come sempre, in tutto

Sempre, all’inizio di una partita, l’entusiasmo, spesso l’unico momento di entusiasmo, all’idea che questa sia «la» partita, quella in cui qualcuno supererà il record di dieci gol di Payne, quella in cui Hugh Gallacher dopo essere stato atterrato poi segnerà di testa da seduto, quella in cui accadrà lo straordinario, qualcosa di esaltante, la partita che verrà ricordata e di cui si parlerà per anni a venire, per il resto della vita. Quel momento, quella partita. Un nuovo inizio, forse? Ma già sospetto il peggio per tutte e due le squadre, ora che danno il calcio d’inizio dubito che possano giocare così bene da renderla memorabile questa partita, non mi interessa chi vince, sono qui solo per fare il mio lavoro, con professionalità, ho il mio orgoglio, ma che interesse posso avere se non mi importa chi vince, però non riesco, come fanno certi, a scegliere in maniera arbitraria una squadra, a tifare quella senza un reale motivo, la mia fedeltà è stata sancita quando ero piccolo, al Chelsea, e a nessun altro, non riesco a interessarmi a chi dei due possa vincere, il City o lo United, perciò posso solo sperare che avvenga lo straordinario, la partita unica: ma devo essere pronto, come sempre, in tutto, ad accontentarmi di qualcosa di meno.

in balia
Bryan Stanley Johnson
In balìa di una sorte avversa (1969)
trad. it. di Enrico Terrinoni
BUR/Rizzoli, 2011

 

(25 fascicoletti in una scatola, da leggersi in ordine casuale per simulare la modalità con cui i ricordi di una amico che non c’è più colpiscono l’autore mentre assiste a una partita di calcio come inviato; un libro strano, un libro bello)
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il buttafuori di bagnialto

Il nome del pianeta sul quale si svolgeva la vicenda del libro di Trout era Bagnialto, e il Buttafuori era il funzionario governativo che faceva andare la ruota della fortuna una volta l’anno.
I cittadini sottoponevano al giudizio del governo le operazioni d’arte, alle quali veniva assegnato un numero e quindi una cifra in contanti secondo le estrazioni della ruota del Buttafuori.
L’io narrante della storia non era il Buttafuori ma un umile ciabattino di nome Gooz. Questo Gooz viveva solo e aveva dipinto un ritratto del proprio gatto. Era l’unico quadro che avesse mai dipinto. Lo portò al Buttafuori che gli assegnò un numero e lo mise in un deposito stipato d’opere d’arte.
Il dipinto di Gooz ebbe una fortuna senza precedenti nell’estrazione sulla ruota del Buttafuori: gli venne assegnato il valore di diciottomila lambos, corrispondenti a un miliardo di dollari sulla Terra.
Il Buttafuori consegnò a Gooz un assegno per quella cifra , buona parte della quale gli fu subito portata via dall’esattore delle tasse.
Al quadro venne assegnato anche il posto d’onore nella Galleria Nazionale e la gente faceva code di chilometri per vedere quel quadro che valeva un miliardo di dollari.
C’era anche un enorme rogo di tutti i quadri e statue e libri e così via che la ruota della fortuna aveva stabilito essere privi di valore.
Poi si venne a scoprire che la ruota era truccata e il Buttafuori si suicidò.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun romanzo di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

di solito

C’è una ragione se nessuno chiama mai Topeca con il suo nome di battesimo, ed è il fatto che questi lo ritiene ridicolo, se ne vergogna molto, e per questo si rifiuta di presentarsi con esso a chicchessia.
Sul suo cognome invece Topeca ha un atteggiamento se non entusiasta per lo meno neutro: il ritmo delle tre sillabe, l’ordinata alternanza di consonanti e vocali, il suono vagamente marziale…
Sì, Topeca pensa che Topeca sia un buon cognome, tutto sommato.
Trova poi curioso che al di là dell’Oceano, negli Stati Uniti di cui ha un’immagine modellata esclusivamente sulle scenografie di alcuni vecchi telefilm, da qualche parte ci sia una città che si chiama come lui, solo con una k al posto della c, il che lo spinge, nei momenti in cui è più predisposto alle fantasticherie, a ipotizzare connessioni, significati reconditi, fili invisibili che partono da lui, attraversano l’oceano e lo collegano a una città che non ha mai visto, a persone che non conosce o che non ricorda di aver conosciuto.
Poi, di solito, torna alla realtà.

(da Topeca, un racconto di prossima pubblicazione; altri estratti qui)

una crisi, una malattia

«Bene» seguitò «ecco un motivo di consolazione. Ma siamo daccapo. Come tutte le storie di questo mondo, anche la tua sfugge ad un’indagine. A meno che non si voglia ammettere che le “disgraziate circostanze” ti seguivano, perché facevano parte della tua persona. Obbedivano soltanto a te. Eri tu, insomma. Ma dove rifarsi? Come cavarne una morale? Eccoti diventato una persona saggia, da quel giovane superficiale che eri, e solo per virtù di qualche assassinio che hai commesso senza annettergli la minima importanza. Mi congratulo».
Tacemmo. L’aver ucciso Mariam ora mi appariva un delitto indispensabile, ma non per le ragioni che me l’avevano suggerito. Più che un delitto, anzi, mi appariva una crisi, una malattia, che mi avrebbe difeso per sempre, rivelandomi a me stesso. Amavo, ora, la mia vittima e potevo temere soltanto che mi abbandonasse.

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Ennio Flaiano
Tempo di uccidere
Bompiani, 2008

non del tutto falso

«Vorrei parlare con mia moglie» gli ho detto.
«Non è più tua moglie, Barney. E tu in compenso sei ebbro».
«Ebbro». Certo, cos’altro può dire uno come lui. «Intendi sbronzo? Ovvio che sono sbronzo. Sono le quattro del mattino».
«E Miriam dorme».
«Ma guarda che è con te che volevo parlare. Vedi, Blair, stavo facendo pulizia nei cassetti, e mi sono venute per le mani certe magnifiche foto di nudo che avevo fatto a Miriam quando stavamo insieme. Mi chiedevo se non sarebbe più giusto che le tenessi tu. Così, tanto per sapere com’era da giovane».
«Sei uno schifoso». E su questo ha riattaccato.
Non del tutto falso. Comunque, schifoso o no, mi sono fatto un tip tap in giro per la stanza, con un bicchiere di Cardhu in mano.

Barney
Mordecai Richler
La versione di Barney, 1997
trad. it di Matteo Codignola
Adelphi, 2001

tzarn

Quella sera, Moscardo e i suoi compagni avevano compiuto molte cose che non vengono naturali ai conigli, e per la prima volta.
Si erano messi in gruppo, o perlomeno avevano tentato: in realtà, più di una volta si erano distanziati l’uno dall’altro. Avevano inoltre cercato di mantenere un’andatura costante, né a balzi né di voltata, e ciò era stato duro. Una volta penetrati nel bosco, l’ansietà non li aveva mai abbandonati. Alcuni era quasi tzarn: un coniglio è tzarn quando, esausto o atterrito viene colto da una specie di paralisi, e allora, con gli occhi sbarrati, guarda come abbagliato il nemico – uomo o donnola – che avanza su di lui per farlo secco. Nicchio, agguantato sotto una felce, tremava tutto, le orecchie gli ricadevano ai lati del muso. Teneva uno zampino allungato, in una posa goffa e innaturale, e se o leccava miserevolmente. Quintilio, benché non altrettanto avvilito, era esausto anche lui. Moscardo si rese conto che, finché non si fossero riposati, era meglio restar lì, dove si trovavano, piuttosto che avventurarsi all’aperto, senza lena per fuggire se incontravano un nemico. Al tempo stesso, a star lì a rimuginare, senza cibo né covo sottoterra, c’era caso che l’angoscia e la paura gli rodessero il cuore a tal punto da indurli a scappare alla cieca, sparpagliarsi, o magari tentar di tornare alla conigliera.
Allora ebbe un’idea.
«E va bene, restiamo qui, a riposarci» disse. «Infrattiamoci sotto le felci. Dai, su, Dente di Leone, tu raccontaci una novella. Lo so che sei bravissimo. Nicchio qui non vede l’ora di sentirla».
Dente di Leone guardò Nicchio e capì cosa l’altro intendesse. Soffocando le proprie paure – la paura di quel luogo desolato, dei gufi che s’udivano tornare ai loro nidi dopo la caccia notturna, degli acri odori di animale selvatici che sembrava venire da poco lontano – cominciò a raccontare.

Collina
Richard Adams
La collina dei conigli, 1972
trad. it di Pier Francesco Paolini
Rizzoli, 1975

grandi edifici ingombranti

Nella borsa, oltre al sub-Eta sensomatic e ai copioni, Ford aveva un pollice elettronico, cioè un bastoncino nero, corto e tozzo, liscio e opaco, con un paio di pulsanti e quadranti piatti a un’estremità. Inoltre, Ford aveva anche un congegno che sembrava un elaboratore elettronico abbastanza grande. Questo congegno aveva un centinaio di piccolissimi tasti piatti e uno schermo di circa dieci centimetri per dieci sul quale si poteva far apparire in qualsiasi momento la pagina che si voleva (le pagine erano un milione). Il congegno appariva spaventosamente complesso, e questa era una delle ragioni per cui sulla pellicola di plastica nella quale era avvolto erano stampate a caratteri grandi, che ispiravano fiducia, le parole NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO. L’altra ragione era che il congegno rappresentava il libro più notevole che fosse mai stato pubblicato dalla grande casa editrice dell’Orsa Minore, ovverossia la Guida galattica per gli autostoppisti. La ragione per cui era pubblicato in forma di microelemento elettronico sub-mesonico era che, se fosse stato stampato in forma di libro normale, l’autostoppista galattico per portarselo dietro avrebbe avuto bisogno di parecchi grandi edifici estremamente ingombranti.

guida
Douglas Adams
Guida galattica per gli autostoppisti, 1979
trad. it. di Laura Serra
Mondadori, 1986