le bretelle

Mio padre aveva paura.
Paura di tutto.
Una sera camminava avanti e indietro in sala da pranzo, diceva che c’erano dei rumori strani, che non aveva mai sentito. Io ero con lui e sentivo gli stessi rumori. Quando mio padre camminava si sentivano i rumori. Quando stava fermo svanivano. Per ore abbiamo passeggiato nella stanza. Alla fine abbiamo scoperto che erano le bretelle di mio padre a fare qual rumore ma non siamo riusciti a ridere, quando hai paura del mondo hai paura anche delle bretelle e non ne ridi.
Al mattino mio padre mi svegliava dando un colpo forte alla porta della mia stanza. Le mie giornate iniziavano con un boato.

la vita oscena
Aldo Nove
La vita oscena
Einaudi, 2010

tutte le mattine

Tutte la mattine, poco prima che suoni la sveglia, Lucio sente una voce che gli parla all’orecchio. Svegliati, dice la voce, svegliati.
Tutte le mattine, Lucio apre gli occhi, spegne la sveglia che inizia a suonare e maledice la voce che lo estrae dal sonno qualche secondo prima del dovuto.
Non sa che la voce, tutte le mattine, chiamandolo gli salva la vita.

watching the loop

It also occours to you, you’re worried that once dead you’ll have to watch your life on an endless loop until memorized completely.
And part of the endless loop will be the part where you begin watching the loop.
Which then forms more loops, each one taking you with, never finishing.
An incomplete repetition that is never the same and always unfolds inside-out unendingly.
You’re worried it’s enough to consider that happening, to make it happen.
Goddamnit.

no hellos
Sam Pink
The No Hellos Diet
Lazy Fascist Press, 2011

ancora in libertà

L’assassino si è presentato in questura, ha chiesto di poter parlare con un poliziotto e gli ha confessato l’omicidio. Ha raccontato di non aver mai conosciuto prima la vittima e di non aver avuto alcuna motivazione valida per farle del male. Di averla incontrata per caso in un luogo appartato e aver colto l’attimo, tutto qui. Ha descritto con abbondanza di particolari la ferocia con cui si è accanito sulla vittima prima e sul cadavere poi, e il metodo scelto per sbarazzarsi del corpo. Ha detto di non provare alcun rimorso, e si è rifiutato di dare qualsiasi indizio sul luogo del delitto.
Dal momento che per ora non risultano persone scomparse, e che senza un corpo non c’è reato, il poliziotto si è visto costretto a congedare l’assassino.
L’assassino è ancora in libertà.

cibo per incubi, dal 1845

Heinrich Hoffmann, La storia del bambino che si succhia i pollici, in Pierino Porcospino

cowabunga

Ieri pensavo a quei due che un giorno si sono messi lì, a pensare a un nuovo fumetto, e uno ha detto E se i protagonisti fossero delle tartarughe umanoidi?, e l’altro, Sì, ma gigantesche a causa di una mutazione!, e il primo ha detto Mmm, non so se funzionerebbe, e l’altro, Ehi, perché non facciamo che sono tartarughe umanoidi giganti e… ninja!?
E han deciso che era una buona idea.

Poi, oggi, su Facebook mi hanno fatto notare che da quel brainstorming lì son venute fuori anche altre idee degne di nota, ad esempio: chiamare le tartarughe con nomi di pittori rinascimentali italiani, dar loro come maestro una pantegana gigante giapponese, e farle cibare solo di pizza.

per ripicca

A vederlo così non si direbbe, ma pur essendo persona oltremodo pacata Topeca ogni tanto non può fare a meno di reazioni sorprendenti, scintille di inaspettato di cui quelli che lo conoscono superficialmente non lo giudicherebbero capace.
Una volta, ad esempio, Topeca ha mangiato un ragno.
Non per sbaglio, per ripicca.
Possibile che un animaletto così piccolo fosse così ostinato nell’arrecare disturbo a quell’enorme uomo, torreggiante su di lui e via via più infastidito? Possibile che non smettesse di arrampicarsi lungo le gambe di quel gigante, di penzolargli dalla patta dei pantaloni appeso a un filo di ragnatela?
Topeca lo ha preso per una zampa, e l’ha mangiato.
Poi se n’è pentito, ma non a causa del sapore: per chi se lo fosse chiesto, infatti, un ragno sa vagamente di gambero, solo un poco meno salato.

(da Topeca, un racconto di prossima pubblicazione; altri estratti qui)

oblio a ritardo zero

Gould conclude sempre le sue conferenze sull’oblio con la storia di Enrique Folzano, scrittore spagnolo di second’ordine che alla fine degli anni Trenta si suicidò dopo aver scoperto che i lettori dimenticavano sistematicamente i sui libri dopo averli letti.
I suoi primi romanzi, dei polizieschi, non erano poi tanto male; li si scordava poche ore dopo averli finiti ma almeno non durante la lettura. I successivi, invece, a sfondo sociale, si dimenticavano man mano che li si leggeva. Un caso di oblio «a ritardo zero» come dice Gould. A pagina 3 non si riusciva più a dire cosa ci fosse scritto a pagina 2; a pagina 4 non si ricordava più la pagina 3; e così via.
[...] nessuno ha mai aiutato il povero Folzano, che avrebbe dovuto scrivere testi di un’unica pagina per non oltrepassare la soglia, peraltro molto bassa, dell’interesse che poteva suscitare nei suoi lettori. Ed è morto senza averlo compreso.

la biblioteca di gould
Bernard Quiriny
La biblioteca di Gould
trad. it. di L. Di Lella e G. Girimonti Greco
L’Orma Editore, 2013