kafka vs dfw

“Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi.”

dfw

“Invece c’è una specie di: ‘A-ha! Qualcuno almeno per un attimo la pensa come me, o vede una cosa nel modo in cui la vedo io’. Non capita sempre. Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale. La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine.”

(i ritratti sono di Tommaso Pincio)

contentarsi

E insomma c’è uno scrittore che è venuto qui per insegnare ai presenti come si scrive, ai presenti che aspirano a essere scrittori, o a farlo, che forse è lo stesso e forse no.
Ci sono dei banchi, ma solo per quelli che hanno deciso subito che volevano venire qui per imparare dallo scrittore come si scrive. Per quelli che invece ci hanno dovuto pensare un po’ su, prima di iscriversi, ci sono solo sedie, senza ripiano davanti. Così la prossima volta imparano a deciderlo subito, se vogliono imparare o no come si scrive.
(che poi: lo scrittore, citando un altro scrittore, dice che la cosa più importante per scrivere è trovare una sedia; quindi a ben vedere oggi qui è andata di lusso un po’ a tutti, anche a quelli che non si son decisi subito)
Qui aspiriamo, aspiriamo tutti, aspiriamo così tanto che tra un po’ finisce l’aria. Lo scrittore non aspira, credo, che se è qui è perché è già uno scrittore – o almeno lo fa, che forse è lo stesso e forse no – e ha un’accento come un tatuaggio fatto con l’inchiostro simpatico: quando parla sbiadisce, ma quando legge roba sua o di altri scrittori torna fuori.
E insomma, concludendo, io non lo so se oggi qui abbiamo imparato come si scrive, però  se non altro abbiamo riso parecchio, questo sì, il che è merce rara. Non rara come il saper scrivere, ma l’importante – come dice quel pezzo di un altro scrittore letto dallo scrittore – è contentarsi.

grazie e ciao

Il tabaccaio vicino a casa mia di recente ha cambiato gestione, è andato via il tabaccaio vecchio ed è arrivato il tabaccaio nuovo.
Quando io vado dal tabaccaio, sia da quello vecchio che da quello nuovo, funziona così: io entro e dico ciao, il tabaccaio mi dice ciao, e poi non mi chiede più niente perché tanto lo sa già cosa voglio. Mi dà le sigarette, io gli do i soldi e gli dico Grazie, ciao.
Grazie e ciao, risponde lui.
Quello che ancora non ho capito è come mai, visto che sia il tabaccaio vecchio che quello nuovo mi hanno sempre e solo detto ciao e grazie e ciao, e nient’altro, è perché il tabaccaio vecchio mi stava sulle palle e quello nuovo mi sta simpatico. Forse è il tono con cui dice ciao e grazie e ciao, o forse è la faccia che fa mentre lo dice.
Vallo a sapere.

“permesso speciale pangalattico: validità 3 giorni”

Era una storia emozionante, tutta imperniata su un uomo che aveva preso parte a una specie di spedizione alla Lewis e Clark dell’era spaziale. Il protagonista era il sergente Raymond Boyle.
La spedizione aveva raggiunto quello che sembrava l’orlo assoluto e finale dell’universo. Oltre il sistema solare in cui si trovavano i membri della spedizione pareva che non ci fosse più nulla, e loro stavano montando degli apparecchi per captare i più deboli segnali che potessero venire dal più impercettibile qualcosa in tutto quel nulla di velluto che si stendeva là fuori.
Il sergente Boyle era un terrestre. Era l’unico terrestre della spedizione. Anzi, era l’unica creatura proveniente dalla Via Lattea. Gli altri membri della spedizione venivano da tutte le parti. La spedizione era uno sforzo congiunto finanziato da circa 200 galassie. Boyle non era un tecnico. Era un insegnante di inglese. Il fatto era che la Terra era l’unico posto, in tutto l’universo conosciuto, dove si usasse il linguaggio. Era una singolare invenzione dei terrestri. Tutti gli altri usavano la telepatia mentale, perciò i terrestri potevano trovare ottimi impieghi come insegnanti di lingue ovunque andassero, o quasi.
La ragione per cui certe creature volevano usare il linguaggio anziché la telepatia mentale era questa: avevano scoperto che col linguaggio si poteva fare assai di più. Il linguaggio le rendeva molto più attive. La telepatia mentale, con tutti che dicevano tutto a tutti in continuazione, produceva una sorta di indifferenzageneralizzata nei riguardi di ogni comunicazione. Invece il linguaggio, con i suoi significati lenti e ristretti, offriva la possibilitàà di pensare a una cosa alla volta, di mettersi a ragionare in termini di progetti. Boyle fu chiamato fuori dall’aula e invitato a presentarsi immediatamente al comandante della spedizione. Non riusciva a immaginare di cosa si trattasse. Entrò nell’ufficio del comandante, salutò militarmente il vecchio. Veramente, il comandantenon aveva affatto l’aria di un vecchio. Veniva dal pianeta Tralfamadore ed era alto più o meno come una lattina di birra terrestre. Veramente, non somigliava neanche a una lattina di birra. Sembrava un piccolo sturalavandini.
Non era solo. Era presente anche il cappellano della spedizione. Il cappellano veniva dal pianeta Glinko-x-3. Era una specie di enorme fisalia, in un serbatoio di acido solforico a rotelle. Il cappellano aveva un’aria grave. Era successa una cosa terribile.
Il cappellano invitò Boyle a farsi coraggio, e poi il comandante gli disse che c’erano bruttissime notizie da casa. Il comandante disse che a casa c’era stato un decesso, che Boyle varebbe avuto un permesso speciale di 3 giorni, che doveva prepararsi a partire immediatamente.
“È… è… la mamma?” disse Boyle, sforzandosi di ricacciare le lacrime.
“È papà? È Nancy?” Nancy era la ragazza della porta accanto.
“È il nonno?”
“Figliolo?…” disse il comandante, “fatti animo. Mi spiace di doverti dire questo: non è chi è morto, è cosa.”
“Cos’è morto?”
“Quella che è morta, ragazzo mio, è la Via Lattea.”

2185083un romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Dio la benedica, Mr Rosewater (1965)
trad. it. Vincenzo Mantovani
Feltrinelli, 2005

jeremy geddes

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thestreetThe Street

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Jeremy Geddes