stock up

carver
INTERVIEWER
Did you ever feel that alcohol was in any way an inspiration? I’m thinking of your poem “Vodka,” published in Esquire.

CARVER
My God, no! I hope I’ve made that clear. Cheever remarked that he could always recognize “an alcoholic line” in a writer’s work. I’m not exactly sure what he meant by this but I think I know. When we were teaching in the Iowa Writers’ Workshop in the fall semester of 1973, he and I did nothing but drink. I mean we met our classes, in a manner of speaking. But the entire time we were there—we were living in this hotel they have on campus, the Iowa House—I don’t think either of us ever took the covers off our typewriters. We made trips to a liquor store twice a week in my car.

INTERVIEWER
To stock up?

CARVER
Yes, stock up. But the store didn’t open until 10:00 a.m. Once we planned an early morning run, a ten o’clock run, and we were going to meet in the lobby of the hotel. I came down early to get some cigarettes and John was pacing up and down in the lobby. He was wearing loafers, but he didn’t have any socks on. Anyway, we headed out a little early. By the time we got to the liquor store the clerk was just unlocking the front door. On this particular morning, John got out of the car before I could get it properly parked. By the time I got inside the store he was already at the checkout stand with a half gallon of Scotch. He lived on the fourth floor of the hotel and I lived on the second. Our rooms were identical, right down to the same reproduction of the same painting hanging on the wall. But when we drank together, we always drank in his room. He said he was afraid to come down to drink on the second floor. He said there was always a chance of him getting mugged in the hallway! But you know, of course, that fortunately, not too long after Cheever left Iowa City, he went to a treatment center and got sober and stayed sober until he died.

(da qui)

gilgongo!

Trattava di un pianeta che era sgradevole perché vi avveniva troppa procreazione. Cominciava con una gran festa in onore di un uomo che aveva spazzato via l’intera specie di certi deliziosi piccoli panda. Aveva dedicato la vita a questo scopo. Per la festa erano stati fabbricati dei piatti speciali perché gli ospiti li portassero a casa come ricordo. Ognuno recava la riproduzione di un orsacchiotto, con la data della festa. Sotto la riproduzione c’era questa parola: GILGONGO!
Nella lingua di quel pianeta significava “Estinto!”.
La gente era contenta che quegli orsacchiotti fossero gilgongo, perché ce n’erano già troppe di specie sul pianeta e altre ancora ne venivano fuori ogni ora. Nessuno poteva in nessun modo essere preparato alla strabiliante varietà di creature e piante nelle quali poteva imbattersi.
La gente faceva del proprio meglio per eliminare quante più specie era possibile, affinché la vita fosse più prevedibile. Ma la natura era troppo creativa per loro. Ogni forma di vita sul pianeta fu infine completamente soffocata da una coltre viva spessa un centinaio di spanne. Quella coltre era composta da piccioni viaggiatori, aquile delle Bermude e gru gigantesche.

phpThumb_generated_thumbnailjpgun racconto di Kilgore Trout citato in
Kurt Vonnegut
La colazione dei campioni (1973)
Trad. it. di Attilio Velardi
Feltrinelli, 2005

non dopo, lo capisci?

E non ascoltare i tuoi genitori che ti dicono che devi divertirti, che è importante lo studio, che non devi farti male, che devi rispettare gli avversari, essere leale, sportivo, che conta partecipare, che non si può sempre vincere, beati gli ultimi che saranno primi e i secondi che saranno penultimi e così via, Borghetti, tutte queste stronzate inventate dai perdenti per i perdenti, inventate dai perdenti di oggi per i perdenti di domani per generare altre generazioni di perdenti e sentirsi meno perdenti, queste stronzate demoralizzanti, anestetizzanti, queste stronzate psicologiche per attutire il dolore del trauma prima ancora di sapere se ci sarà un trauma, questo preoccuparsi continuamente di conservarsi, di pensare al dopo, al dopo, al dopo, di rinviare tutto, Borghetti, quando la tua occasione è adesso, il trauma è adesso, il dolore è adesso, non dopo, lo capisci?

il dolore
Mauro Zucconi
Il dolore è adesso
ebook autoprodotto, 2014

la regola

Siamo in guerra e non abbiamo un codice per le emergenze […] usiamo il codice delle leggi e dell’amministrazione. In questo c’è dell’ironia: siamo da sempre in guerra, dice questa nostra usanza, e l’emergenza è la regola, è inutile approntare un codice specifico.

la calligrafia
Andrea Tarabbia
La calligrafia come arte della guerra
Transeuropa, 2010

ruben kolkas

La prima tiratura del romanzo d’esordio di Ruben Kolkas – definito “caustico e irresistibile” dal maggior critico letterario del paese – fu di mille copie.
Nel giro di tre mesi seguirono dieci ristampe, per un totale di cinquantamila copie vendute.
Il secondo, il terzo e il quarto romanzo, parti una trilogia, vennero tirati in centosettantamila copie totali, subito esaurite e prontamente ristampate.
Oltre al clamoroso successo nelle vendite, Kolkas divenne ben presto famoso per la sua prolificità, con un minimo di tre romanzi e svariati racconti scritti all’anno. Le vendite continuarono a mantenersi stabili, facendo la fortuna del suo editore, fino ad allora pressoché sconosciuto.
Quello che Kolkas non disse a nessuno, perché la sua fama da umorista era ormai troppo consolidata per poter essere messa in discussione, era che quando aveva iniziato a scrivere non aveva la minima intenzione di scrivere storie divertenti, ed era anzi affascinato da certa letteratura triste, intimista e incapace di raggiungere le cinquecento copie vendute.
Quando morì, a sessant’anni appena compiuti, la sua bibliografia poteva contare su quarantadue romanzi e dodici raccolte di racconti.
Due romanzi incompiuti furono poi rinvenuti nell’hard disk del suo computer, e vennero pubblicati postumi.
Al momento della sua morte, Ruben Kolkas non era orgoglioso di nessuna di queste opere.
Del suo unico romanzo triste e intimista, da lui stesso citato distrattamente in una sola intervista all’inizio della sua carriera, non venne trovata alcuna traccia.

sali e fallo

Buon compleanno. È un gran giorno, grande quanto la volta dell’intero cielo sudorientale. Ci hai pensato e ripensato. C’è l’alto trampolino. Loro se ne vorranno andare da un momento all’altro. Sali su e fallo. […]
La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dentro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti piede nella pelle e scompari.
Ciao.

brevi
David Foster Wallace
Per sempre lassù, da Brevi interviste con uomini schifosi (1999)
trad. it. di Ottavio Fatica e Giovanna Granato
Einaudi, 2000

gli altri

La sua è una bella storia, signor Topeca, dice l’assessore dopo essersi accomodato su una poltrona dallo schienale imponente. Una storia di sacrificio, una storia di coraggio. E soprattutto, una storia italiana. In questo paese abbbiamo bisogno di esempi positivi, signor Topeca. Di amor patrio. Lei la ama, la patria?
Io, ecco, dice Topeca, ho sempre pensato che la patria sia un attributo, come dire… casuale.
Casuale? Casuale, signor Topeca!? Casuale!
L’assessore si guarda attorno, pregustando l’approvazione della platea. La stanza è vuota, l’assessore non smette per questo di cercare l’applauso. Deformazione professionale, così la chiamano.
Vede signor Topeca, dice l’assessore, io sono affascinato dalle differenze, ma disgustato dalle commistioni. Sono tempi bui, non sappiamo più chi siamo noi, non sappiamo più chi sono loro, non trova?
Mi scusi, ma noi e loro chi?, chiede Topeca col tono di chi risponde al citofono che ha suonato nel cuore della notte.
Gli altri, Topeca, gli altri. Ora: lei è un esempio, come dicevo, un esempio positivo. Lei è rassicurante, e la gente di questi tempi vuole questo: sicurezza. Il mio partito sulla sicurezza ci ha costruito una campagna elettorale via l’altra.
E io vi faccio tutte le mie congratulazioni, però, abbia pazienza, ma gli altri chi?, insiste Topeca, cocciuto.

(un estratto da Topeca, che casca a fagiolo in questi giorni confusi; altri estratti qui)

soltanto teoria

Mio nonno mi aveva illustrato tutti i modi possibili per far saltare in aria il ponte. Con la dinamite tutto poteva essere annientato, bastava volerlo. In teoria io anniento tutto, capisci, tutto ogni giorno, diceva. In teoria, ogni giorno e in ogni momento, a piacere, era possibile distruggere, far crollare, estinguere tutto. Questo egli sentiva come il più straordinario dei suoi pensieri. Io a mia volta me ne sono appropriato e con esso mi sono baloccato vita natural durante. Uccido quando mi pare, faccio crollare quando mi pare. Anniento quando mi pare. Ma la teoria è soltanto teoria, diceva mio nonno, e subito dopo si accendeva la pipa.

un bambino
Thomas Bernhard
Un bambino (1982)
trad. it. di Renata Colorni
Adelphi, 1994