ozio e quesiti

Ah, la domenica, giorno d’ozio e di grandi quesiti, per esempio:

- perché il primo uomo che ha cucinato un broccolo, quando ha sentito che ne veniva su un gran odor di bagno pubblico, non ha detto “Ok, ragazzi, questo meglio di no”, e ce lo ha invece tramandato come commestibile?

- per quale legge fisica, quando accendi la doccia, la tendina viene come risucchiata nel box e ti si appiccica addosso come un maniaco sul tram?

- perché continuiamo a dire macchina da scrivere e macchina da cucire, quando sarebbe più sensato macchine PER scrivere, PER cucire? E cosa dire riguardo alla macchina da presa?

Ah, la domenica.

una, una sola

Primo diceva sempre che della vita, a lui, in pratica non fregava più nulla. Arrivato a sessantacinque anni, diceva, le cose migliori le hai già fatte, e poi senza una moglie, senza dei figli, cosa vuoi… Quando però il dottore gli dice che ha il cuore affaticato e che se non si dà una regolata non gli resta molto da vivere, Primo si accorge che in fin dei conti preferirebbe sopravvivere. Darsi una regolata, nel suo caso, significa smettere di bere caffè e superalcolici, mangiare sano e dire addio alle sigarette. E allora Primo finisce la bottiglia di whisky che ha in casa, e non ne compra più. Rinuncia a cibi fritti, grassi, formaggi, ci va piano col burro. Avanzano solo le sigarette, su cui Primo fa un compromesso: una, una sola sigaretta al giorno, da fumarsi la sera, dopo cena. Eccolo quindi, stasera come ogni sera, sdraiato sul divano dopo una cena a bresaola e verdura, ad aspirare lunghe, soddisfacenti boccate. Nel palazzo di fronte, al quarto piano, abitano degli studenti fuori sede. Dalla sua posizione sul divano, mentre soffia spessi cerchi di fumo al soffitto, Primo riesce a sbirciare dentro la stanza da letto di uno dei ragazzi. Da qualche sera a questa parte, complice la primavera e le rispettive finestre spalancate, Primo vede il ragazzo prepararsi per uscire. Lo vede infilarsi una maglietta, guardarsi allo specchio, provare un cappello, cambiare maglietta, togliersi il cappello, spettinarsi il ciuffo, togliersi gli occhiali, mettersi le lenti a contatto. Tempo di finire la sigaretta e iniziare il conto alla rovescia delle ventiquattro ore che lo separano dalla prossima, e il ragazzo è pronto. Spegne la luce della stanza, esce. Primo appoggia il posacenere sul tavolino di di fianco al divano, socchiude gli occhi, immagina il ragazzo in strada, lo vede entrare in un bar, conoscere gente, magari finire la serata a letto con qualcuno. Chissà se il ragazzo fuma, si chiede Primo. E si augura di sì.

come il vento

salgareda9-1
Sono incantenato a questo posto, amo tutto, la legna che butto sul fuoco, la brina nella boscaglia del Piave, e quel mistero, quella magia di cui mi sento così investito, onorato e riconosciuto (da te) non è mia ma mi viene trapassata da tutto questo. Che bella lettera mi hai scritto, che onore mi fai. Quelli che mi vogliono bene pensino a me come a una persona morta che però è viva e felicissima, tra i giorni che passano come il vento, che ha cambiato vita e non sa né come né perché. Ora parto Duddù, vieni con me, copriti bene, Aurora porta un vento gelato dalle montagne serene e rosee coperte di neve, che increspa la laguna e muta le maree. A quell’ora passano alti, fuori tiro, i primi germani a stormo perfetto, aerei dalle ali fischianti. Vieni con me Duddù, vieni che ti porto via.

(da una lettera di Goffredo Parise a Raffaele La Capria)

il metodo infallibile

C’è stato un momento, avrò avuto sette-otto anni, in cui ho scoperto un metodo infallibile per ridurre il numero di domande necessarie per vincere a Indovina chi?; era basato sulle domande dell’avversario, e insomma tiravo giù personaggi come un forsennato. Quel metodo là non funzionava, perdevo tutte le partite.

sempre nello stesso senso

L’orrore del mondo in fondo era tutto lì. Non nei fantasmi che popolavano gli incubi, non nell’indifferenza degli altri e neppure nelle ingiustizie della vita, ma nel contatore che girava sempre nello stesso senso, nella sua spietata irreversibilità, in quel buona la prima che non perdonava i passi falsi e te li rammentava a ogni piè sospinto, fino alla fine dei tuoi giorni.

superlativo
Sergio Garufi
Il superlativo di amare
Ponte Alle Grazie, 2014

come tutti sanno

La città del buonsenso. La città dell’assennatezza. Così gli abitanti chiamavano Barcellona. A me piaceva. Era una bella città e credo di essermi abituato a lei già dal secondo giorno (dire dal primo sarebbe un’esagerazione), ma la squadra non andava come ci si aspettava ed ecco che la gente inizia a guardarti storto, succede sempre così, lo so per esperienza, all’inizio i tifosi ti chiedono l’autografo, ti aspettano davanti alla porta dell’albergo per salutarti, quasi ti assillano talmente sono affettuosi, ma poi arriva la sfiga e non ti molla e loro cominciano a tenerti il muso, e dicono che sei uno che cazzeggia, e che passa le notti in discoteca, e che va a puttane, voi mi capite, la gente comincia a chiedersi quanto guadagni, a farti i conti in tasca e giù illazioni e non manca mai lo spiritoso che ti chiama pubblicamente ladro o mille volte peggio. Comunque queste storie succedono da tutte le parti, a me personalmente era già successo qualcosa di simile, ma allora ero nel mio paese, giocavo in casa, mentre adesso ero uno straniero, e la stampa e i tifosi si aspettano sempre qualcosa in più dagli stranieri, è per questo che li fanno venire, no?
Io, per esempio, come tutti sanno, sono ala sinistra.

puttane assassine
Roberto Bolaño
Buba, in Puttane assassine
trad. it di Ilide Carmignani
Adelphi, 2015

in rimonta

L’ho sentito dire migliaia di volte: la bellezza salverà il mondo.
Ci penso ogni tanto e cerco su internet nomi, cognomi e provenienze di quelli che ne sono convinti. Io delle volte non mi capacito mica di come vengano fuori affermazioni del genere. La bellezza salverà il mondo. Ma che ve l’ha detto? E poi è troppo facile rifugiarsi dietro a un futuro semplice. Alla fine magari avranno anche ragione e a dire che la bellezza salverà il mondo ma quando succederà, e soprattutto se succederà, sarà in rimonta. Perché fino a cinque minuti dalla fine vinceva la volgarità. Dominava proprio.

pensus
Gianni Agostinelli
Perché non sono un sasso
Del Vecchio Editore, 2015

un bracco

Sopraffatto dall’emozione e sotto l’effetto del rosolio appena bevuto, Ognëv parlava con voce melodica da seminarista ed era così commosso che esprimeva i suoi sentimenti non tanto con le parole, quanto col battere gli occhi e muovere le spalle. Kuznecov, anche lui un po’ brillo e commosso, si protese verso il giovane e lo baciò.
«Mi ero ormai abituato a voi, come a un bracco!»

Cechov_a
Anton Čechov
Veročka in Racconti
trad it. aa. vv.
Garzanti, 2000