scrivere un racconto

Scrivere un racconto non era facile come scrivere una lettera, o come raccontare una storia a un amico. Io credevo di sì. Čechov aveva detto che era facile, ma io riuscivo a stento a finire una pagina al giorno. Mi scoprivo troppo coinvolto nelle parole, negli strani rapporti fra i loro suoni, quasi che sotto le parole ci fosse una musica, come il canto arcano di un demiurgo dal quale emergessero immagini, oggetti virtuali, strade e alberi e persone: diventava sempre più forte, come se la musica fosse la storia. Dovevo togliermi di mezzo, lasciare che accadesse, ma non ci riuscivo. Ero un cattivo ballerino: sentivo la musica, eseguivo i passi, incapace di lasciarmi andare alla melodia.

sylvia
Leonard Michaels
Sylvia (1992)
trad. it. di Vincenzo Vergiani
Adelphi, 2016

stanco

– Son stanco.
– Eddai però non ti posso vedere così, fai qualcosa…
– Cosa vuoi che faccia, ti ho detto che son stanco.
– Ma non lo so, reagisci!
– Non riesco, son stanco.
– Potresti…
– Stanco.
– E quindi?
– …
– …

FINE

quack!

Sapeva come si sarebbero messe le cose se fosse andato a Montauk con lei. Lei lo avrebbe condotto, come un orso addomesticato, a Easthampton, da un cocktail party all’altro. Poteva facilmente immaginarlo – Ramona cha rideva, parlava, le spalle nude in una delle sue camicie da paesana (erano spalle meravigliose, femminilissime, questo doveva ammetterlo), quei suoi capelli a riccioli neri, il viso, la bocca, dipinti; poteva sentirne il profumo.
Nella profondità dell’essere di un uomo c’era qualche cosa che reagiva con un gracidante “quack” a un profumo come quello. “Quack!” Riflesso della sessualità che non ha nessun rapporto con l’età o la raffinatezza d’animo, la saggezza, la storia Wissenschaft, Bildung, Warheit. Da malato o da sano, appena senti la fragranza della pelle femminile, profumata, ecco far eco puntuale il vecchio “quack-quack!”.

Herzog
Saul Bellow
Herzog (1964)
trad. it. di Letizia Ciotti Miller
Feltrinelli, 1976

tutti in mutande

«Io odio John Updike».
«Okay. Ma dimmi perché».
«Scrive solo parole».
Ancora con questa storia delle sole parole. Be’, almeno nel nostro incontro, a parte sbavarle addosso, avrei avuto qualcosa da farmi spiegare. Questa faccenda dello scrivere solo parole che la indignava tanto. Cosa si aspettava dalla letteratura, a parte le parole, le bugie, le frustrazioni spacciate per coraggiose prese di posizione? Non stiamo tutti in mutande?

Io odio
Giordano Tedoldi
Io odio John Updike (2006)
minimum fax, 2016

il pigro

Ho notato che è tipico di uno pigro, di uno che detesta muoversi, intestardirsi a muoversi una volta che si è messo in moto, uguale a quando si intestardiva a restar fermo, come se non sia tanto il muoversi quello che detesta quanto il mettersi in moto o fermarsi. E come magari sia orgoglioso di qualsiasi cosa venga su a far sembrare difficile il muoversi o il restar fermo.

Mentre morivo
William Faulkner
Mentre morivo (1930)
trad. it. di Mario Materassi
Adelphi, 2000

wilbur

Una mattina Marali entra raggiante alla EM: «Wilbur ci sta».
Ci sarà una fascetta intorno al primo fascicolo dell’Enciclopedia dei Fracco firmata Wilbur Smith.
La frase concordata è: “Uno tra i libri di cui ho preso visione. Wilbur Smith”. L’agenzia partecipa alla felicità con brevi domande. Non si poteva ottenere qualcosa in più, tipo: uno dei libri più belli che ho letto? No, l’agente di Smith è stato inflessibile, le varianti approvate sono “Un libro tra quelli esistenti” e “Un libro”.
«“Un libro” non è male. Si riuscirebbe a strappare “Il libro” con “Il” scritto “Il”? [corsivo nel tono di voce].»
«No, penso che mettendo in mezzo il nostro avvocato e forzando la traduzione si arrivi al massimo a “Libro”, ma a quel punto diventa criptico. “Libro. Wilbur Smith”.»
«Sì, oppure sembra che Wilbur Smith abbia cominciato a riconoscere gli oggetti con fatica. “Libro” su un libro. “Finestra” su una finestra. C’è anche un disturbo nervoso così.»

Problemi
Walter Fontana
Non ho problemi di comunicazione
Rizzoli, 2004 / Laurana, 2015

l’idea-di-sé

Nemmeno a lezione osava fare domande, chiedere spiegazioni, e se qualcuno gli rivolgeva la parola per chiedergli anche solo l’ora, rispondeva insicuro e balbettante come si trovasse davanti a una commissione d’esame. Vedeva tutti migliori di lui, molto più belli, molto più ricchi, senza dubbio più intelligenti. Rideva alle loro battute, li seguiva in disparte nei caffè e nelle pizzerie, li osservava. Nessuno si accorgeva della sua presenza e quando anni dopo gli capitò di incontrare in giro per l’Italia qualcuno di quegli studenti – lui li riconosceva immediatamente anche attraverso i mutamenti dell’età, i figli, i matrimoni, le carriere, poiché attingeva, nell’atto del riconoscimento, non alle chiacchiere o agli avvenimenti, ma all’idea che si era formato di quelle persone, l’idea-di-sé che ognuno si porta dietro, immutabile fino alla tomba – nessuno era in grado di riconoscerlo, o, semplicemente, di ricordarsene.

camere
Pier Vittorio Tondelli
Camere separate
Bompiani, 1989