ugo lampreda (non quello di internet)

Buongiorno mi presento sono Ugo Lampreda. Ho trovato il vostro annuncio di lavoro sul giornale e mi sono detto che è proprio adatto a me. O almeno mi pare di sì ma giudicherete voi. Ci mancherebbe. Intanto però mi sono detto di scrivere una lettera per iniziare a conoscerci e poi vediamo per il colloquio.

La prima cosa che volevo dirvi è che ho 51 anni. Ho sempre pensato che vivrò fino a 100 quindi diciamo che ho appena superato la metà. Sono un uomo fortunato da questo punto di vista. Ho ancora tempo per fare un mucchio di cose. Non so perché lo penso ma anzi più che pensarlo io lo so per certo che morirò a 100 anni. Difficile spiegare. Comunque andiamo avanti.

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incipit al cubo

Le storie, se ci fate caso, iniziano tutte più o meno nella stessa maniera.
Certo, ognuna ha le sue caratteristiche, le sue peculiarità – il suo tempo il suo luogo, il suo come e il suo cosa – eppure tutte quante, vere o inventate che siano, quando cominciano ti illudono che andranno a parare da qualche parte, che alla fine ci sarà un motivo per cui sono state raccontate. Altrimenti, perché raccontarle?
Nel caso delle storie vere, di solito questo ha a che fare con il motivo per cui, tra miliardi di storie realmente accadute, proprio quella sia stata considerata degna di evolvere, di meritarsi la promozione a qualcosa che valga la pena di tramandare a qualcuno.
Nel caso delle storie inventate, invece, il senso è se possibile ritenuto ancora più necessario: perché perdere tempo ed energie ad architettare una storia che non va da nessuna parte? Nessuno sano di mente vorrebbe dedicare il suo tempo a un vicolo cieco, giusto?
E invece no, sbagliato.
Perché anche un vicolo cieco, angusto, infestato dalla puzza di piscio e immondizia, sprofondato tra palazzi che incombono su di lui e lo soffocano, un vicolo privo di nome e di numeri civici, anche quel vicolo cieco per qualcuno può essere un luogo a cui ritornare, qualcosa di simile a casa.
E lo stesso può capitare con una storia priva delle caratteristiche che comunemente si considerano indispensabili per suscitare interesse.
Sono come barzellette che fanno ridere solo chi le racconta, come amplessi in cui uno arriva all’orgasmo prima ancora che l’altro cominci a scaldarsi. Sono insoddisfacenti, forse, eppure esistono. Sono fallimenti in potenza, sono potenzialità inespresse, l’alunno che sarebbe intelligente ma non si impegna, il bonsai cresciuto rigoglioso per venticinque anni che nel giro di venticinque giorni viene stroncato da un parassita invisibile.
Se questa storia sia proprio una di quelle, non lo saprei dire: sono troppo coinvolto, mi manca la prospettiva per giudicare.
Quindi, giudicate voi.

per chiunque

Compresi che la condizione per stabilire il passaggio dall’adolescenza alla maturità non è data solo dalla consapevolezza e dall’accettazione dei propri limiti, ma dalla pena che si prova per se stessi, per gli altri […], per chiunque.

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Marta Cai, Mezzaluna fertile

in Enti di ragione

Sui Generis, 2019

disappear here (una spiegazione)

In breve, ecco quello che è successo: di recente ho attraversato – lo sto attraversando tuttora – un periodo piuttosto tormentato. E mentre provavo a trovare un modo per restare a galla mi sono reso conto che a peggiorare ulteriormente la situazione, tra molte altre cose, era il chiacchiericcio continuo – il mio, prima di tutto.
Così, come spesso succede quando non sei lucido, ho fatto una cosa scomposta e istintiva – il che, attenzione, non vuol dire per forza di cose sbagliata. E cioè ho preso e ho cancellato tutti i contenuti sui miei profili social. Facebook, Twitter, Instagram, anni e anni di post e foto, stronzate e cose serie, tutte quante finite nel cestino nel giro di qualche ora.
Mi ha fatto bene, sul momento: una corroborante sensazione di leggerezza.
I profili erano ancora lì ma erano vuoti.
Mi sembrava un buon compromesso.
Le controindicazioni però non ci hanno messo molto a farsi vive. Per esempio, che ne sarebbe stato di questo blog? Che senso ha, oggi, scrivere qualcosa da qualche parte se poi non la si dà in pasto agli algoritmi, sperando che loro ti diano qualcosa in cambio?
Insomma, ho pensato, meglio rivedere i termini del compromesso. Meglio continuare a scrivere qui, e limitarsi a condividere i contenuti sui social solo attraverso le loro modalità più effimere, quelle che dopo un po’ non lasciano traccia. Le storie, in sostanza (una parola che ormai ci hanno scippato, insieme a molto altro; ma non divaghiamo). Questo nuovo compromesso, me ne rendo conto, ha le sembianze del suicidio. È una soluzione anacronistica, in questi tempi che premiano la condivisione frenetica e tentacolare. E non mi sfugge nemmeno che è viziata da una buona dose di incoerenza. Ma sto cercando una via, non è facile, e questo è quello che mi sento di fare.
Sparire, senza sparire del tutto.
Se non siete tra le pochissime centinaia di iscritti a questo blog, è probabile che oggi siate arrivati qua proprio attraverso le storie pubblicate sui social, o su post che avranno comunque una durata limitata: le uniche briciole di pane che seminerò d’ora in poi. E se in futuro, come preventivabile, le briciole non porteranno nessuno da queste parti, pazienza; spero ci saranno altre occasioni per restare in contatto.
Come diceva quello: «Ci sono infiniti altri mondi, oltre a questo».
Non ultimo, aggiungo io, quello tangibile.
Magari ci vedremo lì.

tuo padre che affoga

Cosa fanno le persone quando non le stiamo guardando?
In pubblico fingiamo tutti così tanto che non c’è modo di sapere quel che succede quando torniamo a casa, la serratura scatta, e restiamo soli con le nostre cose, i nostri difetti, i nostri odori.
Vale per tutti quanti, in qualsiasi momento.
Vale anche per me, quando venduti gli ultimi biglietti per uno spettacolo apro la porta dello sgabuzzino e poi me la chiudo alle spalle.
Cosa ci sarà là dentro? pensano gli ultimi spettatori mentre entrano in sala, ma probabile sia un pensiero fugace, perché poi il buio della sala se li inghiotte, e comincia il film.

(incipit di Tuo padre che affoga, un mio racconto appena pubblicato su minima&moralia, qui)

stramusone

Periodicamente, sui social, mi capitano gli annunci di uno che neanche so come si chiama, fa il motivatore, o il coach, una roba così, insomma quello lì vuole a tutti i costi che io scopra i miei talenti, che io accetti la sua challenge – se mi capitano gli annunci ci sarà un motivo, forse l’algoritmo avrà capito che sono una persona insicura, chi lo sa – ma comunque ogni volta che lo vedo, quello lì, sogno di accettare la sua challenge, e di scoprire che il mio talento, pensa un po’, era proprio quello di smascherare i ciarlatani e dar loro uno stramusone davanti a una classe di insicuri come me, così dopo magari anche lui avrà bisogno di qualcuno che lo motivi per riprendersi dall’umiliazione dello stramusone che ha demolito la sua immagine; così siamo pari.

l’aria di Voltolini

Ho letto “Forme d’onda” qualche anno fa, ho finito “Il Giardino degli Aranci” da pochi giorni, e mi stavo incapricciando di scrivere qualcosa sulla fascinazione di Voltolini per l’aria. Quella che rapisce gli aeroplanini di carta in uno strepitoso racconto di “Forme d’onda”, quella che si riempie di odori nel “Giardino” (la cosa non sorprende, visto il ruolo quasi insostituibile che l’olfatto ha nella formazione dei ricordi; eppure Voltolini sorprende lo stesso, per come li descrive, per come li combina).
Poi mi sono reso conto che c’era poco metodo in quel che volevo scrivere, e parecchia confusione – mi succede spesso, con gli autori che mi piacciono: mi mandano in confusione. Perché il discorso non riguardava solo l’aria in sé, a ben vedere, ma anche e più in generale gli spazi vuoti, le intercapedini, soprattutto quelle tra le persone. L’educazione erotico/sentimentale al rallentatore di Nino Nino, il protagonista del “Giardino”, in fin dei conti è proprio questo: un continuo mettere alla prova lo spazio tra sé e le ragazze, dilatandolo e diminuendolo, con fughe e riavvicinamenti, per provare a capire come lo spazio reagisce alle sollecitazioni.
Ancora indeciso se scrivere questa cosa o no, mi sono procurato una copia di “Rincorse”, e mentre aspettavo di riceverla continuavo a rimuginarci su. L’aria gli odori gli spazi le intercapedini, uhm.
Poi la copia è arrivata, e l’incipit è:

«Alligna davvero in un suo anfratto pulito e attende aspetta due cose…»

Non so se ci tornerò su in futuro, ma comunque aggiorno la lista: l’aria gli odori gli spazi le intercapedini gli anfratti. E nel frattempo, consiglio a chi non l’abbia già fatto di leggere Voltolini. È un autore che a me fa bene, magari anche a voi.

novissimo corso di alimentazione

Lezione 1: l’importanza delle bevande, spiegata da un treenne

«Bene, adesso è tardi, spegniamo la luce e si dorme».
(click)
«Papà».
«Dimmi».
«Vero che se uno mangia un verme poi deve bevere?».
«Ma che domanda è, non saprei, in che sens…».
«Certo che deve, per mandare via il sapore del verme».
«D’accordo, bere quando si mangia un verme. Ora dormi».
«…».
«…»
«Papà».
«DIMMIH».
«Ti adoro».
«Anche io, (piccolobastardoricattatoreemotivo), anche io».

motivi

E solo allora si era resa conto di un’insopportabile asimmetria: per essere felice aveva bisogno di un motivo, per essere infelice no.

Naby C. Pinkerton

oh Io!

«Lo vedi che sono degli stronzi?».
«Signore, non dite così».
«Lo dico eccome, non passa giorno che non lo dimostrino. Guarda quelli, guarda guarda guarda! Non ci si crede. Ma è stata colpa anche Mia, oh sì, ho fatto almeno un errore imperdonabile».
«Ma Voi siete infallibile…».
«Ma falla finita, che non ci credi neanche tu… Che Io sia infallibile lo dicono loro, che infatti sono fallibili e lo dimostrano dicendolo. Non sono infallibile, non sono onnipotente né onnisciente, sono solo eterno, e fa una bella differenza. Accidenti a Me e al peccato originale».
«La mela, intendete?».
«Ma no, ma quale mela, quella era solo un’allegoria. Quando gli ho parlato di peccato originale intendevo il Mio, sono loro che hanno frainteso. Io intendevo la scelta di dargli il libro arbitrio, quello è stato il peccato originale originale. Tornassi indietro non lo rifarei. Pensa come sarebbe bello se facessero solo quello che è previsto per loro, immaginati l’ordine, la geometria della predestinazione».

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