non dopo, lo capisci?

E non ascoltare i tuoi genitori che ti dicono che devi divertirti, che è importante lo studio, che non devi farti male, che devi rispettare gli avversari, essere leale, sportivo, che conta partecipare, che non si può sempre vincere, beati gli ultimi che saranno primi e i secondi che saranno penultimi e così via, Borghetti, tutte queste stronzate inventate dai perdenti per i perdenti, inventate dai perdenti di oggi per i perdenti di domani per generare altre generazioni di perdenti e sentirsi meno perdenti, queste stronzate demoralizzanti, anestetizzanti, queste stronzate psicologiche per attutire il dolore del trauma prima ancora di sapere se ci sarà un trauma, questo preoccuparsi continuamente di conservarsi, di pensare al dopo, al dopo, al dopo, di rinviare tutto, Borghetti, quando la tua occasione è adesso, il trauma è adesso, il dolore è adesso, non dopo, lo capisci?

il dolore
Mauro Zucconi
Il dolore è adesso
ebook autoprodotto, 2014

la regola

Siamo in guerra e non abbiamo un codice per le emergenze […] usiamo il codice delle leggi e dell’amministrazione. In questo c’è dell’ironia: siamo da sempre in guerra, dice questa nostra usanza, e l’emergenza è la regola, è inutile approntare un codice specifico.

la calligrafia
Andrea Tarabbia
La calligrafia come arte della guerra
Transeuropa, 2010

ruben kolkas

La prima tiratura del romanzo d’esordio di Ruben Kolkas – definito “caustico e irresistibile” dal maggior critico letterario del paese – fu di mille copie.
Nel giro di tre mesi seguirono dieci ristampe, per un totale di cinquantamila copie vendute.
Il secondo, il terzo e il quarto romanzo, parti una trilogia, vennero tirati in centosettantamila copie totali, subito esaurite e prontamente ristampate.
Oltre al clamoroso successo nelle vendite, Kolkas divenne ben presto famoso per la sua prolificità, con un minimo di tre romanzi e svariati racconti scritti all’anno. Le vendite continuarono a mantenersi stabili, facendo la fortuna del suo editore, fino ad allora pressoché sconosciuto.
Quello che Kolkas non disse a nessuno, perché la sua fama da umorista era ormai troppo consolidata per poter essere messa in discussione, era che quando aveva iniziato a scrivere non aveva la minima intenzione di scrivere storie divertenti, ed era anzi affascinato da certa letteratura triste, intimista e incapace di raggiungere le cinquecento copie vendute.
Quando morì, a sessant’anni appena compiuti, la sua bibliografia poteva contare su quarantadue romanzi e dodici raccolte di racconti.
Due romanzi incompiuti furono poi rinvenuti nell’hard disk del suo computer, e vennero pubblicati postumi.
Al momento della sua morte, Ruben Kolkas non era orgoglioso di nessuna di queste opere.
Del suo unico romanzo triste e intimista, da lui stesso citato distrattamente in una sola intervista all’inizio della sua carriera, non venne trovata alcuna traccia.

sali e fallo

Buon compleanno. È un gran giorno, grande quanto la volta dell’intero cielo sudorientale. Ci hai pensato e ripensato. C’è l’alto trampolino. Loro se ne vorranno andare da un momento all’altro. Sali su e fallo. […]
La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dentro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti piede nella pelle e scompari.
Ciao.

brevi
David Foster Wallace
Per sempre lassù, da Brevi interviste con uomini schifosi (1999)
trad. it. di Ottavio Fatica e Giovanna Granato
Einaudi, 2000

gli altri

La sua è una bella storia, signor Topeca, dice l’assessore dopo essersi accomodato su una poltrona dallo schienale imponente. Una storia di sacrificio, una storia di coraggio. E soprattutto, una storia italiana. In questo paese abbbiamo bisogno di esempi positivi, signor Topeca. Di amor patrio. Lei la ama, la patria?
Io, ecco, dice Topeca, ho sempre pensato che la patria sia un attributo, come dire… casuale.
Casuale? Casuale, signor Topeca!? Casuale!
L’assessore si guarda attorno, pregustando l’approvazione della platea. La stanza è vuota, l’assessore non smette per questo di cercare l’applauso. Deformazione professionale, così la chiamano.
Vede signor Topeca, dice l’assessore, io sono affascinato dalle differenze, ma disgustato dalle commistioni. Sono tempi bui, non sappiamo più chi siamo noi, non sappiamo più chi sono loro, non trova?
Mi scusi, ma noi e loro chi?, chiede Topeca col tono di chi risponde al citofono che ha suonato nel cuore della notte.
Gli altri, Topeca, gli altri. Ora: lei è un esempio, come dicevo, un esempio positivo. Lei è rassicurante, e la gente di questi tempi vuole questo: sicurezza. Il mio partito sulla sicurezza ci ha costruito una campagna elettorale via l’altra.
E io vi faccio tutte le mie congratulazioni, però, abbia pazienza, ma gli altri chi?, insiste Topeca, cocciuto.

(un estratto da Topeca, che casca a fagiolo in questi giorni confusi; altri estratti qui)

soltanto teoria

Mio nonno mi aveva illustrato tutti i modi possibili per far saltare in aria il ponte. Con la dinamite tutto poteva essere annientato, bastava volerlo. In teoria io anniento tutto, capisci, tutto ogni giorno, diceva. In teoria, ogni giorno e in ogni momento, a piacere, era possibile distruggere, far crollare, estinguere tutto. Questo egli sentiva come il più straordinario dei suoi pensieri. Io a mia volta me ne sono appropriato e con esso mi sono baloccato vita natural durante. Uccido quando mi pare, faccio crollare quando mi pare. Anniento quando mi pare. Ma la teoria è soltanto teoria, diceva mio nonno, e subito dopo si accendeva la pipa.

un bambino
Thomas Bernhard
Un bambino (1982)
trad. it. di Renata Colorni
Adelphi, 1994

“il figlio di jimmy valentine”

Jimmy Valentine era un famoso personaggio inventato nei libri di un altro scrittore […], si passava la carta vetrata sulla punta delle dita perché fossero ipersensibili. Era uno scassinatore di casseforti, e il suo senso del tatto era così delicato da poter aprire qualsiasi cassaforte del pianeta solo avvertendo gli scatti sotto le dita.
Kilgore Trout aveva dunque inventato un figlio per Jimmy Valentine, e lo aveva chiamato Ralston Valentine. Ralston Valentine si passava anche lui la carta vetrata sulla punte delle dita, ma non era uno scassinatore di casseforti. Era invece così bravo nel toccare le donne nel modo in cui volevano essere toccate che a decine di migliaia erano volontariamente diventate sue schiave. Nel racconto di Trout abbandonavano i mariti e gli amanti per lui, che alla fine diventava il presidente degli Stati Uniti grazie al voto delle donne.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005