capolavori cominciò due anni fa, signore, ma prima c’erano stati dei preavvisi. Se ben ricordo, quattro anni fa, nel mese di giugno tre capolavori furono trovati su una spiaggia deserta del Tirreno, sopra Grosseto, e una settimana dopo – a smentire la prima ipotesi, che venissero dal mare – ci fu il fatto di Perugia. Altri due capolavori furono trovati di notte da un professore che stava rincasando, proprio sulla soglia della sua casa. È curioso che la stampa…».
«Se non sbaglio, un capolavoro fu trovato a Venezia, sul finire dell’autunno».
«Dimenticavo. Altri due furono trovati, ma già morti, in una galleria d’arte a Milano. Come vi fossero entrati resta ancora un mistero. Poi, altri cinque, piccoli e denutriti, in un cinema di Roma. Li trovò l’uomo delle pulizie, e per loro fu aperta una pubblica sottoscrizione, ma non sopravvissero. Una decina furono presi in vari paesi del Veneto, ma a questi non si fece caso perché furono scambiati per ladri di polli. Purtroppo, morirono tutti dentro».
«Quand’è che si può cominciare a parlare di invasione vera e propria?».
«Direi dai primi mesi del ’60. Fu allora che la stampa prese a segnalare il fenomeno».
«Lei ha mai avuto capolavori per casa, o nelle vicinanze?».
«Signore, che mi dice, centinaia! La nostra è stata una zona particolarmente colpita. Ho qui le fotografie di qualche esemplare…»
[…]
«Non ne parliamo. Ma tutti in città abbiamo passato la stessa avventura. Quando capimmo che non c’era da aspettarsi nessun aiuto, ci abituammo. Vede, signore, io non ho niente contro i capolavori, ma ciò che difficilmente si sopporta è la loro aria di sufficienza, la loro infinita vanità. Non fanno altro di
male, ma rendono la vita faticosa. Bisogna lodarli, applaudirli a ogni loro minima azione, coccolarli, magnificarli, premiarli continuamente. E poi, per ringraziamento, sviano i ragazzi».
«Convincendoli all’imitazione. Anche loro vogliono fare i capolavori. Così diventa impossibile parlare coi nostri ragazzi. Non sentono ragioni. Non vedono che capolavori e tutto il resto è nulla».

ombre bianche
Ennio Flaiano
Le ombre bianche
Adelphi, 2004

spiacente

Un giorno un uomo rimasto senza nome alzò il ricevitore di un telefono e rimase in attesa senza comporre alcun numero. «Operatore. Posso aiutarla?», disse una graziosa voce femminile e all’uomo sembrò di vedere una bella ragazza che gli sorrideva.
«Vorrei parlare con qualcuno», fece l’uomo.
«Con che numero vuole parlare?», chiese la graziosa voce femminile. Sempre gentile, ma con un tono leggermente diverso.
«No, che sono solo e…» Il tale si interruppe sperando che la graziosa voce femminile gli dicesse qualcosa con un sorriso. Ma siccome la voce rimase in silenzio, il tale dovette finire la frase. «Vorrei parlare un po’ con lei», disse, ed essere tanto solo lo fece sentire come un ladro.
«Spiacente, sono un operatore e non può parlare con me. I clienti del servizio telefonico possono comunicare solo con altri clienti».

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Tommaso Pincio
Lo spazio sfinito
minimum fax, 2010