wilbur

Una mattina Marali entra raggiante alla EM: «Wilbur ci sta».
Ci sarà una fascetta intorno al primo fascicolo dell’Enciclopedia dei Fracco firmata Wilbur Smith.
La frase concordata è: “Uno tra i libri di cui ho preso visione. Wilbur Smith”. L’agenzia partecipa alla felicità con brevi domande. Non si poteva ottenere qualcosa in più, tipo: uno dei libri più belli che ho letto? No, l’agente di Smith è stato inflessibile, le varianti approvate sono “Un libro tra quelli esistenti” e “Un libro”.
«“Un libro” non è male. Si riuscirebbe a strappare “Il libro” con “Il” scritto “Il”? [corsivo nel tono di voce].»
«No, penso che mettendo in mezzo il nostro avvocato e forzando la traduzione si arrivi al massimo a “Libro”, ma a quel punto diventa criptico. “Libro. Wilbur Smith”.»
«Sì, oppure sembra che Wilbur Smith abbia cominciato a riconoscere gli oggetti con fatica. “Libro” su un libro. “Finestra” su una finestra. C’è anche un disturbo nervoso così.»

Problemi
Walter Fontana
Non ho problemi di comunicazione
Rizzoli, 2004 / Laurana, 2015

l’idea-di-sé

Nemmeno a lezione osava fare domande, chiedere spiegazioni, e se qualcuno gli rivolgeva la parola per chiedergli anche solo l’ora, rispondeva insicuro e balbettante come si trovasse davanti a una commissione d’esame. Vedeva tutti migliori di lui, molto più belli, molto più ricchi, senza dubbio più intelligenti. Rideva alle loro battute, li seguiva in disparte nei caffè e nelle pizzerie, li osservava. Nessuno si accorgeva della sua presenza e quando anni dopo gli capitò di incontrare in giro per l’Italia qualcuno di quegli studenti – lui li riconosceva immediatamente anche attraverso i mutamenti dell’età, i figli, i matrimoni, le carriere, poiché attingeva, nell’atto del riconoscimento, non alle chiacchiere o agli avvenimenti, ma all’idea che si era formato di quelle persone, l’idea-di-sé che ognuno si porta dietro, immutabile fino alla tomba – nessuno era in grado di riconoscerlo, o, semplicemente, di ricordarsene.

camere
Pier Vittorio Tondelli
Camere separate
Bompiani, 1989

il vicolo inquieto

Come farla scappare? Nessun problema, per questo. Perché un’ombra di paura ammanta sempre gli abitanti del Vicolo Inquieto. Cala sulla stretta di mano all’apparenza cordiale o sul pacchetto lussuosamente confezionato. Si spande dalla carrozzina del neonato, dalla poltrona del barbiere, dal salone di bellezza. Si sospetta di ogni vicino, di ogni estraneo, di tutti quanti; anche del proprio marito, della propria moglie, amante. Non c’è quiete nel Vicolo Inquieto; più ci si abita, più si fa inabitabile.

truffatori
Jim Thompson
I truffatori (1963)
trad. it. di Anna Martini
Fanucci, 2004

arturo is my co-pilot

Quindi ho una figlia di cinque mesi, e com’è ovvio, piagnucola.
Siamo lì sul divano, e lei, giustamente, piagnucola.
Allora per farla smettere prendo un pupazzetto – per esempio, il coniglio Arturo – e lo faccio salire a un’altezza di crociera pari al mio braccio.
Alice spalanca gli occhi, guarda, me, guarda Arturo che nel frattempo inizia a volteggiare, affronta planate, giravolte, picchiate, ma non ci sono SOS né scatole nere, solo un volo spericolato ma sicuro sul mare del divano.
Alice sorride il suo sorriso sdentato, io penso che in vita mia non ho mai donato uno stupore così puro a nessuno.
Ora, il cinico professionista penserà che io lo faccia solo per farla smettere di piagnucolare, o addirittura perché regalare quello stupore è inebriante, e dopo un po’ ti fa sentire necessario.
Il che è in parte vero, certo che lo è.
Ma il motivo per cui lo faccio, il motivo profondo, è che spero quello stupore sia il primo di una lunga serie.
Continua a stupirti, alla faccia del mondo cattivo.
Continua a farlo, piccola mia.

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la fabbrica di romanzi

Oggi nessuno legge più i romanzi di Yves de Lalande, il che fa sospettare che tra non molto nessuno leggerà più i romanzi di nessuno. Yves de Lalande era un nome inventato: in realtà si chiamava Hubert Puits. Fu il primo produttore di romanzi in scala veramente industriale. Come tutti, si era iniziato nella sua attività su un piano artigianale, scrivendo romanzi a macchina; con questo metodo, per quanto illustre, primitivo, gli ci volevano sei mesi per portare a termine un’opera, e quest’opera era ben lontana dal potersi dire un prodotto rifinito. In tempo, Puits si accorse che l’idea di scrivere da solo qualcosa di così complesso e vario come un romanzo, così pieno di umori e situazioni e punti di vista diversi, sembrava un compito più adatto a un Robinson Crusoe che non a un cittadino della più grande e progredita nazione industriale del ventesimo secolo, la Francia. […]
Puits si convinse che per fare un buon romanzo non basta un uomo solo, ce ne vogliono dieci, forse venti: Balzac, Alexandre Dumas, Malraux, pensava, chissà quanti impiegati avevano.
D’altra parte gli uomini sono portati a litigare tra di loro: meglio cinque impiegate di buon carattere che non dieci geni incompatibili. Così prese avvio lo stabilimento o fabbrica di romanzi Lalande.

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J. Rodolfo Wilcock
La sinagoga degli iconoclasti
Adelphi, 1990

posto di merda

In Russia, negli anni sessanta o settanta dell’Ottocento, si sarebbe scritto: “Il piccolo villaggio di X, a centoventisette verste da Mosca, veniva menzionato dall’enciclopedia come il luogo dove un proprietario terriero era riuscito a incrociare un cane con un gatto”. In Francia, qualche anno prima, si sarebbe scritto: “La peu que nous savons de la petite ville de B––, nous savons parce que là se trouve un homme à deux têtes”. Nel mio paese, negli anni cinquanta e sessanta, si sarebbe scritto: “La cittadina industriale di Pearl River era una di quelle piccole comunità industriali che accolgono l’automobilista con un cartello che recita ‘Dalle vecchie tradizioni, si fa avanti il nuovo’ e che hanno un solo codice di avviamento postale”. Oggi, grazie a Dio, ci vengono risparmiati questi eufemismi e possiamo essere più concisi: “Pearl River è un posto di merda”.

solitudine
John Cheever
Una specie di solitudine. I diari
trad. it. di Adelaide Cioni
Feltrinelli, 2012

calze

Alle calze uno non ci pensa quasi mai, e invece.

Se uno si infila le calze sulle orecchie e le lascia penzolare assomiglia un po’ a un buffo cane. Gli adulti lo compatiscono, ma i bambini ridono.

Andare a letto con le calze è come usare due contraccettivi. Capisco la prudenza, ma non esageriamo.

Le calze entrano in lavatrice in coppia, troppo spesso ne escono singole. Qualche tempo fa c’era un sito che le vendeva tre a tre. Era una buona idea, ma credo sia fallito. Forse perché al secondo lavaggio era tutto da rifare.

Se trovi delle calze appallottolate e gettate sopra l’armadio in camera del tuo figlio adolescente, non fare domande. Potrebbe essere imbarazzante.

Un uomo con le calze è sessualmente respingente. Una donna – stando a certi filmatini zozzi che io non ho mai visto, giuro, ma me li han raccontati – a quanto pare no.

Un metodo per evitare l’incresciosa disparità delle calze dopo il lavaggio – a patto che non vi spaventi la monotonia – è comprarne dieci paia identici. Quando nel cassetto hai un gomitolo di calze tutte uguali non fai più caso se sono dispari o pari.

Se uno è molto, molto povero, la notte della Befana avrà freddo a un piede.

Il nome che fa più ridere per le calze è pedalini.

Le calze son l’unico indumento col contrappasso. Ovvero, se per tutto l’inverno tieni le calze tirate su fino al polpaccio, passerai l’estate coi polpacci denudati anche dei peli.

Relativismo culturale: le calze con le dita sono inutili, così come i guanti senza dita. Se sei un giapponese che mette gli zoccolini infradito di legno, invece, posson essere molto comode.

Il fantasmino è la più altruista tra le calze. Rinuncia a una parte di sé per la salvezza tua e di chi ti sta intorno.

Le cose cambiano. Quando giocavo a calcio da bambino e faceva molto freddo mi obbligavano a mettere la calzamaglia sotto i pantaloncini. Ero l’unico, mi vergognavo parecchio. Qualche anno dopo ha iniziato a farlo Ronaldo, poco avvezzo alle rigide temperature centroeuropee. Tutto a un tratto avere la calzamaglia sotto i pantaloncini era cool, ma per me ormai era troppo tardi.

Un adulto che porta calze sgargianti è uno che vuole essere eccentrico ma gli manca il coraggio per andare fino in fondo, quindi nasconde colori e disegnetti e li mostra solo da seduto.

Il baseball è lo sport che più di tutti tiene le calze in grande considerazione, difatti ci fa i nomi delle squadre.

Dice che le calze sportive/tecniche non hanno cuciture. Come le facciano, mah.

Il consiglio della nonna: quando fa freddo, prima di entrare in doccia metti le calze sul termosifone. A fine doccia, infilandotele, ringrazierai la nonna.