“la poltiglia”

Vi si raccontava di uno scienziato pazzo che si chiamava Fleon Sunoco, e che stava conducendo una ricerca presso il National Institutes of Health di Bethesda, Maryland. Il dottor Sunoco era convinto che le persone molto intelligenti avessero in testa delle piccole radioriceventi, e che le loro idee geniali provenissero da altrove.
(…) Trout stesso sembrava persuaso che da qualche parte ci fosse un grosso computer che, per mezzo di impulsi radio, avesse detto a Pitagora dei triangoli retti, a Newton della gravità, a Darwin dell’evoluzionismo, a Pasteur dei germi, a Einstein della relatività, e via di seguito.
“Quel computer lì , dovunque si trovi e qualunque cosa sia, fingendo di aiutarci, potrebbe invece star cercando di ucciderci rifilandoci troppa roba a cui pensare” disse Kilgore Trout.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998

mio fratello

Vai piano!, gli diceva la mamma ogni volta che usciva per una corsa.
Mamma, se vado piano tanto vale che non partecipi neanche.
Poi una volta, prima dell’ultima gara stagionale, lei era a letto con l’influenza e non l’ha salutato.
È stata quella in cui è morto, e credo che lei si senta in colpa. Però, conoscendola, sono sicuro che se anche quella mattina gli avesse detto di andar piano adesso penserebbe di avergliela tirata. Tanto, quando succedono cose brutte come queste, un motivo per sentirti in colpa lo trovi comunque.

(incipit di Mio fratello, un racconto inedito pubblicato sulla rassegna stampa di gennaio di Oblique Studio; continua qui)

 

i volti

A volte la terra trema. L’epicentro del sisma è a nord o è a sud, ma io sento la terra tremare. A volte ho le vertigini. A volte il terremoto dura più del normale e la gente si mette sotto le porte o sotto le scale o esce di corsa in strada. C’è soluzione a questo? Vedo la gente correre per le strade. Vedo la gente entrare nella metropolitana e nei cinema. Vedo la gente comprare il giornale. E a volte tutto trema e per un attimo si ferma ogni cosa. E allora mi domando: dov’è il giovane invecchiato?, perché se n’è andato via?, e a poco a poco la verità comincia a venire a galla come un cadavere. Un cadavere che sale dal fondo del mare o dal fondo di un burrone. Vedo la sua ombra che sale. La sua ombra vacillante. La sua ombra che sale come se risalisse la collina di un pianeta fossilizzato. E allora, nella penombra della mia malattia, vedo il suo volto feroce, il suo dolce volto, e mi domando: sono io il giovane invecchiato? È questo il vero, il grande terrore, essere io il giovane invecchiato che grida senza che nessuno lo ascolti? E se il povero giovane invecchiato fossi io? E allora passano a una velocità vertiginosa i volti che ho ammirato, i volti che ho amato, odiato, invidiato, disprezzato. I volti che ho protetto, quelli che ho attaccato, i volti da cui mi sono difeso, quelli che ho cercato invano.
E poi si scatena la tempesta di merda.

notturno
Roberto Bolaño
Notturno cileno (2000)
trad. it. di Ilide Carmignani
Adelphi, 2016

la lezione della barbabietola

(Tom Robbins secondo me è dotato del genio degli scienziati pazzi e dei predicatori da strada; in questo romanzo, che attraversa sei secoli e ci porta a spasso per l’Europa e per gli Stati Uniti, il filo conduttore sono le barbabietole, le loro proprietà olfattive e cosmetiche, la loro testarda resistenza. Saltellare con leggerezza dalla scatologia alle grandi questioni esistenziali, come nel passaggio qui sotto, credo sia espressione del genio sghembo di cui sopra)

Le barbabietole consumate a pranzo sono solite, il mattino dopo, ostruire la tazza del cesso con pesci scarlatti il cui colore dimostra la cromatica immunità della barbabietola agli attacchi dei potenti acidi digestivi e al minuzioso lavoro dei microbi capaci di tramutare il più rosso peperoncino, la carota più arancione, il melopopone più giallo in un’unica nauseabonda tonalità marrone.
Nasciamo rossi in faccia, rotondetti, profondi e puri, In noi arde il fuoco scarlatto della coscienza universale. Pian piano però ci divorano i genitori, ci inghiottono le scuole, ci masticano i nostri pari, ci trangugiano le istituzioni, ci maciullano le male abitudini, ci morde l’età; e quando poi veniamo digeriti, ruminati in quei sei stomaci, ne usciamo colorati di un’unica nauseabonda tonalità marrone.
La lezione della barbabietola perciò è questa: tienilo stretto, il tuo divin rossore, l’innata tua magia rosa, altrimenti finirai marrone.

jitterbug
Tom Robbins
Profumo di Jitterbug (1984)
trad. it. di Franco Franconeri
Baldini Castoldi Dalai, 2003

lo stesso valore

Pensa, […] pensa se all’improvviso dal mare arrivasse un’orda luminosa. Una cavalcata di centinaia di comete, in formazione, e che queste comete attraversassero il cielo da ovest verso est in un’ora o due, proprio adesso, mentre ce ne stiamo qui. Credi che di fronte a uno spettacolo del genere le nostre vite continuerebbero ad avere lo stesso valore?


Luciano Funetta
Dalle rovine
Tunué, 2015

l’educazione musicale

A casa dei miei cugini c’era una stanza con un tavolo da ping pong. Così, a fine anni 90, noi si passavano le eterne giornate estive a giocare a ping pong. Ero il più piccolo, perdevo quasi sempre.
In quella stanza c’era anche uno stereo con a fianco una pila di CD – a me, che ancora riavvolgevo le cassette con la matita, i CD sembravano un prodigio fantascientifico.
Nella pila c’erano Clash, Cure, Joy Division, Pixies, Sonic Youth, U2, il Boss, Cramps, Mudhoney, Velvet Undeground, Jesus and Mary Chain, Jane’s Addiction, Red Hot Chili Peppers. C’era anche la prima edizione americana di Bleach dei Nirvana, non ancora marchiata Geffen. E c’era Bowie.
Forse è grazie a quella pila di CD se adesso non ascolto Justin Bieber. Forse non lo avrei ascoltato lo stesso, ma per altre vie.
Poi è morto Cobain, poi è morto Reed, poi è morto Bowie. Gli U2 è come se. Altri tengono botta, più o meno, ma quel pantheon si sta sbriciolando, un pezzetto alla volta, e io ho un po’ di capelli bianchi, e i CD sono in declino. Sto per avere una figlia, tocca trovare un modo di non farle ascoltare il Justin Bieber di domani. O almeno, provarci. Smettiamo di esplorare lo spazio, reinvestiamo nella clonazione anticipata di Smith e del Boss, in quella postuma di tutti quelli che non ci sono più. O almeno, proviamoci.

the very mechanism

If you’re used to doing heavy-duty literary stuff—we’re talkin’ caviar for the general, that doesn’t sell all that well? Being human animals with egos, we find a way to accommodate that fact of our ego, by the following equation: If it sells really well and gets a lot of attention, it must be shit. It’s just generated by the hype machine.
Then of course the ultimate irony is: um, if your own thing gets a lot of attention and sells really well, then the very mechanism you’ve used to shore yourself up when your stuff didn’t sell well, is now part of the Darkness Nexus when it does.

althoughDavid Lipsky/David Foster Wallace
Although of Course You End Up Becoming Yourself
Broadway Books, 2010

essere distratti in tanti modi

Al contrario di quanto si potrebbe pensare, l’intelligenza di una persona non ha nulla a che vedere con la capacità di riconoscere o evitare degli imbrogli. Anzi, spesso sono proprio le persone più intelligenti le prime a essere tratte in inganno. Ma perché è così? Per rispondere consideriamo le parole del prestigiatore John Mullholland:

[Un trucco] è costruito in modo tale che ogni cosa appaia così chiaramente pulita e onesta che quel paio di momenti su cui dipende il successo dell’inganno può scivolare via senza attirare l’attenzione… ciò che il pubblico pensa di vedere è stato semplicemente detto o suggerito per mezzo della mimica ma non è stato fatto. Il sotterfugio è passato inosservato perché è stato fatto in modo che tutti guardassero proprio nel posto sbagliato esattamente nel momento giusto… [inoltre] più estese sono le conoscenze della persona che guarda e più è facile ingannarla perché la sua mente può essere distratta in tanti più modi.

Non per niente tra i prestigiatori è ben noto il fatto che il pubblico più difficile non è una classe di docenti universitari bensì un party di bambini. Continua Mullholland:

È difficile presentare dei trucchi a dei bambini perché è quasi impossibile ingannarli. Hanno così poca familiarità col principio di causa ed effetto che difficilmente capiranno che l’arancia è nel cappello perché ce l’ha messa il prestigiatore. Gli adulti sanno naturalmente che qualcosa deve essere dove la si è messa. In realtà, l’arancia probabilmente non è nel cappello: il prestigiatore ha semplicemente simulato il movimento di metterla nel cappello e i bambini hanno ragione. È possibile dimostrare che una mente poco informata è più difficile da ingannare indicando un oggetto per un adulto, un bambino e un cane. L’adulto guarderà immediatamente nella direzione indicata. Il bambino guarderà il dito, poi seguirà la direzione verso cui esso sta puntando. Il cane verrà ad annusare il dito e si fermerà a fissarci.

(Massimo Polidoro, Metodo scientifico, pseudoscienza e psicologia dell’insolito)

capire qualcosa di più

Così era anche per me; mi sembrava che il mondo intero fosse immerso in una luce di purezza e di pace. La morte era stata fermata, e il male era lontano; le grida degli uomini, la pazzia, il tormento scongiurati, e in quella calma, come una corrente lontana, udivo il suono di cose ancora più lontane. Perché al di là del vicino orizzonte della morte, c’è qualcos’altro; al di là del male, uno spirito intatto, libero e remoto.
Una volta, non così tanto tempo fa, gli uomini pensavano che la Terra fosse piatta e che il mondo finisse dove il mare e il cielo si incontravano. Eppure quando infine si imbarcarono verso quel luogo straordinario lo attraversarono e si ritrovarono dove erano partiti. Così capirono che la Terra era rotonda. Ma forse avrebbero potuto capire qualcosa di più.

ritratto
Robert Nathan
Ritratto di Jennie (1940)
trad. it. di Simone Caltabellota
Atlantide, 2015

“non c’è niente da ridere”

Non c’è niente da ridere doveva il titolo a quello che, nel racconto, un giudice aveva detto durante un segretissimo processo di corte marziale all’equipaggio del bombardiere americano Joy’s Pride, sull’isola di Banalulu, nel Pacifico, un mese dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Il Joy’s Pride era in condizioni perfette, dentro un hangar a Banalulu. Si chiamava così in onore di Joy Peterson, madre del pilota nonché infermiera ostetrica in un ospedale di Corpus Christi, Texas. Pride significa due cose. “Orgoglio” è la prima. E “branco” la seconda.
Eccoci al nocciolo: dopo che una bomba atomica era stata sganciata su Hiroshima, e poi un’altra su Nagasaki, all’equipaggio del Joy’s Pride era stato ordinato di sganciarne una terza su Yokoama, su un paio di milioni di “piccoli bastardi gialli”. I piccoli bastardi gialli di quell’epoca venivano chiamati “piccoli bastardi gialli”. Si era in tempo di guerra. Trout descrisse così la terza bomba atomica: “Una paonazza figlia di puttana grande quanto una caldaia nella cantina di una media scuola media”.

Era troppo grossa per essere stivata nello scomparto delle bombe, e così venne appesa sotto la pancia dell’aereo.
Quando il Joy’s Pride rullò per decollare nel cielo blu sfiorava la pista.
Mentre l’aereo si avvicinava all’obbiettivo, il pilota commentava a voce alta nell’interfono la celebrità che sarebbe derivata alla madre, l’infermiera ostetrica, una volta che loro avessero fatto ciò che si apprestavano a fare. Dopo che aveva sganciato su Hiroshima iI proprio carico, il bombardiere Enola Gay e la donna in onore della quale era stato battezzato erano diventati famosi come star del cinema. Yokoama aveva il doppio della popolazione di Hiroshima e Nagasaki messe assieme.
Tuttavia più il pilota ci pensava, più era sicuro che la sua dolce madre vedova non sarebbe mai riuscita a dire ai giornalistidi essere orgogliosa perché il figlio aveva ucciso un numero record di civili in una volta.
[…] A ogni modo.
Gli altri membri dell’equipaggio del Joy’s Pride, comunque, dissero al pilota che la pensavano come lui. Erano soli lassù nel cielo. Non avevano nessun caccia di scorta, poiché i giapponesi non avevano più aeroporti operativi. La guerra era terminata, a parte le scartoffìe da firmare: probabilmente si trattava della situazione che c’era anche prima che l’Enola Gay cremasse Hiroshima.
Per citare Kilgore Trout: “Quella non era più guerra, così come non lo era stato il bombardamento atomico su Nagasaki. Piuttosto era un: ‘Guarda che bravi che sono gli yankee!’ Puro show-business.”
In Non c’è niente da ridere, Trout scrisse che il pilota e il suo bombardiere si erano sentiti simili a dio durante le missioni precedenti, quando tutto quel che dovevano fare era sganciare sulla gente bombe incendiarie ed esplosivi convenzionali.
“Ma dio inteso con la d minuscola,” scrisse. “Si identificavano con divinità minori deputate unicamente a vendicare e distruggere. Tutti soli lassù nel cielo, con la paonazza figlia di puttana appesa sono la pancia dell’aereo, si sentivano come il Boss, Dio in persona, che aveva un’opzione che le altre volte non era stata prevista, quella di essere misericordioso.”
[…] Il pilota del Joy’s Pride fece un’inversione a U nel cielo. La paonazza figlia di puttana era ancora agganciata alla pancia dell’aereo. Il pilota puntò su Banalulu. “Lo fece,” scrisse Trout, “perché sua madre gli avrebbe chiesto di fare così.”
Durante il segretissimo processo di corte marziale che seguì, a un certo punto dell’udienza tutti si piegarono in due dalle risate. Il che indusse il giudice a picchiare furiosamente col martellone e a dichiarare che ciò che avevano fatto gli imputati non era “roba da ridere”. Quello che la gente aveva trovato così buffo era la descrizione che il procuratore aveva fatto del comportamento del personale della base quando il Joy’s Pride si era disposto all’atterraggio con la paonazza figlia di puttana a dieci centimetri dall’asfalto della pista.
Gente che si gettava dalla finestra. Che si pisciava addosso.
“Si verificarono tutti i possibili tipi di collisione tra svariati tipi di veicolo,” scrisse Kilgore Trout.
Tuttavia, quando il giudice aveva appena ristabilito faticosamente l’ordine, un’enorme crepa si era aperta sul fondo dell’Oceano Pacifico. Aveva inghiottito Banalulu, corte marziale, Joy’s Pride, bomba atomica intatta e tutto il resto.

cronosisma
Un racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
Cronosisma (1997)
trad. it di S.C. Perroni
Bompiani, 1998