bravi merli


Ieri notte dormivo per terra di fianco al letto di mia figlia che aveva un po’ di febbre e bisogno di conforto e mi ha svegliato che saranno state le tre urlando PIPÌ! ma in realtà mica le scappava solo che era sudatissima e allora mi sono alzato ho preso il pigiama pulito dall’armadio sbattendo contro le ante di faccia come una mosca instupidita perché morivo dal sonno e dopo averla cambiata mi son rimesso giù per terra e mentre provavo a riaddormentarmi mi son venuti in mente quelli che col monocolo e il ditino alzato – ma senza prole – dicono Fare figli è puro egoismo! e Ahahahaha, bravi merli, ho pensato.

almeno una telefonata, grazie

Al suicidio ho pensato solo una volta, da bambino. Facevo i capricci perché mio padre non mi voleva comprare un robot giocattolo, peraltro molto più economico della bottiglia di vino che aveva comprato per sé. Andai a rubare una cravatta dal suo armadio, me la annodai al collo e poi, in lacrime, annunciai che stavo per impiccarmi. Fu una prova d’attore così riuscita che ancora oggi mi ci rivedo benissimo. Mio padre, imperturbabile, mi degnò giusto di un’occhiata e poi si dedicò ad altro. Quando sarai morto, disse, facci almeno una telefonata, grazie.


Prabda Yoon
Penna tra parentesi, in Feste in lacrime
traduzione di Luca Fusari
add editore, 2018

una cazzo di maschera

“Sono nata nel pomeriggio. I miei non hanno avuto altri figli.”
“Che ora è?”
“Sono quasi le cinque.”
“Si preannuncia una lunga giornata.”
“Non per me. Dormirò.”
“Come tutti quelli che lavorano di notte.”
“Erano cattolici” proseguì lei, “ma probabilmente usavano qualcosa per non avere figli. In qualche modo deve essere stato così. Forse sono la figlia di un diaframma difettoso. Il più delle volte mi capita di sentire che questa è la verità.”
“E che sensazione sarebbe?”
“È come se mi fossi introdotta di nascosto in un cinema e stessi aspettando che la maschera mi venisse a prendere.”
“Puoi sempre dirgli di levarsi di torno.”
“No,” disse lei “non posso dirlo a questa maschera.”
“Stai parlando della morte?”
“No.”
“Di cosa allora?”
“Non lo so. So solo che è una cazzo di maschera.”

 

dubus
Andre Dubus
da Attesa, in Il padre d’inverno
traduzione di Nicola Manuppelli
Mattioli 1885, 2012

polaroid a sorpresa dei tempi infami

Vai in un negozio per comprare una cosa che ti serve con una certa urgenza, il tizio davanti a te chiede al commesso la stessa cosa. Mentre il commesso va a prenderla dal magazzino gli chiedi Ne prende due, che serve anche a me?
Il commesso torna, dice che gliene resta solo una; controlla sul computer, non ce ne sono di disponibili in nessun altro negozio della città.
Il tizio davanti a te intercetta la tua urgenza, dice Be’ per qualche giorno io mi posso arrangiare, prendila pure tu.
Ringrazi, ringrazi, ringrazi.
E dire che ormai non ti aspettavi quasi più nulla, da nessuno.
Ringrazi, ringrazi, ringrazi.

mutare questo stato di cose

Mio caro Malacoda,

[…] Le tue parole fan pensare che tu sia d’opinione che la discussione sia il metodo per tenerlo lontano dalle grinfie del Nemico. Avrebbe potuto essere così se egli fosse vissuto alcuni secoli fa. A quei tempi gli uomini avevano una coscienza ancora abbastanza chiara di quando una cosa veniva provata e di quando no; e, se gli argomenti erano convincenti, la credevano veramente. Mantenevano ancora una relazione fra il pensare e l’agire, ed erano pronti, come risultato di una serie di ragionamenti, a mutar vita. Ma, un po’ per mezzo della stampa settimanale, un po’ con altre armi, siamo riusciti in gran parte a mutare questo stato di cose.


Le lettere di Berlicche
C.S. Lewis
Le lettere di Berlicche (1941)
traduzione di Alberto Castelli
Mondadori, 2016

il fantasma della felicità

Mi accingo a scrivere con un senso di inquietudine. A chi possono interessare le memorie di un letterato mancato? Cosa può esserci di istruttivo nella sua confessione?
Del resto, anche la mia vita è priva di tragicità esteriore. Sono assolutamente sano. Ho una famiglia che mi ama. C’è sempre qualcuno disposto a darmi un lavoro che mi garantisca una normale sopravvivenza biologica.
E per di più dispongo di alcuni privilegi. Riesco senza sforzo a rendermi simpatico. Ho sulla coscienza decine di azioni punibili penalmente e rimaste impunite.
Sono stato sposato due volte, entrambe felicemente.
Infine, ho un cane. E questo è persino un vezzo.
Ma allora perché mi sento sull’orlo di una catastrofe fisica? Da dove mi viene questo senso di irrimediabile inettitudine alla vita? Qual è la causa della mia angoscia?
Voglio cercare di capirlo. Ci penso in continuazione. Nelle mie fantasticherie spero sempre di evocare il fantasma della felicità…
Peccato che sia saltata fuori questa parola. Perché le immagini che evoca sono illimitate come il nulla.

il libro invisibile
Sergej Dovlatov
Il libro invisibile (1985)
a cura di Laura Salmon
Sellerio, 2007

il settimo figlio

Viveva un dì nel villaggio di Izumo chiamato Mochida-no-ura un contadino che era così povero da temere di aver figli. E ogni volta che la moglie gli dava un figlio, lo gettava nel fiume e faceva finta che fosse nato morto. Alle volte era un maschio, altre una femmina; ma in ogni caso la creatura veniva gettata nel fiume di notte. A questo modo ne finirono assassinati sei.
Ma, col passar degli anni, il contadino venne a trovarsi in condizioni economiche migliori. Era riuscito a comprare un po’ di terra e a mettere da parte del denaro. E alla fine la moglie gli diede il settimo figlio: un maschio.
Allora l’uomo disse: «Ora possiamo permetterci un figlio, e ne avremo bisogno per aiutarci quando saremo vecchi. E poi questo bambino è bellissimo. Perciò lo tireremo su».
E il bambino crebbe; e ogni giorno il rude contadino si stupiva di più del proprio cuore – perché si era accorto di amare il figlio ogni giorno di più. Una notte d’estate uscì in giardino con in braccio il figlioletto. Il piccolo aveva cinque mesi.
E la notte era così bella, con quella grande luna, che il contadino esclamò:
«Aa! kon ya medzurashii e yo da! (“Ah! stanotte è una notte incredibilmente bella!”)».
Allora la creatura, alzando gli occhi sul suo viso e parlando come un uomo, disse:
«Ma padre! l’ULTIMA volta che mi hai gettato via era una notte come questa e la luna sembrava proprio uguale, o sbaglio?».
Dopo di che il bambino restò come gli altri bambini della sua età e non disse più nulla.

Il contadino si fece monaco.

Ombre giapponesi
Lafcadio Hearn
Il settimo figlio, in Ombre giapponesi
a cura di Ottavio Fatica
Adelphi, 2018

sarò

Sarò una cosa nuova. Sarò parte del tutto. Sarò colui e coloro, la consapevole imperfetta perfezione, il simbolo simbolico, l’unico e il molteplice, il fratello del mio figlio unico, l’infinito corridoio degli specchi contrapposti, sarò il tempo tralfalmadoriano, la sfera di Flatlandia, la leggendaria verità dei fatti, l’eccezione costante, l’indimostrabile dimostrazione di indimostrabilità, sarò l’allucinazione allucinata, il Simurgh, la mano che disegna se stessa, il segno di uguaglianza tra x e y, sarò x, sarò y, sarò z, la risposta del comico Pagliacci, l’unico barbiere del villaggio, sarò il tesseratto, l’insieme degli insiemi, la collezioni delle collezioni, la biblioteca di tutti i libri possibili, il moto perpetuo.
Oppure sarò semplicemente morto. Che, in fondo, è la stessa cosa.

La carne
Cristò
La carne
Intermezzi, 2016

quaranta sotto zero

Il guaio è che era privo di immaginazione. Nelle cose della vita era sveglio, e sempre pronto, ma soltanto nelle cose, non nel loro significato. Quaranta gradi sotto zero corrispondevano a più di sessanta gradi di gelo. Questo gli faceva l’effetto di qualcosa di freddo e di spiacevole, punto e basta. Non lo induceva a meditare sulla propria fragilità di creatura condizionata dalla temperatura, e sulla fragilità dell’uomo in generale, capace di vivere soltanto entro limiti angusti di caldo e di freddo; per poi di lì passare a congetture sull’immortalità e sul posto dell’uomo nell’universo. Quaranta gradi sotto zero equivalevano a una morsa di gelo che faceva male, da tenere lontano usando le manopole, i paraorecchi, i mocassini caldi e i calzettoni pesanti. Quaranta gradi sotto zero erano per lui né più né meno quaranta gradi sotto zero. Che potessero celare qualcos’altro era un pensiero che non lo aveva mai sfiorato neanche da lontano.

Le mille e una morte
Jack London
Accendere un fuoco, in Le mille e una morte
a cura di Ottavio Fatica
Adelphi, 2006