ascolta le loro parole

«Le tue parole, lo riconosco, sono state gentili. Temo, però, che tu non abbia pensato abbastanza bene a quello che dicevi. E meno ancora a quello che dicevo io. Ascolta sempre con attenzione le parole che dicono le donne mentre te le scopi, Max. Se non parlano, bene, allora non hai niente da ascoltare e probabilmente non avrai niente a cui pensare, ma se parlano, anche se è solo un mormorio, ascolta le loro parole e pensaci, pensa al significato, pensa a quello che dicono e a quello che non dicono, cerca di capire cos’è che in realtà vogliono dire. Le donne sono puttane assassine, Max, sono scimmie intirizzite dal freddo che contemplano l’orizzonte da un albero malato, sono principesse che ti cercano nel buio, piangendo, indagando le parole che non potranno mai dire. Viviamo nell’equivoco e pianifichiamo i nostri cicli di vita. Per i tuoi amici, Max, in quello stadio che ora si comprime nei tuoi ricordi come simbolo dell’incubo, io ero solo una strana troietta, uno stadio dentro lo stadio, dove alcuni arrivano dopo aver ballato una conga con la maglietta avvolta intorno alla vita o al collo. Per te ero una principessa sulla Gran Avenida frammentata adesso dal vento e dalla paura (tanto che adesso nella tua testa il viale è il tunnel del tempo), un trofeo privato dopo una notte magica collettiva. Per la polizia sarò una pagina in bianco. Nessuno capirà mai le mie parole d’amore. Tu, Max, ricordi qualcosa di quello che ti ho detto mentre me lo mettevi dentro?»
(Il tipo annuisce, il cenno è chiaramente affermativo, i suoi occhi umidi dicono di sì, le sue spalle tese, il suo ventre, le sue gambe che non smettono di muoversi quando lei non guarda, cercando di slegarsi, la giugulare che palpita).
«Ricordi che ho detto il vento? Ricordi che ho detto le strade sotterranee? Ricordi che ho detto tu sei la fotografia? No, in realtà non te lo ricordi. Bevevi troppo ed eri troppo preso dalle mie tette e dal mio culo. Non hai capito nulla, altrimenti saresti scappato di corsa alla prima occasione. Ora ti piacerebbe, vero,
Max?»

puttane
Roberto Bolaño
Puttane assassine, in Puttane assassine
trad. it. di Ilide Carmignani
Adelphi, 2015

non te la tirare

Quando ero un diciottenne dai capelli lunghi dicevano che somigliavo a Grignani.
A me pareva di no, ma poi uno mi ha fermato per strada e mi ha detto Gianluca, mi fai l’autografo?
Non sono Gianluca, gli ho detto io.
Dài Gianluca, non te la tirare, ha detto lui.
Gli ho dovuto mostrare la carta di identità, se n’è andato.
E immagino che poi abbia raccontato a qualcuno: Ho incontrato Gianluca, uno stronzo, guarda… Pensa che gira con un documento falso per tener lontani i fan, uno stronzo ingrato, guarda…

la morte del principe di bel air

Fa molto caldo e io son ossessionato da quella strana teoria secondo cui la storia di Willy il principe di Bel Air si svolgerebbe tutta nell’aldilà.
Eh sì, dice la teoria, perché gli energumeni della sigla hanno ucciso il nostro Willy, e il taxista che lo porta a Bel Air – ovvero, in paradiso – è in realtà Dio.
Lo so, lo so, pare una gran minchiata. Almeno finché non realizzi che da Philadelphia a Bel Air ci sono 2700 miglia, e farle in taxi non avrebbe alcun senso logico, oltre che un costo spaventoso.
Che caldo che fa.

Update: mi fanno notare che giustamente Willy a Bel Air ci va in aereo, non in taxi, quindi la teoria – almeno la parte del taxi – è una fuffa. Che caldo che fa.

mappa

questa la dovete vedere

appeso
Il ragazzo comparve ad A***** nel tardo pomeriggio di un giovedì di giugno. Arrivò a piedi, costeggiando i tralicci dell’alta tensione che dalle colline alle spalle del paese scendevano fino a valle. Attraversò in diagonale i campi, facendosi largo tra le piante di mais, e quando fu in prossimità della linea ferroviaria, impossibilitato a proseguire a causa dei cavi elettrici sopra le rotaie, si sedette nell’erba e attese.
Dopo qualche minuto venne notato da un abitante di A*****, un ciclista amatoriale che aveva approfittato della freschezza della sera e stava tornando verso casa dopo un lungo allenamento. Il ciclista scese dalla bicicletta, incuriosito. Un forestiero era una rarità da quelle parti. Si avvicinò al ragazzo.
Ha bisogno di aiuto?, chiese, e solo allora vide i fili. Sembravano fuoriuscire dai polsi del giovane e salivano in cielo per un lunghezza infinita, o comunque sufficiente perché non fosse possibile scorgerne l’altra estremità ad occhio nudo.
Il ragazzo guardò il ciclista.
Grazie, no, sto solo aspettando qualcuno disse, i fili accarezzati dal vento che scendeva dalle colline mandavano bagliori fugaci quando un raggio dell’ultimo sole della giornata ci passava attraverso.
Il ciclista pensò a uno scherzo, poi a un gioco di prestigio, e prima ancora di decidere quale fosse la definizione esatta di quel che aveva visto stava già pedalando verso la piazza della chiesa, dove giunse senza fiato. Lasciò cadere la bicicletta, entro nel bar del paese.
Questa la dovete vedere disse ansimando, venite, presto, venite.

(incipit di un racconto in lavorazione)

quello che sono in grado di fare

Volevo che mi amasse, ho sempre desiderato che le persone mi amassero per quello che ero in grado di fare, non per quello che ero, non mi sono mai fidato una sola volta di ciò che sono. Non mi fido neppure adesso che so fare abbastanza da non dovermi preoccupare, ora che tra quello che so fare e quello che sono non c’è più distanza.

almanacco-del-giorno-prima
Chiara Valerio
Almanacco del giorno prima
Einaudi, 2014

“la banca della memoria pangalattica”

L’eroe principale si trova su una nave spaziale di trecentoventi chilometri di lunghezza per novantanove di diametro. Prende in prestito un romanzo realistico dalla biblioteca di quartiere, ne legge sessanta pagine, dopodiché lo restituisce.
La bibliotecaria gli chiede perché non gli sia piaciuto e lui le dice: “Conosco già gli esseri umani”.
E così via.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

serie a

Felice ed emozionato per Il nudo e il morto di Mailer. Colpito soprattutto dalla mole. Ho disperato, mentre leggevo, dei miei talenti limitati. Con le mie rose autunnali e i miei crepuscoli invernali, non sembro appartenere alla serie A.

solitudine
John Cheever
Una specie di solitudine. I diari
trad. it. di Adelaide Cioni
Feltrinelli, 2012

i cani vecchi

Per avere un’altra vita bisognerebbe essere capaci di fare un pacchetto della prima, un pacchetto a regola d’arte, una volta per tutte. Nessuno riesce a farlo in maniera convincente, anche se qualche volta possono dare una spinta le mogli che scappano di casa o i sistemi politici. I cani vecchi non sognano padroni nuovi: nella loro decrepita senilità sognano altre case, scale strane, odori bizzarri, mobili inconsueti, una topografia sconosciuta. Ed è meglio non disturbarli, il segreto è tutto qui.

fondamenta
Iosif Brodskij
Fondamenta degli incurabili
trad. it. di Gilberto Forti
Adelphi, 1991