sali su e fallo

(intervento letto durante la Wallace Experience al Circolo dei Lettori di Torino, 12/09/2018)

Buonasera a tutti.

Il motivo per cui sono qui è per provare a dire qualcosa su uno dei miei racconti preferiti.

Lo ha scritto, indovinate un po’?,  David Foster Wallace, si intitola Per sempre lassù ed è contenuto in Brevi interviste con uomini schifosi (tradotto da Ottavio Fatica e Giovanna Granato).

Ora, se siete qui, è abbastanza probabile che lo conosciate già; per chi non l’avesse ancora letto ecco la trama, ridotta all’osso: Un ragazzino, nel giorno del suo tredicesimo compleanno, va in piscina con la sua famiglia, sale sul trampolino, e lì si blocca.

O, per lo meno, questo è quello che vedrebbe un ipotetico osservatore seduto a bordo piscina. Quello che però succede davvero nel racconto, il nostro osservatore a bordo piscina non lo potrebbe vedere, perché succede o è successo dentro al ragazzino, o comunque sul confine tra dentro e fuori, cioè sulla sua pelle.

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buona dissoluzione

Un cazzone ridicolo». Uno che dovrebbe ringraziare chi gli ha fatto il favore di registrare la sua «trascurabile esistenza», facendolo uscire dal suo misero «cono d’ombra».

Questo, modestamente, sarei io. Per capire da dove venga questa lusinghiera descrizione mi vedo però costretto a chiedervi un passo indietro. Andiamo.

Nel 2018 pubblico una raccolta di racconti con una piccola, agguerrita, coraggiosissima casa editrice. Nonostante le circostanze (il semi-esordiente, con una raccolta di racconti, in Italia: sembra una versione editoriale di Cluedo, e la vittima, scontata, è il successo) il libro va piuttosto bene.

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un lago

C’era un lago – piccolo ma pieno di vita –, e di fianco al lago c’era un piccola casa di legno, e nella piccola casa di legno c’era un uomo.
L’uomo sopravviveva grazie al lago, che ogni giorno gli forniva quello di cui aveva bisogno per sopravvivere: acqua e cibo.
Ma il lago – almeno così sembrava all’uomo – era costantemente minacciato: predatori che nuotavano sul fondo, siccità improvvise, strane alghe marroni che ne infestavano i bordi.
E così le giornate dell’uomo scorrevano in bilico tra i due estremi, quello salvifico e quello traboccante d’ansia, che il lago portava con sé.

(e questo è tutto quello che ho da dire sull’essere genitori, in generale ma più in particolare nell’anno 2021)

destino

«Te ci credi al destino?».
«No».
«He he».
«Cosa?».
«Cosa “cosa”?».
«Ha ridacchiato, hai fatto “He he”, perché?».
«Be’, perché era ovvio che avresti risposto così».
«No, senti, non incominciamo, ho mal di testa, davvero».
«He he».
«Ho capito che adesso qualsiasi cosa io dica o faccia tu sosterrai che era scritto nel destino anche se non credo nel destino, ma alla lunga rompi le balle».
«He he».
«Vabbe’, senti, io vado…
«H…
«… e tu non osare, non ti permettere, stai zitto! Zitto, ok? Vado».

(«He he».)

lei noi lei

«Pronto».
«Buongiorno signore, chiamo per proporle il trading online!».
«No, guardi, grazie ma non mi interessa».
«Questo lo so, altrimenti avrebbe chiamato lei noi, e non noi lei».

Non è riuscito a vendermi nulla, però devo dire che a spiazzarmi è stato bravo.

autobiografia di cose trascurabili

Provo tanta, tanta ammirazione per quelli che hanno una vita avventurosa e piena di eventi notevoli, quelli che mentre le cose gli capitano le osservano con attenzione, se ne fanno una bella mappa mentale, precisissima, con tutti i particolari al posto giusto. E poi, quando le avventure sono finite – o meglio ancora, tra un’avventura e l’altra – si siedono a un tavolo, le scrivono, descrivono, decorano, ed è fatta.
Però, il dubbio viene: e se a raccontare una vita così fossero buoni tutti? Allora mi verrebbe voglia di prenderne uno, di quelli lì che vivono senza freni e poi scrivono senza sbavature, e dirgli Prova un po’ a raccontare la vita mia, e vediamo come te la cavi.
Come me la rendi eccitante, come me la rendi unica.
Ti sfido.

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l’abbreviatore

Tutti sanno la favola di quel re che voleva conoscere la storia degli uomini. Diede l’incarico di scriverla ai suoi sapienti, che dopo molti anni arrivarono con sessanta cammelli carichi di libri. «Quando mai potrò leggerli!» disse il re sgomento. «I nemici attaccano lo Stato e devo continuamente occuparmi del governo. Andate e tornate, ma fate presto. Raccogliete tutto in pochi libri, in modo che possa leggerli e conoscere così la storia degli uomini». Dopo alcuni anni – i sapienti erano diventati vecchi – tornarono con una decina di volumi. «State lieto, Maestà,» dissero «adesso potrete conoscere la storia degli uomini». Ma anche stavolta il re era talmente immerso negli affari del regno che non gli restava tempo. E ancora una volta egli raccomandò che facessero presto. Solo un vecchio sapiente tornò dopo alcuni anni, e nelle mani tremanti portava un unico volume. «Maestà, Maestà» gridava… Ma il re era morente. «Morrò senza sapere la storia degli uomini» sussurrava con le ultime forze, e i suoi occhi si volgevano supplichevoli. «Maestà, gli soffiò all’orecchio il sapiente «eccovi la storia degli uomini…». Ma si sa quel che gli disse (in tre sole parole), e non staremo a ripeterlo. Si narra che il vecchio re morì contento perché finalmente aveva conosciuto la storia degli uomini. È qui che emerge l’importanza dell’abbreviatore. Se non ci fosse stato l’abbreviatore, il re non avrebbe saputo nulla della storia degli uomini. Fin quando tutto va a meraviglia, non c’è bisogno dell’abbreviatore. Ma c’è un momento in cui non ne puoi fare a meno e sei tu stesso a chiederlo con il tuo ultimo respiro. «Cercatemi l’abbreviatore, voglio l’abbreviatore» implori.

Manlio Sgalambro
La consolazione
Adelphi (1995)

la banca dell’ansia

Ero lì che stavo decidendo cosa fare per cena quando mi è squillato il telefono.
Numero sconosciuto, Maledetti tafanatori, ho pensato.
E poi, ancora in piedi e in mutande davanti al frigo aperto, ho risposto.
«Parlo con B.?» ha detto una voce.
Tafanatori che si prendono confidenze, i peggiori in assoluto, ho pensato.
E «Sì, chi è?», ho detto.
«Buonasera, la chiamo dalla Banca dell’Ansia» ha detto la voce. «Mi spiace disturbarla ma mi risulta che ci siano problemi col suo conto» ha detto.
«Quale conto?».
«Il suo Conto dell’Ansia, che domande».
«Non ho nessun Conto dell’Ansia, mai aperto niente di simile».
«È naturale, non è così che funziona. Se aspettassimo che uno apra il conto di sua spontanea volontà saremmo già falliti, he he he».
«Continuo a non capire».
«Niente paura, sono qui apposta. Allora, quando individuiamo clienti che ci possano assicurare un buon ritorno, noi apriamo automaticamente un conto a loro nome. Ed è quello che abbiamo fatto anche con lei. Ora, come le dicevo, purtroppo c’è un problema con il suo conto e l’ho chiamata perché spero di poterlo risolvere quanto prima».
«Ma è legale questa cosa?».
«Certo che sì, anzi noi offriamo un servizio preziosissimo. Conserviamo l’ansia in modo che il cliente possa depositarla e poi usufruirne nel momento che preferisce. Sì, so quello che sta per dire: più che una banca questo sembra un servizio di cassette di sicurezza. E ha ragione, sapesse quanto se n’è discusso internamente ai tempi della fondazione! Ma non vorrei tediarla, torniamo a lei: dunque, come potrà forse immaginare, in casi come il suo dobbiamo tutelarci in qualche modo. Il suo comportamento dell’ultimo periodo è stato sorprendente, al di fuori da qualunque previsione. Non le nascondo che il nostro team di analisti ci si sta spaccando la testa da giorni, e non riesce a venirne a capo. Lei è stato un cliente impeccabile per anni, sempre puntuale nei prelievi, e proprio adesso, fra l’altro nel bel mezzo di una situazione così drammatica per tutto il pianeta, mi si tira indietro così?».
«E quindi? Posso chiudere questo conto che neanche sapevo di aver aperto?».
«Non c’è motivo per essere così drastici, anche perché è molto probabile che finisca per pentirsene in futuro. La cosa migliore da fare sarebbe che lei prelevasse stasera stessa almeno una parte del suo deposito. Per alleggerire un po’ la pressione sul suo conto, che è in sofferenza anche per colpa degli interessi maturati».
«Senta, io avrei fame…».
«Perfetto, perfetto. Allora, vediamo, cosa pensava di mangiare per cena?».
«Ero indeciso, ma credo che finirò un avanzo di carbonara che ho in frigo da ieri».
«Ahia. Lei come la fa di solito? Bella cremosa?».
«Be’, sì abbastanza».
«Lo sa che ci sono oltre duecento possibili infezioni alimentari? E che molte passano proprio dalle uova, soprattutto se non sono ben cotte? Parliamo di salmonella, mica roba con cui si può scherzare».
«Capito. Allora magari mi sgelo un po’ di pizza».
«Fatta da lei?».
«No, comprata».
«Lo sa che spesso le pizzerie usano ingredienti congelati, e quindi ricongelare la pizza significa esporsi a un aumento esponenziale di batteri in alcuni ingredienti?».
«Senta, abbia pazienza, è dall’inizio della telefonata che non capisco bene dove lei voglia andare a parare, ma adesso la cosa sta diventando davvero surreale e…».
«Mi scusi ma ho una chiamata interna, la metto in attesa un minutino e torno subito da lei».
«…».
«Rieccomi, e con ottime notizie. A quanto pare salmonella e batteri hanno funzionato, il suo conto è di nuovo sotto controllo. Però, sia gentile, non si rilassi troppo d’accordo? Pensi alla pandemia, pensi al riscaldamento globale, pensi a quel che vuole ma mi eviti di doverla richiamare di nuovo tra qualche settimana, sarebbe una seccatura per entrambi. Intesi?».
«Ma io…».
«È un piacere avere clienti come lei. La saluto».
Click.

ti capita?

Ti capita mai che qualcuno provi ad avvicinarsi a te, a condividere qualcosa – un pensiero, un’idea -, e tu senza alcun motivo tiri su un muro e non gli dai nessuna possibilità di interazione?»
«No.»