un problema

È ormai tempo che mi dedichi al mio problema. Chi non ce l’ha, un problema – ciascuno ne ha uno e perfino più d’uno. Hanno valori diversi: il problema principale invade il centro dell’esistenza, rimuove gli altri. Senza sosta ci accompagna come un’ombra e incupisce la mente. È lì anche quando ci svegliamo di notte; ci balza addosso come un animale.
Un uomo di tanto in tanto ha mal di testa; non è piacevole, ma esistono dei rimedi. Il caso si fa serio se un giorno egli sospetta che ci sia sotto qualcosa – forse un piccolo tumore. Ora l’ansia fugace diventa permanente; diventa l’ansia principale.
Eppure anche un’ansia principale come questa è cosa di tutti i giorni. Ce ne convinciamo pensando alla statistica – infatti, mentre il nostro uomo rimugina sul suo tumore, nello stesso momento un’ansia identica opprime sul pianeta molte migliaia d’altri. Egli dunque la divide con loro? Certamente, e tuttavia rimane il suo problema privato e indivisibile. È in gioco l’insieme – sotto il mal di testa si nascondeva il tumore, ma ancor più sotto forse c’è dell’altro, per esempio un carcinoma.
Va anche considerata l’eventualità che non ci sia sotto NIENTE – il problema si fonda sull’immaginazione. Anche l’angoscia ha le sue mode – oggi predilige la guerra atomica e il carcinoma, dunque la rovina collettiva e quella personale.
Un tempo, quando infieriva la paralisi, specie negli strati superiori e lì in particolare fra gli artisti, molti s’immaginavano di esser colpiti da questo male, e più d’uno per questo si uccise. Ma è proprio quando sotto non c’è niente che il problema diventa più inquietante.

Il problema di Aladino
Ernst Jünger
Il problema di Aladino (1983)
traduzione di Bruna R. Bianchi
Adelphi, 1985

la sindrome dell’anticipatore

Una volta, son passati tanti anni, parlavo con uno scrittore.
Cosa stai leggendo?, mi chiese.
Il romanzo tal dei tali, risposi io, non lo conoscevo ma poi l’ho trovato in una di quelle collane in allegato a un quotidiano, e mi sa che mi sono innamorato.
Ero giovane, ero tendente al romanticismo, sapete com’è.
Lo scrittore mi guardò con disgusto.
Gli allegati non li devi leggere, disse, lasciando intendere che quella era mercificazione, moda e merda del demonio, che lui l’autore lo conosceva già, da anni, ci mancherebbe, pfui.
Fino a quel momento era stato cordiale, da lì poi iniziò a trattarmi con odiosissima sufficienza.
E invece io, da lì in poi, non posso più sopportare quelli che hanno letto/visto/ascoltato qualcosa prima di te e te lo fan pesare col sopracciglio alzato, come se non ci fosse una miriade di cose che qualcun altro ha letto/visto/ascoltato prima di loro.

FINE

guarda là!

Mi è venuto in mente di quando con un mio amico, che non nomino per non coinvolgerlo in questa risacca di idiozia adolescenziale, ci si fermava sul marciapiede guardando in su, e Guarda là, si diceva, Pazzesco, si diceva, si indicava per aria e Mai visto niente di simile, si diceva, finché dopo un po’ c’era un capannello di persone che si fermava di fianco a noi e guardava su, tutti zitti, nessuno che chiedeva niente, e dopo un po’ Ah no, si diceva, non è niente, e si andava via lasciando lì il capannello a stabilire che sì, eravamo due cojoni. Ma contenti.

la dose di menzogne

Se si mette in questione la genialità dell’incompreso, quello risponderà con la volgarità e il torrente di insulti di cui è capace. Ma se lei adula sistematicamente un mostro di amor proprio, quello che l’avrebbe uccisa alla minima provocazione, finirà per diventare un suo lacchè. L’importante è saper distribuire adeguatamente la dose di menzogne. Inventore o poeta, diventerà un servo.


Roberto ‪Arlt
I sette pazzi‬ (1929)
trad. it. di Jaime Riera Rehren
Einaudi, 2013

dialoghi del bus #9

(parlando al telefono)

“No! No! Non gli ho riso in faccia, io non rido in faccia a nessuno! Perché non va bene, e io non rido in faccia! A meno che uno non arriva, non so, vestito, non so, con una parrucca, oppure fa uno scivolone, o si rovescia qualcosa addosso, non so…”

la puttana, la spia, l’aguzzina

«Ascoltami» aggiunse, con una torva solennità, «e ricordati: io sola sono vera e sarò finché vivo. Voi, gli altri, siete appena barlumi e finzioni che sento respirare e parlare al mio fianco. E la storia non riguarda che voi, io non so cosa vuol dire. Capiscimi: nei miliardi dei secoli passati e futuri io non so trovare evento più importante della mia morte. E tutte le carneficine e derive di continenti e scoppi di stelle sono soltanto canzonetta e commedia al confronto di questo minuscolo e irripetibile cataclisma, la morte di Marta. Cosa non farei per ritardarlo un attimo. La puttana, la spia, l’aguzzina. E chissà che non l’abbia già fatto».


Gesualdo Bufalino
Diceria dell’untore (1981)
Sellerio, 2009

imparare a sopravvivere

Sapeva che nel mondo della scuola non avrebbe fatto mai progressi, che non si sarebbe mai guadagnata una posizione inattaccabile — ammesso che esistesse. Ma non era infelice, se si esclude il problema di non poter andare in bagno. Imparare a sopravvivere, non importa a costo di quante precauzioni e vigliaccherie, di quali paure e brutti presentimenti, non è la stessa cosa che essere infelici.

chi-ti-credi
Alice Munro
Chi ti credi di essere? (1977)
trad. it. di Susanna Basso
Einaudi, 2012

Primo amore e altri affanni

brodkeySu Altri animali, il blog di Racconti Edizioni, provo a spiegare perché Primo amore e altri affanni di Harold Brodkey è uno di quei libri che quando li finisci, come diceva Holden, ti piacerebbe che l’autore fosse un tuo amico per potergli telefonare e chiedergli cosa sia successo ai personaggi dopo l’ultima parola del racconto.
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