tutti in mutande

«Io odio John Updike».
«Okay. Ma dimmi perché».
«Scrive solo parole».
Ancora con questa storia delle sole parole. Be’, almeno nel nostro incontro, a parte sbavarle addosso, avrei avuto qualcosa da farmi spiegare. Questa faccenda dello scrivere solo parole che la indignava tanto. Cosa si aspettava dalla letteratura, a parte le parole, le bugie, le frustrazioni spacciate per coraggiose prese di posizione? Non stiamo tutti in mutande?

Io odio
Giordano Tedoldi
Io odio John Updike (2006)
minimum fax, 2016

il pigro

Ho notato che è tipico di uno pigro, di uno che detesta muoversi, intestardirsi a muoversi una volta che si è messo in moto, uguale a quando si intestardiva a restar fermo, come se non sia tanto il muoversi quello che detesta quanto il mettersi in moto o fermarsi. E come magari sia orgoglioso di qualsiasi cosa venga su a far sembrare difficile il muoversi o il restar fermo.

Mentre morivo
William Faulkner
Mentre morivo (1930)
trad. it. di Mario Materassi
Adelphi, 2000

wilbur

Una mattina Marali entra raggiante alla EM: «Wilbur ci sta».
Ci sarà una fascetta intorno al primo fascicolo dell’Enciclopedia dei Fracco firmata Wilbur Smith.
La frase concordata è: “Uno tra i libri di cui ho preso visione. Wilbur Smith”. L’agenzia partecipa alla felicità con brevi domande. Non si poteva ottenere qualcosa in più, tipo: uno dei libri più belli che ho letto? No, l’agente di Smith è stato inflessibile, le varianti approvate sono “Un libro tra quelli esistenti” e “Un libro”.
«“Un libro” non è male. Si riuscirebbe a strappare “Il libro” con “Il” scritto “Il”? [corsivo nel tono di voce].»
«No, penso che mettendo in mezzo il nostro avvocato e forzando la traduzione si arrivi al massimo a “Libro”, ma a quel punto diventa criptico. “Libro. Wilbur Smith”.»
«Sì, oppure sembra che Wilbur Smith abbia cominciato a riconoscere gli oggetti con fatica. “Libro” su un libro. “Finestra” su una finestra. C’è anche un disturbo nervoso così.»

Problemi
Walter Fontana
Non ho problemi di comunicazione
Rizzoli, 2004 / Laurana, 2015

l’idea-di-sé

Nemmeno a lezione osava fare domande, chiedere spiegazioni, e se qualcuno gli rivolgeva la parola per chiedergli anche solo l’ora, rispondeva insicuro e balbettante come si trovasse davanti a una commissione d’esame. Vedeva tutti migliori di lui, molto più belli, molto più ricchi, senza dubbio più intelligenti. Rideva alle loro battute, li seguiva in disparte nei caffè e nelle pizzerie, li osservava. Nessuno si accorgeva della sua presenza e quando anni dopo gli capitò di incontrare in giro per l’Italia qualcuno di quegli studenti – lui li riconosceva immediatamente anche attraverso i mutamenti dell’età, i figli, i matrimoni, le carriere, poiché attingeva, nell’atto del riconoscimento, non alle chiacchiere o agli avvenimenti, ma all’idea che si era formato di quelle persone, l’idea-di-sé che ognuno si porta dietro, immutabile fino alla tomba – nessuno era in grado di riconoscerlo, o, semplicemente, di ricordarsene.

camere
Pier Vittorio Tondelli
Camere separate
Bompiani, 1989

il vicolo inquieto

Come farla scappare? Nessun problema, per questo. Perché un’ombra di paura ammanta sempre gli abitanti del Vicolo Inquieto. Cala sulla stretta di mano all’apparenza cordiale o sul pacchetto lussuosamente confezionato. Si spande dalla carrozzina del neonato, dalla poltrona del barbiere, dal salone di bellezza. Si sospetta di ogni vicino, di ogni estraneo, di tutti quanti; anche del proprio marito, della propria moglie, amante. Non c’è quiete nel Vicolo Inquieto; più ci si abita, più si fa inabitabile.

truffatori
Jim Thompson
I truffatori (1963)
trad. it. di Anna Martini
Fanucci, 2004

arturo is my co-pilot

Quindi ho una figlia di cinque mesi, e com’è ovvio, piagnucola.
Siamo lì sul divano, e lei, giustamente, piagnucola.
Allora per farla smettere prendo un pupazzetto – per esempio, il coniglio Arturo – e lo faccio salire a un’altezza di crociera pari al mio braccio.
Alice spalanca gli occhi, guarda, me, guarda Arturo che nel frattempo inizia a volteggiare, affronta planate, giravolte, picchiate, ma non ci sono SOS né scatole nere, solo un volo spericolato ma sicuro sul mare del divano.
Alice sorride il suo sorriso sdentato, io penso che in vita mia non ho mai donato uno stupore così puro a nessuno.
Ora, il cinico professionista penserà che io lo faccia solo per farla smettere di piagnucolare, o addirittura perché regalare quello stupore è inebriante, e dopo un po’ ti fa sentire necessario.
Il che è in parte vero, certo che lo è.
Ma il motivo per cui lo faccio, il motivo profondo, è che spero quello stupore sia il primo di una lunga serie.
Continua a stupirti, alla faccia del mondo cattivo.
Continua a farlo, piccola mia.

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la fabbrica di romanzi

Oggi nessuno legge più i romanzi di Yves de Lalande, il che fa sospettare che tra non molto nessuno leggerà più i romanzi di nessuno. Yves de Lalande era un nome inventato: in realtà si chiamava Hubert Puits. Fu il primo produttore di romanzi in scala veramente industriale. Come tutti, si era iniziato nella sua attività su un piano artigianale, scrivendo romanzi a macchina; con questo metodo, per quanto illustre, primitivo, gli ci volevano sei mesi per portare a termine un’opera, e quest’opera era ben lontana dal potersi dire un prodotto rifinito. In tempo, Puits si accorse che l’idea di scrivere da solo qualcosa di così complesso e vario come un romanzo, così pieno di umori e situazioni e punti di vista diversi, sembrava un compito più adatto a un Robinson Crusoe che non a un cittadino della più grande e progredita nazione industriale del ventesimo secolo, la Francia. […]
Puits si convinse che per fare un buon romanzo non basta un uomo solo, ce ne vogliono dieci, forse venti: Balzac, Alexandre Dumas, Malraux, pensava, chissà quanti impiegati avevano.
D’altra parte gli uomini sono portati a litigare tra di loro: meglio cinque impiegate di buon carattere che non dieci geni incompatibili. Così prese avvio lo stabilimento o fabbrica di romanzi Lalande.

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J. Rodolfo Wilcock
La sinagoga degli iconoclasti
Adelphi, 1990

posto di merda

In Russia, negli anni sessanta o settanta dell’Ottocento, si sarebbe scritto: “Il piccolo villaggio di X, a centoventisette verste da Mosca, veniva menzionato dall’enciclopedia come il luogo dove un proprietario terriero era riuscito a incrociare un cane con un gatto”. In Francia, qualche anno prima, si sarebbe scritto: “La peu que nous savons de la petite ville de B––, nous savons parce que là se trouve un homme à deux têtes”. Nel mio paese, negli anni cinquanta e sessanta, si sarebbe scritto: “La cittadina industriale di Pearl River era una di quelle piccole comunità industriali che accolgono l’automobilista con un cartello che recita ‘Dalle vecchie tradizioni, si fa avanti il nuovo’ e che hanno un solo codice di avviamento postale”. Oggi, grazie a Dio, ci vengono risparmiati questi eufemismi e possiamo essere più concisi: “Pearl River è un posto di merda”.

solitudine
John Cheever
Una specie di solitudine. I diari
trad. it. di Adelaide Cioni
Feltrinelli, 2012